Il tifoso della Lazio e la sconfitta

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Il tifoso della Lazio e la sconfitta
« il: 28 Ago 2015, 11:30 »
I tifosi di calcio si dividono in due macrocategorie: quelli che tifano per le squadre che vincono, cioè Juventus, Milan e Inter, e quelli che tifano per le altre. le motivazioni sono le stesse per tutti quanti: la squadra della città, la squadra del padre, del/della fidanzata, cose così. Il tratto che distingue le due macrocategorie è legato ai successi della squadra del cuore. I tifosi dei tre club vincenti, detti “strisciate” per via delle maglie a strisce verticali bianconere, rossonere e nerazzurre, discettano di moduli e di campioni con una certa puzza sotto al naso, sono volubili, non sposano calciatori e allenatori per un lungo periodo, si aspettano sempre nuovi clamorosi acquisti sul mercato, si accalorano relativamente per i torti arbitrali, godendo in pianta stabile di arbitraggi favorevoli contro le squadre più piccole.

Sono, insomma, quelli che non c’è gusto.

Poi ci sono gli altri, che riempiono il gap di vittorie con il senso d’appartenenza e pensano che sia meglio tifare per una squadra che vince uno scudetto ogni tanto, per ricordarsi tutto nei minimi particolari, che tifare per una squadra che non distingue più nella memoria un titolo dall’altro, un avversario dall’altro, una stagione dall’altra. Che rimuove le sconfitte e aspetta il ritorno dello squadrone.

La Lazio è una delle migliori squadre di seconda linea. Due scudetti, un bel po’ di Coppe, un paio addirittura internazionali. Una tifoseria in grado di sciorinare tempi e modi della propria storia, affinità e divergenze con gli altri modelli, tratti distintivi esclusivi. Tra questi c’è (c’era) la capacità di mantenere la rotta della fede tifosa anche e soprattutto nella sconfitta.

Diversi eventi leggendari della storia della Lazio raccontano sconfitte epiche, sfighe cosmiche, soprusi, tradimenti, angherie, lutti e lacrime. Uno dei più limpidi eroi biancocelesti è Giuliano Fiorini, centravanti di ottime credenziali appassito fino a scendere in cadetteria, faccia da rocker e fisico all’altezza del ruolo. Il bomber, oggi passato prematuramente a miglior vita, rimane nei cuori dei laziali per un gol segnato al Vicenza nel torrido pomeriggio del 21 giugno 1987.

Quel gol, segnato a 8 minuti dalla fine del campionato, consentiva alla Lazio di approdare al minitorneo a tre con Taranto e Campobasso per evitare la retrocessione in serie C. Due delle tre squadre si sarebbero salvate, solo l’ultima sarebbe retrocessa. La Lazio, persa la prima sfida col Taranto, s’impose al Campobasso nell’ultima gara decisiva, a Napoli, con un gol di Fabio Poli, stranamente non mitizzato come Fiorini dai tifosi. La partita col Vicenza stracciò ogni record di presenze paganti allo stadio per il campionato di Serie B.

Eventi che per un non laziale non sembrano degni di celebrazione. Per la squadra biancoceleste si tratta, in effetti, del punto più basso mai toccato nella sua storia. Quella gara arrivava, però, in fondo a una stagione affrontata con un grave handicap in classifica: 9 punti di penalizzazione per il secondo calcioscommesse, frutto della responsabilità oggettiva per il ruolo di primo piano recitato da Claudio Vinazzani, giocatore della Lazio, nell’organizzazione delle partite combinate.

Evitare la retrocessione malgrado un simile fardello fu una grande impresa. Che rischiava di sfumare per un vistoso calo della squadra nel finale di stagione, poi conclusa con i drammatici spareggi di Napoli. Nella personale classifica dei successi storici il laziale medio tiene quella squadra in grande considerazione, quasi alla stregua delle due Lazio scudettate o di quella che vinse la Coppa Italia nell’epico confronto con la Roma nel 2013.

Il culto della sconfitta, insomma, che spiega bene la psicologia del tifoso della squadra che non fa parte delle “strisciate”. Che però non è immutabile. E infatti i tifosi laziali stanno cambiando. La contestazione alla gestione Lotito, che dal 2004 a oggi ha ottenuto discreti risultati sul campo risanando una situazione economica disperata, va avanti da dieci anni. A Lotito si rimprovera la mancanza d’ambizione, i programmi di piccolo cabotaggio, le campagne acquisti al risparmio e il basso profilo.

La Lazio, durante gli undici anni della gestione attuale, ha vinto due volte la Coppa Italia e una volta la Supercoppa italiana, superando di gran lunga la propria media storica. Questo però non basta ai tifosi, che desiderano il ritorno ai fasti dei tempi di Cragnotti, in cui la Lazio conduceva campagne acquisti faraoniche ed era nel gotha del calcio europeo.

Le nuove aspettative dei tifosi laziali sembrano cozzare col culto della squadra di Fiorini, che lottava nei bassifondi della serie B. In realtà nascono da due elementi combinati tra loro: il primo è la necessità di alzare l’asticella delle aspettative nei confronti della contestata proprietà, che negli ultimi anni esprime una squadra stabilmente proiettata su buone posizioni di classifica. La Lazio è arrivata terza nell’ultimo campionato di serie A, giocando un calcio di alto livello, ma questo per i tifosi è un punto di partenza. L’altro elemento che gioca è la ritrovata ambizione della Roma, che galleggia da anni su una crisi economica che non sembra limitarne le mire. Anzi.

L’eterno duello tra le due squadre della capitale produce due sistemi di pensiero. La Roma tende a rimuovere l’esistenza stessa della Lazio, fastidioso dettaglio cittadino che smentisce il racconto di una società che si riaggancia alla grandezza imperiale e che cerca di ricostruire ascendenze nobili che non ha, mentre rivendica un’appartenenza al popolo che non può che condividere con i concittadini biancocelesti, diffusi nel territorio con le innumerevoli sezioni della polisportiva laziale e presenti a centinaia di migliaia, disseminati nelle pieghe del territorio cittadino e regionale.

La Lazio rivendica, invece, la primogenitura e i quarti di nobiltà che possiede, dimenticando che il calcio si gioca nel presente e che a poco serve opporre la data di nascita e le valorose storie dei pedatori antiqui a chi dovesse, eventualmente, proporsi con una squadra vincente nel terzo millennio. Questo lo scontro, condito dalle molte mancate vittorie dei giallorossi, abbonati al secondo posto in campionato fin dai tempi delle Inter di Mancini e Mourinho, subalterni oggi alla Juventus pigliatutto e polemici contro arbitri e palazzo con toni che ancora non consentono la catalogazione nel novero delle “strisciate”. Forse perché la Roma non ha la maglia a strisce…

I tifosi biancocelesti, divisi tra la contestazione antilotitiana e la resistenza al vicino di casa con mire egemoni, hanno perso all’improvviso le coordinate. Hanno salutato positivamente la galoppata della squadra dell’anno scorso, che ha centrato il prestigioso obiettivo della finale di Coppa Italia e della qualificazione alla finale della Supercoppa italiana e ai playoff di Champions League. Le prime due contro la Juventus, vincitrice di quattro scudetti consecutivi e finalista dell’ultima Champions League. L’altra contro il Bayer Leverkusen, solida protagonista della Bundesliga e del massimo torneo continentale.

I biancocelesti hanno perso tutti e tre i confronti, scatenando il malumore dei tifosi verso società e allenatore, rei di perdere i cosiddetti treni decisivi. Come se per Gatlin fosse disonorevole doversi inchinare a Bolt, come se fosse obbligatorio per una squadra emergente vincere uno spareggio dentro o fuori contro una squadra più esperta e robusta e in migliori condizioni di forma. Il paradosso è che lo stesso tifoso che mitizza la squadra che perse col Taranto e acciuffò la serie B col Campobasso non sopporta di arrendersi, come tutte le grandi squadre italiane, allo strapotere della Juventus, o di perdere uno spareggio per la Champions League.

Confondendo, così, con l’irrazionalità del tifoso, l’inferno col paradiso. Arrivando più volte a sostenere di preferire l’inferno al parsimonioso paradiso in bianco e nero di Lotito. Cadendo nel tranello di emulare l’odiato rivale cittadino nel raccontarsi una grandeur che non è mai esistita.


Offline gentlemen

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12621
Re:Il tifoso della Lazio e la sconfitta
« Risposta #1 il: 28 Ago 2015, 11:34 »
I tifosi di calcio si dividono in due macrocategorie: quelli che tifano per le squadre che vincono, cioè Juventus, Milan e Inter, e quelli che tifano per le altre. le motivazioni sono le stesse per tutti quanti: la squadra della città, la squadra del padre, del/della fidanzata, cose così. Il tratto che distingue le due macrocategorie è legato ai successi della squadra del cuore. I tifosi dei tre club vincenti, detti “strisciate” per via delle maglie a strisce verticali bianconere, rossonere e nerazzurre, discettano di moduli e di campioni con una certa puzza sotto al naso, sono volubili, non sposano calciatori e allenatori per un lungo periodo, si aspettano sempre nuovi clamorosi acquisti sul mercato, si accalorano relativamente per i torti arbitrali, godendo in pianta stabile di arbitraggi favorevoli contro le squadre più piccole.

Sono, insomma, quelli che non c’è gusto.

Poi ci sono gli altri, che riempiono il gap di vittorie con il senso d’appartenenza e pensano che sia meglio tifare per una squadra che vince uno scudetto ogni tanto, per ricordarsi tutto nei minimi particolari, che tifare per una squadra che non distingue più nella memoria un titolo dall’altro, un avversario dall’altro, una stagione dall’altra. Che rimuove le sconfitte e aspetta il ritorno dello squadrone.

La Lazio è una delle migliori squadre di seconda linea. Due scudetti, un bel po’ di Coppe, un paio addirittura internazionali. Una tifoseria in grado di sciorinare tempi e modi della propria storia, affinità e divergenze con gli altri modelli, tratti distintivi esclusivi. Tra questi c’è (c’era) la capacità di mantenere la rotta della fede tifosa anche e soprattutto nella sconfitta.

Diversi eventi leggendari della storia della Lazio raccontano sconfitte epiche, sfighe cosmiche, soprusi, tradimenti, angherie, lutti e lacrime. Uno dei più limpidi eroi biancocelesti è Giuliano Fiorini, centravanti di ottime credenziali appassito fino a scendere in cadetteria, faccia da rocker e fisico all’altezza del ruolo. Il bomber, oggi passato prematuramente a miglior vita, rimane nei cuori dei laziali per un gol segnato al Vicenza nel torrido pomeriggio del 21 giugno 1987.

Quel gol, segnato a 8 minuti dalla fine del campionato, consentiva alla Lazio di approdare al minitorneo a tre con Taranto e Campobasso per evitare la retrocessione in serie C. Due delle tre squadre si sarebbero salvate, solo l’ultima sarebbe retrocessa. La Lazio, persa la prima sfida col Taranto, s’impose al Campobasso nell’ultima gara decisiva, a Napoli, con un gol di Fabio Poli, stranamente non mitizzato come Fiorini dai tifosi. La partita col Vicenza stracciò ogni record di presenze paganti allo stadio per il campionato di Serie B.

Eventi che per un non laziale non sembrano degni di celebrazione. Per la squadra biancoceleste si tratta, in effetti, del punto più basso mai toccato nella sua storia. Quella gara arrivava, però, in fondo a una stagione affrontata con un grave handicap in classifica: 9 punti di penalizzazione per il secondo calcioscommesse, frutto della responsabilità oggettiva per il ruolo di primo piano recitato da Claudio Vinazzani, giocatore della Lazio, nell’organizzazione delle partite combinate.

Evitare la retrocessione malgrado un simile fardello fu una grande impresa. Che rischiava di sfumare per un vistoso calo della squadra nel finale di stagione, poi conclusa con i drammatici spareggi di Napoli. Nella personale classifica dei successi storici il laziale medio tiene quella squadra in grande considerazione, quasi alla stregua delle due Lazio scudettate o di quella che vinse la Coppa Italia nell’epico confronto con la Roma nel 2013.

Il culto della sconfitta, insomma, che spiega bene la psicologia del tifoso della squadra che non fa parte delle “strisciate”. Che però non è immutabile. E infatti i tifosi laziali stanno cambiando. La contestazione alla gestione Lotito, che dal 2004 a oggi ha ottenuto discreti risultati sul campo risanando una situazione economica disperata, va avanti da dieci anni. A Lotito si rimprovera la mancanza d’ambizione, i programmi di piccolo cabotaggio, le campagne acquisti al risparmio e il basso profilo.

La Lazio, durante gli undici anni della gestione attuale, ha vinto due volte la Coppa Italia e una volta la Supercoppa italiana, superando di gran lunga la propria media storica. Questo però non basta ai tifosi, che desiderano il ritorno ai fasti dei tempi di Cragnotti, in cui la Lazio conduceva campagne acquisti faraoniche ed era nel gotha del calcio europeo.

Le nuove aspettative dei tifosi laziali sembrano cozzare col culto della squadra di Fiorini, che lottava nei bassifondi della serie B. In realtà nascono da due elementi combinati tra loro: il primo è la necessità di alzare l’asticella delle aspettative nei confronti della contestata proprietà, che negli ultimi anni esprime una squadra stabilmente proiettata su buone posizioni di classifica. La Lazio è arrivata terza nell’ultimo campionato di serie A, giocando un calcio di alto livello, ma questo per i tifosi è un punto di partenza. L’altro elemento che gioca è la ritrovata ambizione della Roma, che galleggia da anni su una crisi economica che non sembra limitarne le mire. Anzi.

L’eterno duello tra le due squadre della capitale produce due sistemi di pensiero. La Roma tende a rimuovere l’esistenza stessa della Lazio, fastidioso dettaglio cittadino che smentisce il racconto di una società che si riaggancia alla grandezza imperiale e che cerca di ricostruire ascendenze nobili che non ha, mentre rivendica un’appartenenza al popolo che non può che condividere con i concittadini biancocelesti, diffusi nel territorio con le innumerevoli sezioni della polisportiva laziale e presenti a centinaia di migliaia, disseminati nelle pieghe del territorio cittadino e regionale.

La Lazio rivendica, invece, la primogenitura e i quarti di nobiltà che possiede, dimenticando che il calcio si gioca nel presente e che a poco serve opporre la data di nascita e le valorose storie dei pedatori antiqui a chi dovesse, eventualmente, proporsi con una squadra vincente nel terzo millennio. Questo lo scontro, condito dalle molte mancate vittorie dei giallorossi, abbonati al secondo posto in campionato fin dai tempi delle Inter di Mancini e Mourinho, subalterni oggi alla Juventus pigliatutto e polemici contro arbitri e palazzo con toni che ancora non consentono la catalogazione nel novero delle “strisciate”. Forse perché la Roma non ha la maglia a strisce…

I tifosi biancocelesti, divisi tra la contestazione antilotitiana e la resistenza al vicino di casa con mire egemoni, hanno perso all’improvviso le coordinate. Hanno salutato positivamente la galoppata della squadra dell’anno scorso, che ha centrato il prestigioso obiettivo della finale di Coppa Italia e della qualificazione alla finale della Supercoppa italiana e ai playoff di Champions League. Le prime due contro la Juventus, vincitrice di quattro scudetti consecutivi e finalista dell’ultima Champions League. L’altra contro il Bayer Leverkusen, solida protagonista della Bundesliga e del massimo torneo continentale.

I biancocelesti hanno perso tutti e tre i confronti, scatenando il malumore dei tifosi verso società e allenatore, rei di perdere i cosiddetti treni decisivi. Come se per Gatlin fosse disonorevole doversi inchinare a Bolt, come se fosse obbligatorio per una squadra emergente vincere uno spareggio dentro o fuori contro una squadra più esperta e robusta e in migliori condizioni di forma. Il paradosso è che lo stesso tifoso che mitizza la squadra che perse col Taranto e acciuffò la serie B col Campobasso non sopporta di arrendersi, come tutte le grandi squadre italiane, allo strapotere della Juventus, o di perdere uno spareggio per la Champions League.

Confondendo, così, con l’irrazionalità del tifoso, l’inferno col paradiso. Arrivando più volte a sostenere di preferire l’inferno al parsimonioso paradiso in bianco e nero di Lotito. Cadendo nel tranello di emulare l’odiato rivale cittadino nel raccontarsi una grandeur che non è mai esistita.
Un quadro esemplare, bravo.

Online fiord

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Re:Il tifoso della Lazio e la sconfitta
« Risposta #2 il: 28 Ago 2015, 13:38 »
Il problema sono le merde.
Loro stanno in champions e noi no

Offline LuloFr

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1536
Re:Il tifoso della Lazio e la sconfitta
« Risposta #3 il: 28 Ago 2015, 13:57 »
ThomasDoll non ho trovato nemmeno una virgola fuoriposto nel tuo discorso.
Dovresti fare il giornalista....
Re:Il tifoso della Lazio e la sconfitta
« Risposta #4 il: 28 Ago 2015, 14:02 »
ThomasDoll non ho trovato nemmeno una virgola fuoriposto nel tuo discorso.
Dovresti fare il giornalista....

concordo, mi pare una fotografia lucida della realtà

Offline blu73

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1618
Re:Il tifoso della Lazio e la sconfitta
« Risposta #5 il: 28 Ago 2015, 14:05 »
Clap! Clap! Clap!
Re:Il tifoso della Lazio e la sconfitta
« Risposta #6 il: 28 Ago 2015, 14:10 »
Topic eccelso, quasi superfluo dirlo.

E allora faccio outing: anche se sono cresciuto con la Lazio di Fiorini e Poli, se nella mia adolescenza c'è stato come idolo appena... Thomas Doll, in base alla giusta bipartizione operata dall'omonimo netter, mi si potrebbe definire:

Un tifoso di prima fascia, che per natura avrebbe dovuto tifare per una delle strisciate tutta la vita, che il culto della sconfitta non ce l'ha e non ce l'avrà mai e anzi brucerebbe vivi tutti quelli che ce l'hanno, che è nato e cresciuto in una famiglia di romanisti sfegatati e nonostante tutto ciò, non si riesce a capire perché, è caduto dentro una casacca della Lazio che non gli si stacca giammai dalla pelle.

So' un caso grave? Che devo fa'?

Offline Palo

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11509
Re:Il tifoso della Lazio e la sconfitta
« Risposta #7 il: 28 Ago 2015, 14:15 »
Molto bello!

Assolutamente molto bello. Che, poi, perdere (e perdere occasioni) faccia rodere er culo è, credo, umano
Re:Il tifoso della Lazio e la sconfitta
« Risposta #8 il: 28 Ago 2015, 14:23 »
I tifosi di calcio si dividono in due macrocategorie: quelli che tifano per le squadre che vincono, cioè Juventus, Milan e Inter, e quelli che tifano per le altre. le motivazioni sono le stesse per tutti quanti: la squadra della città, la squadra del padre, del/della fidanzata, cose così. Il tratto che distingue le due macrocategorie è legato ai successi della squadra del cuore. I tifosi dei tre club vincenti, detti “strisciate” per via delle maglie a strisce verticali bianconere, rossonere e nerazzurre, discettano di moduli e di campioni con una certa puzza sotto al naso, sono volubili, non sposano calciatori e allenatori per un lungo periodo, si aspettano sempre nuovi clamorosi acquisti sul mercato, si accalorano relativamente per i torti arbitrali, godendo in pianta stabile di arbitraggi favorevoli contro le squadre più piccole.

Sono, insomma, quelli che non c’è gusto.

Poi ci sono gli altri, che riempiono il gap di vittorie con il senso d’appartenenza e pensano che sia meglio tifare per una squadra che vince uno scudetto ogni tanto, per ricordarsi tutto nei minimi particolari, che tifare per una squadra che non distingue più nella memoria un titolo dall’altro, un avversario dall’altro, una stagione dall’altra. Che rimuove le sconfitte e aspetta il ritorno dello squadrone.

La Lazio è una delle migliori squadre di seconda linea. Due scudetti, un bel po’ di Coppe, un paio addirittura internazionali. Una tifoseria in grado di sciorinare tempi e modi della propria storia, affinità e divergenze con gli altri modelli, tratti distintivi esclusivi. Tra questi c’è (c’era) la capacità di mantenere la rotta della fede tifosa anche e soprattutto nella sconfitta.

Diversi eventi leggendari della storia della Lazio raccontano sconfitte epiche, sfighe cosmiche, soprusi, tradimenti, angherie, lutti e lacrime. Uno dei più limpidi eroi biancocelesti è Giuliano Fiorini, centravanti di ottime credenziali appassito fino a scendere in cadetteria, faccia da rocker e fisico all’altezza del ruolo. Il bomber, oggi passato prematuramente a miglior vita, rimane nei cuori dei laziali per un gol segnato al Vicenza nel torrido pomeriggio del 21 giugno 1987.

Quel gol, segnato a 8 minuti dalla fine del campionato, consentiva alla Lazio di approdare al minitorneo a tre con Taranto e Campobasso per evitare la retrocessione in serie C. Due delle tre squadre si sarebbero salvate, solo l’ultima sarebbe retrocessa. La Lazio, persa la prima sfida col Taranto, s’impose al Campobasso nell’ultima gara decisiva, a Napoli, con un gol di Fabio Poli, stranamente non mitizzato come Fiorini dai tifosi. La partita col Vicenza stracciò ogni record di presenze paganti allo stadio per il campionato di Serie B.

Eventi che per un non laziale non sembrano degni di celebrazione. Per la squadra biancoceleste si tratta, in effetti, del punto più basso mai toccato nella sua storia. Quella gara arrivava, però, in fondo a una stagione affrontata con un grave handicap in classifica: 9 punti di penalizzazione per il secondo calcioscommesse, frutto della responsabilità oggettiva per il ruolo di primo piano recitato da Claudio Vinazzani, giocatore della Lazio, nell’organizzazione delle partite combinate.

Evitare la retrocessione malgrado un simile fardello fu una grande impresa. Che rischiava di sfumare per un vistoso calo della squadra nel finale di stagione, poi conclusa con i drammatici spareggi di Napoli. Nella personale classifica dei successi storici il laziale medio tiene quella squadra in grande considerazione, quasi alla stregua delle due Lazio scudettate o di quella che vinse la Coppa Italia nell’epico confronto con la Roma nel 2013.

Il culto della sconfitta, insomma, che spiega bene la psicologia del tifoso della squadra che non fa parte delle “strisciate”. Che però non è immutabile. E infatti i tifosi laziali stanno cambiando. La contestazione alla gestione Lotito, che dal 2004 a oggi ha ottenuto discreti risultati sul campo risanando una situazione economica disperata, va avanti da dieci anni. A Lotito si rimprovera la mancanza d’ambizione, i programmi di piccolo cabotaggio, le campagne acquisti al risparmio e il basso profilo.

La Lazio, durante gli undici anni della gestione attuale, ha vinto due volte la Coppa Italia e una volta la Supercoppa italiana, superando di gran lunga la propria media storica. Questo però non basta ai tifosi, che desiderano il ritorno ai fasti dei tempi di Cragnotti, in cui la Lazio conduceva campagne acquisti faraoniche ed era nel gotha del calcio europeo.

Le nuove aspettative dei tifosi laziali sembrano cozzare col culto della squadra di Fiorini, che lottava nei bassifondi della serie B. In realtà nascono da due elementi combinati tra loro: il primo è la necessità di alzare l’asticella delle aspettative nei confronti della contestata proprietà, che negli ultimi anni esprime una squadra stabilmente proiettata su buone posizioni di classifica. La Lazio è arrivata terza nell’ultimo campionato di serie A, giocando un calcio di alto livello, ma questo per i tifosi è un punto di partenza. L’altro elemento che gioca è la ritrovata ambizione della Roma, che galleggia da anni su una crisi economica che non sembra limitarne le mire. Anzi.

L’eterno duello tra le due squadre della capitale produce due sistemi di pensiero. La Roma tende a rimuovere l’esistenza stessa della Lazio, fastidioso dettaglio cittadino che smentisce il racconto di una società che si riaggancia alla grandezza imperiale e che cerca di ricostruire ascendenze nobili che non ha, mentre rivendica un’appartenenza al popolo che non può che condividere con i concittadini biancocelesti, diffusi nel territorio con le innumerevoli sezioni della polisportiva laziale e presenti a centinaia di migliaia, disseminati nelle pieghe del territorio cittadino e regionale.

La Lazio rivendica, invece, la primogenitura e i quarti di nobiltà che possiede, dimenticando che il calcio si gioca nel presente e che a poco serve opporre la data di nascita e le valorose storie dei pedatori antiqui a chi dovesse, eventualmente, proporsi con una squadra vincente nel terzo millennio. Questo lo scontro, condito dalle molte mancate vittorie dei giallorossi, abbonati al secondo posto in campionato fin dai tempi delle Inter di Mancini e Mourinho, subalterni oggi alla Juventus pigliatutto e polemici contro arbitri e palazzo con toni che ancora non consentono la catalogazione nel novero delle “strisciate”. Forse perché la Roma non ha la maglia a strisce…

I tifosi biancocelesti, divisi tra la contestazione antilotitiana e la resistenza al vicino di casa con mire egemoni, hanno perso all’improvviso le coordinate. Hanno salutato positivamente la galoppata della squadra dell’anno scorso, che ha centrato il prestigioso obiettivo della finale di Coppa Italia e della qualificazione alla finale della Supercoppa italiana e ai playoff di Champions League. Le prime due contro la Juventus, vincitrice di quattro scudetti consecutivi e finalista dell’ultima Champions League. L’altra contro il Bayer Leverkusen, solida protagonista della Bundesliga e del massimo torneo continentale.

I biancocelesti hanno perso tutti e tre i confronti, scatenando il malumore dei tifosi verso società e allenatore, rei di perdere i cosiddetti treni decisivi. Come se per Gatlin fosse disonorevole doversi inchinare a Bolt, come se fosse obbligatorio per una squadra emergente vincere uno spareggio dentro o fuori contro una squadra più esperta e robusta e in migliori condizioni di forma. Il paradosso è che lo stesso tifoso che mitizza la squadra che perse col Taranto e acciuffò la serie B col Campobasso non sopporta di arrendersi, come tutte le grandi squadre italiane, allo strapotere della Juventus, o di perdere uno spareggio per la Champions League.

Confondendo, così, con l’irrazionalità del tifoso, l’inferno col paradiso. Arrivando più volte a sostenere di preferire l’inferno al parsimonioso paradiso in bianco e nero di Lotito. Cadendo nel tranello di emulare l’odiato rivale cittadino nel raccontarsi una grandeur che non è mai esistita.

APPLAUSI!!!
Re:Il tifoso della Lazio e la sconfitta
« Risposta #9 il: 28 Ago 2015, 14:23 »
I tifosi di calcio si dividono in due macrocategorie: quelli che tifano per le squadre che vincono, cioè Juventus, Milan e Inter, e quelli che tifano per le altre. le motivazioni sono le stesse per tutti quanti: la squadra della città, la squadra del padre, del/della fidanzata, cose così. Il tratto che distingue le due macrocategorie è legato ai successi della squadra del cuore. I tifosi dei tre club vincenti, detti “strisciate” per via delle maglie a strisce verticali bianconere, rossonere e nerazzurre, discettano di moduli e di campioni con una certa puzza sotto al naso, sono volubili, non sposano calciatori e allenatori per un lungo periodo, si aspettano sempre nuovi clamorosi acquisti sul mercato, si accalorano relativamente per i torti arbitrali, godendo in pianta stabile di arbitraggi favorevoli contro le squadre più piccole.

Sono, insomma, quelli che non c’è gusto.

Poi ci sono gli altri, che riempiono il gap di vittorie con il senso d’appartenenza e pensano che sia meglio tifare per una squadra che vince uno scudetto ogni tanto, per ricordarsi tutto nei minimi particolari, che tifare per una squadra che non distingue più nella memoria un titolo dall’altro, un avversario dall’altro, una stagione dall’altra. Che rimuove le sconfitte e aspetta il ritorno dello squadrone.

La Lazio è una delle migliori squadre di seconda linea. Due scudetti, un bel po’ di Coppe, un paio addirittura internazionali. Una tifoseria in grado di sciorinare tempi e modi della propria storia, affinità e divergenze con gli altri modelli, tratti distintivi esclusivi. Tra questi c’è (c’era) la capacità di mantenere la rotta della fede tifosa anche e soprattutto nella sconfitta.

Diversi eventi leggendari della storia della Lazio raccontano sconfitte epiche, sfighe cosmiche, soprusi, tradimenti, angherie, lutti e lacrime. Uno dei più limpidi eroi biancocelesti è Giuliano Fiorini, centravanti di ottime credenziali appassito fino a scendere in cadetteria, faccia da rocker e fisico all’altezza del ruolo. Il bomber, oggi passato prematuramente a miglior vita, rimane nei cuori dei laziali per un gol segnato al Vicenza nel torrido pomeriggio del 21 giugno 1987.

Quel gol, segnato a 8 minuti dalla fine del campionato, consentiva alla Lazio di approdare al minitorneo a tre con Taranto e Campobasso per evitare la retrocessione in serie C. Due delle tre squadre si sarebbero salvate, solo l’ultima sarebbe retrocessa. La Lazio, persa la prima sfida col Taranto, s’impose al Campobasso nell’ultima gara decisiva, a Napoli, con un gol di Fabio Poli, stranamente non mitizzato come Fiorini dai tifosi. La partita col Vicenza stracciò ogni record di presenze paganti allo stadio per il campionato di Serie B.

Eventi che per un non laziale non sembrano degni di celebrazione. Per la squadra biancoceleste si tratta, in effetti, del punto più basso mai toccato nella sua storia. Quella gara arrivava, però, in fondo a una stagione affrontata con un grave handicap in classifica: 9 punti di penalizzazione per il secondo calcioscommesse, frutto della responsabilità oggettiva per il ruolo di primo piano recitato da Claudio Vinazzani, giocatore della Lazio, nell’organizzazione delle partite combinate.

Evitare la retrocessione malgrado un simile fardello fu una grande impresa. Che rischiava di sfumare per un vistoso calo della squadra nel finale di stagione, poi conclusa con i drammatici spareggi di Napoli. Nella personale classifica dei successi storici il laziale medio tiene quella squadra in grande considerazione, quasi alla stregua delle due Lazio scudettate o di quella che vinse la Coppa Italia nell’epico confronto con la Roma nel 2013.

Il culto della sconfitta, insomma, che spiega bene la psicologia del tifoso della squadra che non fa parte delle “strisciate”. Che però non è immutabile. E infatti i tifosi laziali stanno cambiando. La contestazione alla gestione Lotito, che dal 2004 a oggi ha ottenuto discreti risultati sul campo risanando una situazione economica disperata, va avanti da dieci anni. A Lotito si rimprovera la mancanza d’ambizione, i programmi di piccolo cabotaggio, le campagne acquisti al risparmio e il basso profilo.

La Lazio, durante gli undici anni della gestione attuale, ha vinto due volte la Coppa Italia e una volta la Supercoppa italiana, superando di gran lunga la propria media storica. Questo però non basta ai tifosi, che desiderano il ritorno ai fasti dei tempi di Cragnotti, in cui la Lazio conduceva campagne acquisti faraoniche ed era nel gotha del calcio europeo.

Le nuove aspettative dei tifosi laziali sembrano cozzare col culto della squadra di Fiorini, che lottava nei bassifondi della serie B. In realtà nascono da due elementi combinati tra loro: il primo è la necessità di alzare l’asticella delle aspettative nei confronti della contestata proprietà, che negli ultimi anni esprime una squadra stabilmente proiettata su buone posizioni di classifica. La Lazio è arrivata terza nell’ultimo campionato di serie A, giocando un calcio di alto livello, ma questo per i tifosi è un punto di partenza. L’altro elemento che gioca è la ritrovata ambizione della Roma, che galleggia da anni su una crisi economica che non sembra limitarne le mire. Anzi.

L’eterno duello tra le due squadre della capitale produce due sistemi di pensiero. La Roma tende a rimuovere l’esistenza stessa della Lazio, fastidioso dettaglio cittadino che smentisce il racconto di una società che si riaggancia alla grandezza imperiale e che cerca di ricostruire ascendenze nobili che non ha, mentre rivendica un’appartenenza al popolo che non può che condividere con i concittadini biancocelesti, diffusi nel territorio con le innumerevoli sezioni della polisportiva laziale e presenti a centinaia di migliaia, disseminati nelle pieghe del territorio cittadino e regionale.

La Lazio rivendica, invece, la primogenitura e i quarti di nobiltà che possiede, dimenticando che il calcio si gioca nel presente e che a poco serve opporre la data di nascita e le valorose storie dei pedatori antiqui a chi dovesse, eventualmente, proporsi con una squadra vincente nel terzo millennio. Questo lo scontro, condito dalle molte mancate vittorie dei giallorossi, abbonati al secondo posto in campionato fin dai tempi delle Inter di Mancini e Mourinho, subalterni oggi alla Juventus pigliatutto e polemici contro arbitri e palazzo con toni che ancora non consentono la catalogazione nel novero delle “strisciate”. Forse perché la Roma non ha la maglia a strisce…

I tifosi biancocelesti, divisi tra la contestazione antilotitiana e la resistenza al vicino di casa con mire egemoni, hanno perso all’improvviso le coordinate. Hanno salutato positivamente la galoppata della squadra dell’anno scorso, che ha centrato il prestigioso obiettivo della finale di Coppa Italia e della qualificazione alla finale della Supercoppa italiana e ai playoff di Champions League. Le prime due contro la Juventus, vincitrice di quattro scudetti consecutivi e finalista dell’ultima Champions League. L’altra contro il Bayer Leverkusen, solida protagonista della Bundesliga e del massimo torneo continentale.

I biancocelesti hanno perso tutti e tre i confronti, scatenando il malumore dei tifosi verso società e allenatore, rei di perdere i cosiddetti treni decisivi. Come se per Gatlin fosse disonorevole doversi inchinare a Bolt, come se fosse obbligatorio per una squadra emergente vincere uno spareggio dentro o fuori contro una squadra più esperta e robusta e in migliori condizioni di forma. Il paradosso è che lo stesso tifoso che mitizza la squadra che perse col Taranto e acciuffò la serie B col Campobasso non sopporta di arrendersi, come tutte le grandi squadre italiane, allo strapotere della Juventus, o di perdere uno spareggio per la Champions League.

Confondendo, così, con l’irrazionalità del tifoso, l’inferno col paradiso. Arrivando più volte a sostenere di preferire l’inferno al parsimonioso paradiso in bianco e nero di Lotito. Cadendo nel tranello di emulare l’odiato rivale cittadino nel raccontarsi una grandeur che non è mai esistita.

Se si potesse postare un file audio, pubblicherei 10 minuti di applausi!

Online Ranxerox

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Re:Il tifoso della Lazio e la sconfitta
« Risposta #10 il: 28 Ago 2015, 14:27 »
Da simpatizzante Laziale ti batto le mani.  :).
Re:Il tifoso della Lazio e la sconfitta
« Risposta #11 il: 28 Ago 2015, 14:31 »
Il problema sono le merde.
Loro stanno in champions e noi no

Nel 1984 le merde giocavano, col tricolore sul petto (vinto con noi in B), il 30 maggio, la finale di coppa campioni, punto più alto della loro fetida storia. Noi abbiamo strappato un punto a pisa per non retrocedere. Questo è stato uno dei gap massimi tra noi e loro. Questo gap c'è stato fino a quando siamo ritornati in A, nel 1988.
Da lì in poi, più o meno siamo sullo stesso piano. Dal maggio del 2000 invece c'è chi vive questo stramaledetto dualismo malissimo. Lo scorso anno, ad inizio campionato, quando in tanti davano le merde campioni si parlava di gap incolmabile.
1 punto. E sappiamo TUTTI come hanno fatto a starci davanti...

Offline Zanzalf

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Re:Il tifoso della Lazio e la sconfitta
« Risposta #12 il: 28 Ago 2015, 14:35 »
Ecco un innesto di mercato che ci vorrebbe!
Aridatece ThomasDoll!!!
Re:Il tifoso della Lazio e la sconfitta
« Risposta #13 il: 28 Ago 2015, 14:35 »
altra cosa...
ho notato che con chi "alza" sempre l'asticella sulle ambizioni che deve avere la Lazio, guai a dire... "eh, ma massa con l'inter... i rigori che non ci hanno dato col napoli all'andata... il derby d'andata con il gol del 2 a 1 con falli su Parolo e Djordjevic... Oppure che col Leverkusen all'andata i tedeschi dovevano finire in 9... e al ritorno nel primo tempo c'era un rigorone su Keita" ti dicono "complottaro, non fa er romanista, devi essere più forte ecc..." allora con sto discorso, il campionato 98/99 il milan lo ha vinto MERITATAMENTE.
Re:Il tifoso della Lazio e la sconfitta
« Risposta #14 il: 28 Ago 2015, 14:36 »
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Offline ian

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Offline ian

Re:Il tifoso della Lazio e la sconfitta
« Risposta #15 il: 28 Ago 2015, 14:40 »

Grande Thomas Doll, condivido in pieno.


Il problema sono le merde.
Loro stanno in champions e noi no

Ma chi se li incula.
Fiord, non so quanti anni hai, io me legavo simpaticamente al catzo quando eravamo in B.
Ora se li incontro, e spesso li cerco per incontrarli, sono (per essi) un dito al culo.
Con la mano sinistra.
Re:Il tifoso della Lazio e la sconfitta
« Risposta #16 il: 28 Ago 2015, 14:50 »

I biancocelesti hanno perso tutti e tre i confronti, scatenando il malumore dei tifosi verso società e allenatore, rei di perdere i cosiddetti treni decisivi. Come se per Gatlin fosse disonorevole doversi inchinare a Bolt, come se fosse obbligatorio per una squadra emergente vincere uno spareggio dentro o fuori contro una squadra più esperta e robusta e in migliori condizioni di forma. Il paradosso è che lo stesso tifoso che mitizza la squadra che perse col Taranto e acciuffò la serie B col Campobasso non sopporta di arrendersi, come tutte le grandi squadre italiane, allo strapotere della Juventus, o di perdere uno spareggio per la Champions League.

Confondendo, così, con l’irrazionalità del tifoso, l’inferno col paradiso. Arrivando più volte a sostenere di preferire l’inferno al parsimonioso paradiso in bianco e nero di Lotito. Cadendo nel tranello di emulare l’odiato rivale cittadino nel raccontarsi una grandeur che non è mai esistita.
Ma neanche per niente.
Le sconfitte bruciano a tutti, chi più chi meno.
Il malumore, almeno il mio, deriva dal fatto che la mia squadra queste PARTITE DECISIVE non se le è giocate al massimo delle sue possibilità. Le cause possono essere addebitate a molti fattori in particolare:
alla preparazione sbagliata (divisa in più periodi, anticipata, dall'altra parte del mondo sotto afa e caldo, non per tutti i giocatori perche molti ti sono arrivati dopo ma li ha fatti giocare lo stesso). Se non sei presentabile per le PARTITE DECISIVE allora potevi fare a meno di farla in questi modi;
alla campagna acquisti. Nessun giocatore tra quelli acquistati è sceso in campo titolare, mi sarei aspettato un paio di innesti "titolarissimi";
alla testa, o perchè il mister non ha saputo motivare adeguatamente i suoi giocatori facendogli capire la posta in palio ma non credo perchè nelle conferenze stampa e interviste vari tutti evidenziavano l'importanza delle sfide o perchè alcuni si sono ripresentato senza quella fame che avevano l'altro anno. E con la pancia piena non vai da nessuna parte...
Non so quale possa essere stato decisivo, magari un mix di tutti questi fattori IMHO ha inciso notevolmente.
Di più, contraddicendo quanto hai detto.
Non c'è nessun cambio nel tifoso laziale in rapporto alla sconfitta. La finale di coppa Italia persa con la Juve e giocata col coltello tra i denti non ha suscitato malumori (4 mesi fa!!).
La Lazio del meno 9, viene ricordata oltre che per aver raggiunto l'obiettivo salvezza anche perchè era un gruppo di giocatori/uomini con le palle e queste le hanno tirate fuori fino all'ultimo dei minuti.
Il LAZIALE ti porta sul palmo della mano per una vita se gli dimostri attaccamento alla maglia e alla sua storia. Diversamente, se vede mancanza di impegno, a maggior ragione se in presenza di obiettive qualità professionali, è il tuo primo e più grande fustigatore.

Offline [GG]

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Re:Il tifoso della Lazio e la sconfitta
« Risposta #17 il: 28 Ago 2015, 14:57 »
Ma neanche per niente.
Le sconfitte bruciano a tutti, chi più chi meno.
Il malumore, almeno il mio, deriva dal fatto che la mia squadra queste PARTITE DECISIVE non se le è giocate al massimo delle sue possibilità. Le cause possono essere addebitate a molti fattori in particolare:
alla preparazione sbagliata (divisa in più periodi, anticipata, dall'altra parte del mondo sotto afa e caldo, non per tutti i giocatori perche molti ti sono arrivati dopo ma li ha fatti giocare lo stesso). Se non sei presentabile per le PARTITE DECISIVE allora potevi fare a meno di farla in questi modi;
alla campagna acquisti. Nessun giocatore tra quelli acquistati è sceso in campo titolare, mi sarei aspettato un paio di innesti "titolarissimi";
alla testa, o perchè il mister non ha saputo motivare adeguatamente i suoi giocatori facendogli capire la posta in palio ma non credo perchè nelle conferenze stampa e interviste vari tutti evidenziavano l'importanza delle sfide o perchè alcuni si sono ripresentato senza quella fame che avevano l'altro anno. E con la pancia piena non vai da nessuna parte...
Non so quale possa essere stato decisivo, magari un mix di tutti questi fattori IMHO ha inciso notevolmente.
Di più, contraddicendo quanto hai detto.
Non c'è nessun cambio nel tifoso laziale in rapporto alla sconfitta. La finale di coppa Italia persa con la Juve e giocata col coltello tra i denti non ha suscitato malumori (4 mesi fa!!).
La Lazio del meno 9, viene ricordata oltre che per aver raggiunto l'obiettivo salvezza anche perchè era un gruppo di giocatori/uomini con le palle e queste le hanno tirate fuori fino all'ultimo dei minuti.
Il LAZIALE ti porta sul palmo della mano per una vita se gli dimostri attaccamento alla maglia e alla sua storia. Diversamente, se vede mancanza di impegno, a maggior ragione se in presenza di obiettive qualità professionali, è il tuo primo e più grande fustigatore.


Grazie! Stavo scrivendo la stessa cosa!
Il problema non è perdere ma giocarsela e in supercoppa e in Germania la squadra non è esistita affatto.
Non pretendo di vincere sempre ma di giocare per farlo e pretendo che chi indossa quella maglia la onori sempre e soprattutto quando conta di più.
Poi i ragionamenti sull'origine del tifo vanno bene ma non c'entrano nulla sul perché uno si incazza quando fai mezzo tiro in porta in una partita da vincere

Offline ian

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Offline ian

Re:Il tifoso della Lazio e la sconfitta
« Risposta #18 il: 28 Ago 2015, 15:11 »
Quindi desumo che voi abbiate visto "scarso impegno".
Per me non è così: la squadra ha indubbiamente sbagliato tutto nella interpretazione della partita, vuoi per una questione di inesperienza, vuoi per, forse, una questione caratteriale e di immaturità, vuoi per la forza dell'avversario (never forget).

Ma di "scarso impegno" non parlerei.
Semmai questo gruppo ha dimostrato un impegno ed un attaccamento che erano ANNI che non si vedevano

Offline Eagles77

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Re:Il tifoso della Lazio e la sconfitta
« Risposta #19 il: 28 Ago 2015, 15:24 »
Secondo me non si può paragonare i tempi della tv in bianco e nero e delle radioline con l'epoca attuale che pretende il passaggio, non dico al caviale e champagne, ma almeno a du tartine come si deve.

Paragonare i tempi del -9 con l'era Lotito è un po' una forzatura a mio avviso, le aspettative sono diverse, lì sapevi il tuo valore e quindi pure Fiorini diventava idolo alla Maradona, ora passi da Lulic del 26 maggio al Lulic visto quest'anno e non pensi al 26 maggio. E te rode perchè gioca malissimo.

Il laziale per essere laziale, ha la cultura della sconfitta insita, ce nasci con la cultura della sconfitta per essere laziale, però se permetti se ho esultato con Fiorini perchè me tira fuori dal pantano, allo stesso modo me rode er chicchero quando vedo che dalla mediocrità non si riesce ad uscire pur sbandierando ai 4 venti aspettative di crescita sempre futuribile. Un futuro senza data ormai da anni e anni.

Quindi non è che si voglia emulare i peperonati, è che c'è stato anche un salto generazionale tra i tifosi, molti dei quali l'epoca dei -9 manco l'hanno vissuta.
E chi pure l'ha vissuta ora magari si aspetta di vedere una crescita, mica siamo masochisti che solo perchè siamo laziali allora dobbiamo accettare le sconfitte in maniera cavalleresca.
 

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