Forse molti laziali sono semplicemente un po' provati e quindi stufi di questo continuo dover far tornare i conti. Non mi riferisco solamente alle varie debacle del calcio mercato, ma anche al caso Mauri, i buu razzisti, gli epurati, lo sponsor, gli abbonati, la faziosità dei media etc. Ogni giorno c'è un motivo paracalcistico per cui avvelenarsi. E quindi automaticamente il bisogno di placare le ansie. È come giocare una partita perpetua fuori dal campo col risultato sempre in bilico. Tutti i giorni. Un continuo esercizio di dialettica abbastanza frustrante. E quindi trasportiamo la trepidazione e il tifo, con goduria o rosicamento annessi, fuori del luogo deputato, ossia la partita, i 90 minuti. Speravamo, anzi ci siamo proprio illusi che il 26 maggio fosse un tana-libera-tutti. Il ritorno alla normalità: parlare di tattica, magliette, vittorie o sconfitte. Il sale del calcio. Ed invece c'è un'enorme delusione perché sono tornate le solite beghe, sono tornati i soliti discorsi, sbagli, attriti i quali finiscono per prevalere sul luogo deputato suddetto. I risultati concomitanti di certo non aiutano, ma ciò che rende scomodo il viaggio è questo dover arroccarsi in trincea dal lunedì alla domenica, per difendere, convincere/si, baccagliare contro il giornalista di turno, fare la filologia delle dichiarazioni di Lotito o ancora appizzare le orecchie per sentire eventuali bu. Sì, insomma, tutto questo speravamo (penso di parlare anche per altri) di essercelo messo alle spalle. E, immersi nella palude del malcontento, vorremmo anche che la società ci allungasse un appiglio, invece di alzare i tacchi ed andarsene. Tutto qui. Per il resto, trovo il post di Pikkio rigenerante.