Eccomi qui, tre giorni dopo a testa più fredda ma ancora segnato.
Non so cosa si è detto e come ci si è posti rispetto all'evento di venerdì.
Riporto solo la mia testimonianza e il segno che mi ha lasciato.
Sarò preciso, quasi pignolo, qualcuno direbbe didascalico, come se fosse una lapide.
E, scusatemi, non penso che sarò breve.
Sono le 16:00 di venerdì 14 giugno 2024.
Usciamo di casa in largo anticipo per accompagnare mio figlio.
Ha la sua prima esposizione, una festa parrocchiale, roba semplice, ma avranno il loro stand con le opere in bella vista e tanta gente a guardare.
Voi direte, che c'entra?
Ci entrerà.
Sono quasi le 17 e mia moglie guarda il navigatore.
Solo 30 minuti dalla Romanina al Flaminio.
Il destino mi chiama.
Il GRA completamente libero, alle 17 di venerdì.
Le strade mi si aprono davanti semideserte neanche fosse il mar Rosso.
Parcheggio a Via della XXIV olimpiade, incrocio Viale Tiziano, esattamente a metà strada tra il Flaminio e Ponte Milvio.
Ci avviciniamo al Flaminio e cerco disperatamente gente "normale", magari anche un po' frollata come me.
Mia moglie, con quella sua aria disorientata e, sotto sotto, intimorita sembra ancora più ragazzina del solito.
Alle 17:30 siamo già tanti, almeno un migliaio, forse di più.
Se mia moglie è intimorita ma curiosa io sono come paralizzato.
Arrivo in fondo alla curva, poi torno indietro, poi mi sposto ancora, come se cercassi qualcosa.
La media di età è ancora piuttosto bassa, almeno per me, e quelli che vedo intorno mi sembrano tutti uguali, pure troppo.
Ci fermiamo all'ombra e da quel punto vediamo la gente che arriva, sempre di più.
Arrivano anziani, bambini, cani, ragazzini, padri di famiglia, gente in giacca e cravatta con il pc sulle spalle, stampelle, sedie a rotelle, palestrati e panze da birra.
Cominciano a sventolare le bandiere, partono i cori e i fumogeni.
Istintivamente mi spingo avanti, entro nella curva improvvisata.
Però non canto, mi guardo intorno come se aspettassi qualcuno, forse spero che da un momento all'altro spunti il me stesso di tanti anni fa che saprebbe integrarsi un po' meglio.
Però resto lì perchè voglio sentire cosa dicono e come lo dicono.
Il tono è autoreferenziale, come sempre, ma senza troppe derive.
Sono piuttosto attenti alle parole che usano anche se il tono è forse più esplicito del contenuto.
Noi siamo persone e non nickname, noi ci siamo sempre, noi, noi, noi... ma forse ci sta.
Del resto sono loro gli organizzatori.
Non ce la faccio a stare lì in mezzo, non c'entro niente.
Mi allontano un po' ma resto sempre in zona.
Mi rendo conto che non mi sto godendo il momento, effettivamente eccezionale, per paura di quello che potrei vedere o sentire, per paura che qualcuno metta una pietra tombale sul mio pensiero di Lazialità.
Mi sciolgo solo in qualche abbraccio a mia moglie che capisco come possa stare peggio di me in quella bolgia.
Però quello che mi vedo girare intorno in buona parte comincia a piacermi.
Maglie di tutte le stagioni.
Molte nuove ma tante dell'era Cragnotti, addosso a tutti, "vecchi" come me ma anche tanti ragazzi che ai tempi non c'erano.
Comincio a rilassarmi e forse è decisivo un ragazzo di fronte a me che al telefono con un amico gli chiede "Ndo stai? Sotto na bandiera biancazzurra? Allora te becco subito!".
Ridiamo insieme ed è la prima risata del pomeriggio.
Quando si parte per il corteo mi rendo conto che siamo un mare di gente.
Il corteo marcia in ordine e compatto anche grazie al lavoro dei ragazzi in maglia verde che fanno da servizio d'ordine per incanalare tutti.
Tutto gli si può dire meno che non sono organizzati.
La gente ci guarda e saluta dai balconi, qualcuno con la sciarpa.
Mi sento a casa finalmente, la testa e il cuore sono leggeri ma ci sono volute 4 ore!
Non mi sento più minacciato.
Sia chiaro, non parlo di minaccia fisica ma verso i sentimenti, verso il mio senso di appartenenza.
Sono talmente tranquillo che cammino quasi in prima fila, un po' decentrato ma lì davanti.
E proprio lì che alle 21:00 circa vedo e sento LA PRIMA FILA che fa partire Ragazzi di Buda...
Un calcio in bocca avrebbe fatto meno male.
Mi sento circondato.
Non è certo la prima volta che in ambiente da stadio mi trovo in mezzo a cori fuori luogo.
Stavolta però è un mare, un mare di mani a paletta, un mare di braccia alzate che neanche a Berlino ai tempi belli.
Un mare, un mare di merda!
Vedo un bambino, massimo 10 anni, che sulle spalle del padre canta a squarciagola con saluto d'ordinanza.
Cantano con la veemenza e l'ardore con cui si canta il proprio inno!
Poi parte il vomitevole SS SS Lazio.
Non ragiono più, mi vergogno, mi vergogno di esserci, di essere associato a questa fogna, di averci trascinato mia moglie.
La mia apprensione di pochi minuti prima sbotta in rabbia.
Bestemmio tutto quello che c'è da bestemmiare, urlando più di loro.
Prendo mia moglie per mano e la trascino fuori da quella merda, urlando, imprecando.
Sarà una mia impressione o forse solo una speranza ma vedo altre persone svicolare fuori dal corteo, in maniera meno irruenta.
Il destino, la mano divina che ha accompagnato la giornata si manifesta in due modi.
Il primo è che sono ancora vivo e incolume.
Dal ponte di comando e tra i ranghi erano troppo presi dal loro inno per accorgersi della crisi di nervi di un barbuto cinquantenne che, forse per l'ultima volta, si è sentito vecchio e fuori posto, in quella che considera da sempre casa sua.
Mia moglie mi ha letteralmente salvato la vita perchè senza di lei non mi sarei preoccupato di allontanarmi mentre sfogavo la mia rabbia e magari avrei attirato di più l'attenzione.
Il secondo è che succede tutto all'incrocio con Viale della XXIV olimpiade, a 50 metri dalla mia auto.
Ancora una volta qualcuno mi indica la via.
Tremo, ho un groppo in gola, gli occhi gonfi.
Mi siedo sul marciapiede con la testa tra le mani e continuo a maledirli.
La rabbia non mi fa cominciare a piangere altrimenti sarei ancora seduto su quel marciapiedi a singhiozzare.
Il programma di una cena veloce a Ponte Milvio non esiste più.
Prendo mia moglie e quel poco che rimane del mio amore infantile e puro per qualcosa che non riconosco più e me ne vado.
Dopo uno salto al Burger King vicino casa andiamo a riprendere mio figlio.
Passata l'ira è rimasta l'amarezza, la delusione, la solitudine, ma provo a tenermela dentro.
Arriviamo allo stand e vedo mio figlio e il suo amico con il cavalletto aperto che dipingono sorridenti in mezzo alle loro opere esposte.
La serenità e la pulizia di quegli occhi sorridenti sono come una iniezione di tranquillante.
Mi rilasso, sorrido, sono a casa e questa non me la tocca nessuno!
Quegli occhi profondi e sereni di un ventiduenne sono un raggio di luce nella tenebra di quel bambino con il braccio teso.
Un giovane uomo di 22 anni che esprime felice la sua passione fanciullesca contro un bambino costretto a fare "l'uomo" nella maniera più abietta.
Mia moglie prima e mio figlio poi mi hanno salvato da una sofferenza che mi sarei portato dentro non so per quanto.
Alla fine però cosa resta?
A bocce ferme e testa più fredda l'evento è stato epocale, sicuramente riuscito.
Nei numeri, nei tempi, nei luoghi, nel rispetto delle regole imposte dal momento.
Poi c'è stata la pisciatina per marcare il territorio che ha abbassato il livello e delimitato l'utenza.
Si è organizzata una manifestazione per dare voce a tutti quelli che si sentono defraudati dall'atteggiamento di un uomo che per il suo interesse personale, hai usato il nome del "popolo Laziale" per pretendere di rappresentare tutti e poi fai esattamente la stessa cosa.
Per acchittarti i caxxi tuoi, per un tuo mero e squallido interesse personale escludi tutti quelli che erano lì per altro.
Purtroppo quello che ho visto è lo specchio di una società attuale sempre più incanalata in quel buco nero, non è qualcosa di esclusivo del nostro ambiente.
Però dalle nostre parti si è iniziato da tempo e il cancro è talmente diffuso che vive di vita propria, non ha nemmeno più bisogno dell'ospite.
Fino a qualche anno fa i cori e gli atteggiamenti da nuovi balilla c'erano sempre ma erano isole, magari numerose e sempre pià grandi.
Oggi le isole siamo noi, e sempre più piccole in mezzo a onde alte, minacciose e tese, come le loro mani.
Io ho capito che non è più cosa per me, lo stadio soprattutto.
Non è più casa mia e forse non lo sarà più.
Quella tachicardia, quella rabbia, quella aggressività che avevo addormentato con i miei tre mesi di astinenza e uscita fuori come un vulcano.
Mi sono sentito male e ancora oggi sento quel tremore addosso, come nei giorni seguenti un'attacco di panico.
Il cancro non lo posso sconfiggere perchè una società marcia lo ha classificato come normalità.
Spero con il mio sacrificio a distanza di contribuire a sconfiggere almeno l'Alzheimer Lotito.
Del resto lì parliamo di una persona sola, che nonostante quello che pensa non è eterno.
Spero solo di esserci per vedere, almeno a distanza, una rappresentanza visiva del mio primo amore più vicino a quello che vorrebbe vedere ancora il mio cuore.
Come ho detto tempo fa a mia moglie, il mio amore più grande, "vicino a te è come se avessi sempre vent'anni".
Venerdì 14 giugno 2024, stando vicino al mio primo amore mi sono sentito vecchio e fuori posto.
E questo non è amore.
Come ho già detto, non smetterò mai di volerti bene Lazio mia, ovunque tu sia andata a finire.
Spero di smaltire un po' della mia sofferenza con l'estate... ma non ci credo tanto.