tra pochi giorni i giochi saranno fatti. tracimerà il rancore allora o saranno zampilli di gioia, chissà. di certo, nell'un caso o nell'altro, la ragione faticherà a piegare i sentimenti e tutto tornerà a ridursi, miserevolmente, all'elogio o al disprezzo del totem presidenziale. in questi, pochi, giorni invece di stand by passionale è possibile, ancora, orientare l'ingegno alla valutazione, all'analisi, alla riflessione
la questione che io trovo centrale è questa: quello che sta per chiudersi, per la Lazio, è stato un anno di crescita oppure no? nella economia, intendo, nel quadro tecnico e nell'ambiente? personalmente, penso che a dominare sia la contraddizione: difficile dire infatti che si siano fatti chiari passi in avanti, né d'altra parte è facile sostenere che la Lazio stia tornando indietro
nell'economia, se vogliamo, a prevalere è il consolidamento, che di per se è un fatto positivo ma che non garantisce affatto la possibilità di ampliare i nostri orizzonti (pur ponendo le basi, però...). il botteghino resta medio-alto, le televisioni continuano a garantire contributi importanti, così pure lo spnsor tecnico, eccetera. si intravvedono, tuttavia, elementi per un decisivo salto di qualità? questo proprio non si può dire, con tutta evidenza
il giudizio del quadro tecnico offre omplessità ancora maggiori. per alcuni tratti della stagione la Lazio ha giocato un ottimo calcio, mai potente e letale come quello proposto dalla juventus di conte, ma pur sempre di grade efficacia. poi la caduta, verticale e dirimente. figlia però di fatti legibilissimi e affatto casuali. riassumibili così: se al siena riesce l'impresa di farci fuori già agli ottavi di coppa italia e se all'arbitro russo riesce in terra tedesca quello che solo un mese e mezzo dopo riuscirà perfettamente al suo collega scozzese in Turchia, siamo certi, in tal caso, che le distanze tra la Lazio e il magnificato napoli di mazzarri sarebbe uguale agli attuali 17 punti? posso sbagliare, naturalmente, ma io credo proprio di no. la Lazio e petkovic hanno giocato una partita assai complessa e lo hanno fatto con un materiale ricco e importante ma - per quel livello di complessità - drammaticamente insufficiente e inadeguato. risolta, purtroppo con grande amarezza, la complessità, ecco che tornano il gioco e i risultati. la Lazio è una squadra forte, ma non abbastanza per calcare contemporaneamente (tutti) questi palcoscenici
l'ambiente, infine. che dire?, la cornice di cui parlava reja continua a mostrarsi in tutto il suo marciume; mentre il tifo, moderno penelope, crea e distrugge, incessantemente, oggi gonfia il cuore dei padri e dei figli, domani svuota lo stadio (o contribuisce a svuotarlo) dagli uni e dagli altri. con un pericoloso ritorno però a pericolosi margini di "complicità" tra società e tifo organizzato: deve essere chiaro invece che l'uscita - doverosa, auspicabile - dal clima di guerra civile degli anni passati non sta nel passaggio, mutuando dal linguaggio politico, a forme di consociativismo, bensì nella definizione rigorosa delle rispettive competenze
passare dal consolidamento alla crescita economica, adeguare le risorse tecniche e societarie alla complessità degli obiettivi perseguiti, definire con chiarezza gli ambiti e le competenze. altre strade per crescere non vedo