Il punto è che il tifo è di per sé un fenomeno irrazionale. Sostenere una squadra di calcio richiede sospensione dell'incredulità, adesione al senso del fantastico e del costruito, un po' come si guarda una serie tv o si legge un libro abbandonandosi all'evasione e prendendo per vere e importanti le vicende narrate.
Lo sport è, per l'appunto, narrazione. E la narrazione deve appassionarti affinché tu decida di sposare una causa, di lasciarti coinvolgere, di diventare parte attiva di quello che in fondo è finzione. La Lazio non ci porta guadagno (semmai portiamo noi guadagno a lei), non sa che esistiamo come singoli individui ma come massa indistinta di clienti, non è veramente parte del nostro progetto di vita personale. È lei che deve sedurre noi, non il contrario.
Se la narrazione non appassiona, bensì deprime, il gioco comincia a non valere più la candela, l'investimento emotivo diventa vano, non ricambiato, mal riposto. Così ci si disincanta, non si riesce più a sospendere l'incredulità di fronte a un magnaccia per cui tutto è solo interesse economico, in un calcio tutto business e zero sentimenti.
I soldi muoveranno sempre qualunque realtà umana, su questo non ci si può fare illusioni diverse, ma quando la cosa diventa così palese non è più possibile neanche fingere che quel mondo finzionale sia reale, giusto per evadere e svagarsi un po'.