Citazione di: V. il 15 Mar 2011, 02:09
alla fine, hai ragione a metà.
primo non perdere e allora avanti con le trincee.
ma per vincere (vincere contro la roma) - come hai spiegato altrove qui sul forum- servono i cavalli pazzi.
perchè l'unico derby a faje male è stato quello di berhami. e valon era un cavallo pazzo.
spero tu legga queste righe mi farebbe piacere un tuo commento.
In cuor mio speravo che il pragmatismo della trincea, col passare dei minuti, facesse germogliare qualche gemma di follia.
Perché la testa è tutto, si sa.
Una difesa feroce, aggressiva può infondere sicurezza e farti osare, a patto che si sia consapevoli che la sicurezza è figlia della ferocia e non della difesa in sé.
Ma son tutte parole e concetti che si sgretolano, come sabbia, quella dei sacchetti che riempiono le inutili trincee; sacchetti vuoti e flosci, sembrano preservativi usati, da altri.
Alla fine ciò che rimane è una collezione di immagini, istantanee da una trincea mai realmente scavata, istantanee di un'attesa, quella infinita per una cavalleria inesistente.
Le istantanee del nulla.
A cominciare dalla scelta scaramantica di quella maglia, ideata da un Edward Mani di Forbice strafatto di naftalina.
Come se volessi imbrogliare il destino con le cazzate della scaramanzia. Altro che maglia, il destino ha paura di quello che c'è sotto la maglia.
Le istantanee del nulla, sì.
La nostra corazzata Potemkin-fantozziana, una squadra che ruzzola via come una carrozzina, ah... l'occhio di Floccari, lo sguardo di Zarate.
E quell'espressione da chierichetto di Hernanes, la gioia di tutto il quartiere, quando la domenica mattina fa il doppio passo e infila per il 9 a 4 don Mario ("arrivate a 10 e poi tutti a pranzo, ché è tardi!").
L'equivoco Matuzalem: finché lo si riterrà fondamentale ("è uno di interdizione ma anche di costruzione, è il nostro miglior centrocampista, quando sta bene, ha i piedi buoni...", ecc.) per questa squadra si autocertificherà la mediocrità delle nostre ambizioni.
Altro che Matuzalem, un tic-tocchista di quelli che stanno spesso dalle parti del pallone, rubando gli occhi ("grande partita!"), salvo poi accorgersi che non stanno mai
laddove si decidono le partite.
Anche io vorrei i viados a centrocampo, già.
E vorrei mille altre cose.
Vorrei estirpare la malattia di questa stagione: l'
ancorismo.
"Ancora siamo in testa e c'è gente che si lamenta...".
"Ancora siamo secondi".
"Ancora siamo terzi".
"Comunque ancora siamo quarti".
"Comunque ancora siamo in corsa per la Champions".
L'ancorismo, scivolare pian piano giù e ancora fornire un ancora. O un àncora, purtroppo senza rampini.
Ma l'ancorismo è figlio di quello che siamo: un ambiente provinciale che si è fatto scivolare addosso gli anni di Cragnotti e dei suoi splendidi mercenari.
Siamo rimasti il panino con la mortazza e la pizza "calla calla" della sora Cesira la domenica mattina; tutti in fila ai botteghini, quanto se stava bene 'na vorta, 5 ore prima allo stadio e te ricordi le partite a carte cor tranviere e er nipote de quello giù... che c'aveva l'alimentari a Bardo degli Ubardi...".
Bei tempi.
Ecco, e questi se lamentano oggi che siamo ancora quinti in classifica.
Reja sotto la pioggia, col cappello di Mazzone e gli occhiali rigati e imperlati d'acqua.
Sculli con quella strana maglia nella mia squadra: mi chiedo chi sia, quale sia il suo
senso.
Prendo lui come pretesto, per chiedermi in fondo cosa sia la mia squadra.
Lotito e Tare, soli e mesti, immagine sfocata, di una tristezza pari solo alle lamentele del presidente per il laser.
E' tutto così agghiacciante.
Neanche dopo il 5-1 mi ero vergognato. Quest'anno è già la seconda volta; la prima volta è stata la notte dell'eroico pareggio 0-0 di Milano.
Senza ancora e senza àncora.