Ho deciso. Ho gettato la spugna.
Sino all'ultimo non riuscivo a fare una scelta. Se andare o meno allo stadio.
Da una parte, la voglia di vedermi anche questa finale dal vivo (l'ultima ero con mio figlio di 5 anni, la prima, nel '98, con mio nonno che non c'è più) e la cronica incapacità di vivere le partite a casa.
Dall'altra, il desiderio di guardare la finale con i miei figli e la preoccupazione di portarli allo stadio, con attraversamento di Ponte Milvio e zone limitrofe.
Alla fine, con la morte nel cuore, ha prevalso quest'ultima alternativa.
Con il pensiero dei tre pargoli da "gestire" non sarei riuscito a concentrami neppure un attimo sulla partita (ho ancora in gola la sensazione del fumo acre dei lacrimogeni del derby sospeso, quando, alla palla degli esteri, un poliziotto voleva manganellare mio padre reo di sentirsi male). E, per quanto sia un sacrificio sedermi sul divano, questi sono momenti che, chi ha una famiglia con cui condividere simili sensazioni, non può vivere da solo.
Perciò fisicamente non ci sarò. E, a chiunque voglia, chiedo di urlare e cantare anche con la mia ugola.
Però prometto che, soffrendo a poco più di un chilometro di distanza dalla stadio, la nostra Lazio la sosterrò con tutto quel che avrò dentro, sperando che un qualche refolo delle mie trepidazioni possa arrivare sin dentro all'Olimpico.