Di Signori ho due ricordi "personali".
Il primo è, come molti di noi, legato ai suoi gol. Tanti gol, quasi troppi, per noi che stavamo rinascendo e iniziavamo a coltivare la speranza di essere presto grandi. Quel Signori che poi in Coppa UEFA, inspiegabilmente, steccava per un motivo o per l'altro. Quel Signori che per primo mi fece andare fiero di essere della Lazio, perché era il capocannoniere, perché segnava ai derby, perché ce l'avevo al fantacalcio, perché correva sotto la curva e s'appendeva alla vetrata che manco c'arrivava.
Il secondo è di pochi anni fa, e lui aveva già smesso col calcio. Lo incontrai in un albergo dei Parioli. Io ero lì per una festa di famiglia, lui era nella hall da solo a giocare col telefonino.
L'ho riconosciuto subito, e per quanto di solito non me ne freghi nulla dei calciatori fuori dal campo, per Beppe feci un'eccezione e lo andai a salutare. Tanto grande la mia emozione, quanto enorme il suo disinteresse e la sua freddezza. Magari è un tipo schivo, magari quel giorno gli rodeva, ma io ci rimasi male.
Lì ebbi la conferma che il calciatore e la persona sono due entità sacrosantamente distinte. Il primo ti deve emozionare con un gol, una parata, un tackle. L'altro può essere simpatico come il tuo compagno di banco del liceo o triste come il tuo capo in ufficio. Non è quello però il motivo per cui lo conosci.
Beppe resterà un mio mito, una mia bandiera, a prescindere da quello che possa aver eventualmente combinato ultimamente. Anche perché: (1) è innocente fino a prova contraria; (2) al momento sembra essere più un giocatore accanito che un camorrista.