In tema di amarcord c'è da dire che l'estetica degli stadi italiani, prima degli scempi degli ultimi decenni, aveva una sua coerenza e una sua compattezza architettonica e "sociologica".
L'Olimpico di Roma, prima dell'orrendo coperchio, si distendeva armonicamente tra marmi e pini, aperto, arioso, elegante, luminoso di sole e del suo chiarore.
Il comunale di Firenze, prima dei lavori e prima che si chiamasse Artemio Franchi, offriva paeseggio e sezioni di dolce luce profonda.
Lo stesso comunale di Torino, nel suo rigore, restituiva il sapore di un contesto socio-economico; con la sua sobrietà rifletteva grigiore e humus industriale, rifletteva quindi il suo marchio di fabbrica ma anche le precise coordinate di una orgogliosa identità.
Poi si è affermato il modello di stadio inglese e/o nordeuropeo; si è affermato nei desiderata e in qualche realizzazione pratica, si è affermato nell'immaginario estetico degli amanti italiani del calcio.
Quando c'è da dire che lo stadio inglese è in realtà un modello aberrante di claustrofobia seriale: tribune che tolgono aria al campo, perdita di identità, di specificità territoriale e sociale, omologazione architettonica in un format che ignora lo spazio e la luce, incubo dickensiano che uccide fantasia e personalità.
Viva i vecchi stadi italiani e al diavolo la retorica dello stadio "per il calcio".
Viva la luce e lo spazio e fottetevi pure tra di voi in uno stadio "per il calcio", avvinghiati come in un quadro di Bruegel su tribune che cadono a picco da un cielo scuro che nessuno sembra più volere.