Giuliano non era precisamente un campione, di quelli che facevano la differenza, di quelli che ti facevano sognare ad occhi aperti.
Sguardo assorto, che sembrava un pomeriggio di Montale, dinoccolato, accanito fumatore, che di polmoni ne aveva da vendere, non un eccelso bomber, un onesto mestierante.
Giuliano era uno di quelli che decise di rimanere, che i meno nove punti non facevano paura, che comunque ci avrebbe provato a cancellarli, andando oltre i propri mezzi, facendo diventare la sua galoppata sgraziata un passo di danza, giusto per dare eleganza ai suoi piedi per la decisiva spinta a quel pallone che non voleva entrare in un lontano Lazio Vicenza.
La gente voleva bene a Giuliano, perché una faccia da cinema come la sua era in grado di rigarsi di lacrime per un goal in serie B, quel goal che riaccendeva le speranze di un popolo, che seguiva in massa una squadra non di undici nomi, ma di undici uomini che respiravano all'unisono con i propri tifosi il profumo di un' impresa.
Non si vincevano campionati, si vinceva una cosa più importante, l'appartenenza a un qualcosa di grande, di unico, di un fortino non certo celebre per le proprie vittorie, ma il cui valore era quello di riunire i cuori di chi, nella vita, ciò che aveva ottenuto lo aveva sudato, ci aveva sputato sangue.
Io non voglio vedere i bei visi curati e imbellettati dei campioni che indossano la maglia della mia Lazio come a una sfilata, per passeggiare in campo con il sorriso obbliquo ammiccante alle telecamere.
Io rivorrei vedere, ancora una volta, gli occhi di Giuliano.
Un ragazzo che piange per aver segnato contro il Vicenza.