Citazione di: Palo il 06 Mag 2025, 07:57[...] "dentro" al Flaminio ci puoi fare quasi tutto quello che vuoi [...]
Attenzione però: credo che la discussione si sia orientata verso una visione un po' troppo da autogrill dello stadio. Una sorta di labirinto dove sei costretto a passare anche solo per andare in bagno, mentre ti sfilano davanti la ventricina di Chieti, la zizzona di Battipaglia e un gratta e vinci.
Ecco, quando parlo di esperienza, intendo tutt'altro.
È un po' come accade negli aeroporti: prima di raggiungere il tuo gate – dove ti aspetta una scomoda seggiola in plastica – sei obbligato a passare per un centro commerciale in miniatura (a volte nemmeno tanto "mini").
Certo, tutto questo ha un suo peso, ma resta comunque una visione limitata e miope. Un modello che ti fa sentire cliente, ma in modo passivo, e quindi poco coinvolgente.
Chi ha scritto che "se il panino e la birra li pago meno dallo zozzone a Ponte Milvio, alla lunga preferirò comunque andare dallo zozzone", ha perfettamente ragione.
E allora è chiaro che l'offerta food, per rappresentare una voce di ricavo significativa, dovrà esplorare strade nuove. Strade che non siano legate solo al prezzo, ma che puntino alla qualità dell'esperienza. Non è facile, certo, ma necessario.
Per me, quando parlo di esperienza, bisogna partire da una visione più ampia: da quando il tifoso esce di casa fino a quando ci rientra.
In Italia, oggi, l'esperienza stadio è ancora legata esclusivamente al vedere la partita. Pago un biglietto per vedere una partita.
Questo mi porta inevitabilmente a confrontare il vedere la partita allo stadio con altri modi di fruirla: in TV, sullo smartphone, in un pub, o anche – diciamolo – con il pezzotto.
E in quel confronto, lo stadio perde. È l'opzione più scomoda, complicata e meno flessibile.
A tutto questo si aggiunge una visione novecentesca del tifoso come massa indistinta, trattata in condizioni che altrove sarebbero inaccettabili.
Condizioni che, tra l'altro, favoriscono la nascita e la diffusione di fenomeni malavitosi come quelli che conosciamo bene, da San Siro fino a Roma.
Ecco perché è fondamentale arricchire l'esperienza complessiva. Come? Ovviamente non con soluzioni semplicistiche da forum. Servono studi seri, visioni integrate, idee.
Ma di una cosa sono certo: bisogna superare la logica da duty-free o centro commerciale. L'esperienza stadio non deve ridursi a far aprire il portafoglio a ogni angolo. Anzi, si può pensare anche a un valore aggiunto non commerciale.
Questo approccio risolverebbe anche molte delle perplessità espresse da WBB. Senza contare che le opportunità offerte dal digitale sono enormi e ancora poco esplorate.
Alcuni esempi esistono già. L'aquila Olympia che vola prima del fischio d'inizio è un'esperienza. I giochi di luci e la musica dopo la partita lo sono.
Piccole cose, certo, ma che nessuno può vivere dal divano.
E altre se ne potrebbero aggiungere, anche digitali. Il punto è che se l'esperienza si limita a: "arrivo – mi siedo – guardo la partita – me ne vado", allora sì, il divano vince.
Tutti i discorsi sul prezzo partono da questa evidenza.
E poi c'è un altro tema enorme: il comfort.
Parliamo di accessi e deflussi più fluidi, magari con sistemi che scaglionano l'ingresso. Servizi igienici puliti e funzionanti. Posti comodi e ben mantenuti. Tutto ciò che dovrebbe essere il minimo sindacale in un'offerta che voglia definirsi moderna e accogliente.
In sintesi: solo offrendo una vera esperienza – che coinvolga l'intero percorso del tifoso – potremo disinnescare il tema del prezzo. Perché, se la soddisfazione cresce, cresce anche la disponibilità a pagare.
E questa, da sempre, è la chiave di ogni successo commerciale.