circola sul web una foto di un gruppo, consistente, di tifosi laziali in partenza per Atene, destinazione panathinaikos-Lazio
non è una foto rubata, non è un quadro messo li per procurar guai ai volti ritratti, non c'è colpa alcuna, non c'è nessun reato, è una immagine scattata dai protagonisti stessi, una immagine che i protagonisti esibiscono con (giusto) orgoglio e con (sacrosanta) soddisfazione
quella foto a me suggerisce una riflessione. conclusiva, assoluta, ineludibile. a quella foto si è arrivati al culmine di oltre mezzo secolo di storia ultras, in Italia in particolare e in Europa in generale. bene: se nell'arco breve di qualche anno non si è capaci - uso l'impersonale perché i soggetti di questa vicenda sono, ma sarebbe meglio dire siamo, troppi per tentarne un elenco, qui, ora - di scattare una foto radicalmente e totalmente diversa da quella di ieri, il calcio italiano non riuscirà in nessun modo a ripercorre in senso inverso la strada che dagli stadi lo ha portato al salotto di casa davanti alla televisione
i protagonisti di quella foto, che esibiscono con tanto orgoglio coraggio e appartenenza, probabilmente non lo sanno ma altro non sono che testimoni - non i soli, non gli ultimi - di una sconfitta che rischia di diventare irreversibile. sono nati, più o meno cinquant'anni fa, in stadi ribollenti di gioia, di rabbia, di passione, in stadi straripanti di gente e di tifo. oggi si esibiscono in fortini semideserti e militarizzati, in stadi tristi, cupi, rassegnati all'odio e dimentichi di ogni allegria. nati per cambiare il tifo (della gente, delle masse, del popolo) negli stadi, eccoli testimoni di stadi in cui il tifo (della gente, delle masse, del popolo) non c'è ormai quasi più
si dirà, non senza ragione: se molti dei protagonisti di quella foto sono gli stessi che, per le partite casalinghe della Lazio organizzano il "terzo tempo", è evidente che c'è chiarezza sulla importanza di riavere la gente negli stadi, sulla necessità di reinserire in quella foto le facce che mancano, i visi delle persone anziane, delle famiglie, dei bambini, i volti sorridenti di chi non parte per la guerra, le sciarpe biancocelesti, lo sventolio allegro delle bandiere laziali. auguriamoci che sia così, auguriamoci che quella foto, al di la della fierezza con cui viene esibita, altro non sia che un episodio, tutto sommato poco significativo, di un percorso che tutti noi speriamo di lasciarci alle spalle
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