La partita con la Juventus non c'entra nulla con quanto scritto. E' la visione della vita, anzi la costruzione di essa cioè di ognuno di noi, ad essere chiamata in causa. Ci suggerisce un orizzonte di cambiamento, rispetto a come viviamo. Un taglio netto. L'apertura di una crisi, un' elaborazione di noi stessi. La conoscenza della sconfitta (non calcistica eh) è la chiave della crisi (forse di ognuna). Non si entra in crisi se non si riconosce la sconfitta. Senza di essa non ci possono essere autentici cambiamenti. Il percorso difficile e doloroso, può portare dapprima ad un'astrazione dalla realtà, in un discendere agli inferi, intimo e lento. Successivamente non può che approdare alla stessa realtà, come ad un risveglio. Questa metamorfosi, ripeto dolorosa e poco moderna (perché in antitesi con essa) ci restituirà la nostra identità, una libertà in principio, la capacità di comprendere la realtà e gestirla, cioè guardarla in faccia non subirla passivamente. Essere se stessi, non la replica coatta di un modello imposto, una marionetta.
Tagliate i vostri fili. Soffrite coi vostri gesti...
Direi quindi "consoci te stesso" ma anche la realtà che ti circonda, mondata dalle innumerevoli falsità e quindi vicina al vero. Alla temibile verità. Solo così potremmo liberarci, renderci autenticamente indipendenti.
Lo sport e la passione Lazio fanno parte di noi, ma come si coniugano con la realtà? Con questa realtà? (non quella dello struzzo)
Per me male, malissimo. C'è una rottura tra il senso di piacere per il gioco del calcio (quella particolare emozione che si chiama Lazio e che nasce dall'infanzia) e la realtà aberrante di oggi. Solo intimamente, sostenendomi bambino, posso conservare (salvare direi) questo piacere e la passione per la Lazio. Strillare gol! Cioè incoerentemente.
Non parlandone più perché la parola calcistica è ormai laida, falsa, mostruosa e ipocrita. Lo scolo sudicio del sistema mediatico. E i gesti tecnici, soffocati dall'imperante fisicità? (il cui controllo determina tutti i risultati sportivi) E il potere calcistico, anarchico e [...], che genera soprusi e ingiustizie? Questo non è più un gioco... e noi chi siamo?
Ecco io sono cresciuto con l'idea di dover essere diverso da quei ragazzi che per vincere erano disposti a tutto. Ed erano volgari e spacconi, già avvezzi alla falsità, all'ipocrisia, all'opportunismo. Infidi dalla nascita. Privi del minimo senso di solidarietà, delle giovani carogne italiane.
Ingenuamente dividevo me e i laziali che conoscevo con gli altri, juventini e peggio romanisti.
Era così facile, forse perché ho simpatizzato sempre con ragazzi laziali di altro spessore. Sono stato fortunato.
Ma la "dritteria" di cui parla Pasolini è un'illuminazione.
"parlando del tifoso "romano" in genere, che nella propria squadra esalta la propria "dritteria". Non c'è grande differenza, in fondo, tra romanisti e laziali: un'identica "faccia malandrina" si lascia ammirare sotto i cappellucci di carta giallorossa o biancoceleste. Scrive Pasolini: Ciò che fa più soffrire e gioire il romano alla sconfitta e alla vittoria della sua squadra è l'idea dei discorsi che dovrà fare al bar o dal barbiere. Certo! Un "dritto" può forse perdere? E se vince, può forse non fare dell'ironia - magnanima - sui vinti?
E' la radice iniziale (e già allora condivisa) dello schifo comune di adesso.
Questa "dritteria" è degenerata in una maniacale e ossessiva modalità, che sostiene non il gioco del calcio, cioè la nostra passione infantile, ma il sistema di potere che attraverso il calcio, controlla i romani, Roma e anche l'Italia.
Muovendo i fili della passione lo spettacolo va avanti.
Ma quale spettacolo?