Tutta la Lazio che siamo

Aperto da arkham, 27 Mar 2014, 13:31

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Freezer67

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Pur riconoscendo i meriti al presidente della Lazio credo che questa frase identifichi al meglio gli umori di tanti semplici tifosi


E quando abbiamo scelto di essere laziali abbiamo scelto di appartenere alla Lazio, non a lei


Grazie arkham, grazie

Mocambo

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Che splendido messaggio. Se solo Lotito lo leggesse, finalmente capirebbe.

arkham

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Secondo me non hai capito quello che ho scritto, perché scrivi cose parzialmente condivisibili ma che non c'entrano nulla con il mio post.
Comunque, visto che ti sei fermato al 26 maggio, ti faccio notare che allo stadio non ci vanno più nemmeno parecchi di quelli che quel giorno lì c'erano.
E non ho parlato di laziali più laziali di altri o di lusso sfrenato perché al popolo è tutto è dovuto, lo hai fatto tu.

orchetto

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vabbè però non si può far finta che l'appello sulle radio è che il 12 maggio è la partita di quelli che non vanno in campionato da stasera il tam tam è quello

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arkham

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Citazione di: orchetto il 27 Mar 2014, 21:51
vabbè però non si può far finta che l'appello sulle radio è che il 12 maggio è la partita di quelli che non vanno in campionato da stasera il tam tam è quello

Orchetto, ce l'avevo con V.

Comunque adesso forse cercheranno di dare un senso diverso alla partita del 12 maggio, ma prima dell'appello dei radiati, sono stati venduti più biglietti di quanti se ne siano venduti per la partita più importante della stagione col Parma, o con l'Atalanta, o col Milan.

orchetto

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Citazione di: arkham il 27 Mar 2014, 22:04
Orchetto, ce l'avevo con V.

Comunque adesso forse cercheranno di dare un senso diverso alla partita del 12 maggio, ma prima dell'appello dei radiati, sono stati venduti più biglietti di quanti se ne siano venduti per la partita più importante della stagione col Parma, o con l'Atalanta, o col Milan.
appunto e non è un bene chi non sa viversi il presente non vivrà mai bene e sarà sempre insoddisfatto

seagull

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Citazione di: arkham il 27 Mar 2014, 13:31
Attenzione: trattasi di topic lungo e palloso!  :=))

Quando abbiamo scelto la Lazio non sapevamo nemmeno quanti e quali fossero i trofei nella nostra bacheca, i campioni che avevano vestito la nostra maglia, i miti e le leggende che anche noi avremmo contribuito ad alimentare con il nostro racconto, quello della squadra con l'aquila come simbolo e i colori del cielo come bandiera.
 
Quando abbiamo scelto la Lazio lo abbiamo fatto per simpatia verso i colori, forse verso un giocatore più carismatico di altri, più probabilmente per amore verso qualcun altro che amava quella stessa squadra.

Quando abbiamo scelto la Lazio ci siamo riconosciuti in una comunità: non abbiamo scommesso sulla squadra più forte, nemmeno lo abbiamo fatto per sole ragioni di appartenenza territoriale, offrendo la città un'alternativa più o meno dello stesso livello, talvolta anche con maggiore appeal.

Eppure abbiamo scelto la Lazio.

Abbiamo scelto di appartenere a questa Società sportiva, (come disse un laziale vero qui dentro, "non siamo la Lazio, le apparteniamo"), ne abbiamo fatto un ideale e ci siamo fatti al tempo stesso fruitori e portatori di una mentalità, di una storia, di una tradizione, che non possiamo che sentire come unica e insostituibile.

La Lazio che siamo è anche e soprattutto la Lazio che siamo stati, la somma di tutte le Lazio che ci hanno accompagnato, dal vivo o nei racconti, nelle cronache di vecchi giornali o nelle leggende che abbiamo deciso di accettare acriticamente, miti fondanti della nostra appartenenza.
Un'appartenenza fatta di simboli, di riti, di uomini, canti, parole e storie che si sommano da 114 anni. Centoquattordici, un numero difficile pure da scrivere.

Il 12 maggio festeggeremo uno dei punti più alti, più belli, più appassionanti e più caratterizzanti della nostra storia ultrasecolare. E lo faremo circondando un campo di calcio di amore e colori. In una parola, di lazialità. Quel giorno dovrà essere la celebrazione del nostro modo di essere tifosi. La celebrazione che ognuno di noi farà del giorno in cui ha scelto la Lazio.   
Il mio augurio è che nessuno osi sporcare una celebrazione così solenne, festosa, necessaria, meritata. Nessuno dia a quella giornata colori che non siano quelli della lazialità più pura, della lazialità storica.

Ma non si vive solo di passato.
Noi siamo anche la Lazio che perde a Genoa, che sbaglia il mercato, che vive delle frustrazioni quotidiane di una stagione sballata e sogna una gestione diversa di quella che è il nostro presente.
Perché il nostro presente, oggi, si chiama ancora S.S. Lazio 1900. La Lazio di oggi è quella che ricorderemo domani, quando Ledesma si sovrapporrà a Wilson e ai tantissimi altri che, con alterne fortune, hanno vestito quei colori.
Eppure per la partita del 12 maggio ci saranno il doppio, il triplo dei tifosi presenti mediamente per quelle della Lazio in campionato. Perché?
Perché la Lazio presente ha voluto tirare una linea, tracciare un solco insormontabile fra lei e tutto quello che prima di lei è stato. Di Canio, Mimmo Caso, Papadopulo, poi il nulla: come se la storia fosse iniziata il 19 luglio 2004 e non il 9 gennaio 1900.
Ovviamente nessuna squadra può vivere di tradizione e di ricordo: alla fine quello che conta è il campo, l'erba di oggi, la palla in rete: il Toro scalda il cuore dei tifosi granata con Immobile, mica solo con il ricordo di Mazzola o quello di Graziani e Pulici. Il gioco è così, si va avanti, il cast si rinnova ma il film è sempre lo stesso, non finisce mai.

Solo che il film qualche volta fa schifo.

Se la regia non eccelle e non riesci ad appassionarti alla trama, che proprio spunti non ne dà, provi almeno a seguirlo per affetto verso gli attori di cui sei da sempre fan. Ma se non ci sono più, nel cast? Se anzi hai la sensazione netta di essere finito in un altro film rispetto a quello che stavi guardando?

Quello che Lotito non ha capito, è che quando abbiamo scelto la Lazio, abbiamo scelto una storia, ci siamo riconosciuti in essa, abbiamo deciso di amarla, esattamente come avremmo fatto per un film meraviglioso che abbiamo già visto ma che rivediamo sempre volentieri, senza la curiosità della prima volta ma con un amore magari accresciuto: in fondo non amerò nessuno come ho amato Monelli e Ruben Sosa, Signori e Nesta, quando mi scoprivo laziale, quando sceglievo la Lazio; eppure ho amato tutti quelli che sono venuti dopo, che hanno indossato quei colori. Nessuno escluso.

Adesso si dice che i laziali non vadano più allo stadio e io mi ritrovo a chiedermi perché dovrebbero andarci. Lo so è una provocazione, perché la maglia è quella, si amano solo i colori. La storia è sempre quella.
Ma se la storia è sempre quella, tu quella storia la devi rispettare, la devi onorare, la devi addirittura tramandare.

Quando è morto Giorgio Chinaglia il sito dello Swansea onorò un pezzo della sua memoria dedicandogli l'intera home page lustrata a lutto. La S.S. Lazio si limitò a un comunicato di due-righe-due in cui si dava seccamente la notizia, fra la pubblicità di un cappellino e le info sulla vendita dei biglietti per la partita successiva.
Forse non è un caso se, vittorie a parte e 26 maggio su tutte, lo stadio più laziale che ho visto negli ultimi dieci anni l'ho visto in Lazio-Napoli, quando finalmente si ricordò come meritava uno dei personaggi più importanti e più amati della nostra storia.

Una storia che Lotito ha scelto di non cavalcare, se non controvoglia, con trovate apprezzabili dell'ufficio marketing (cui bisogna comunque dare merito), ma senza il calore di una sentita, vera e rivendicata appartenenza. Che Lovati non sia morto con l'aquila sul petto io la considero ancora oggi una ferita più grave della cessione di Hernanes.

Ma se decidi in un atto autolesionistico di non utilizzare quella storia, di scriverne una completamente nuova, devi essere capace di scriverne una più bella. Non puoi abbandonare la lazialità che abbiamo coltivato per offrire uno spettacolo che non sia esaltante, inebriante, che non faccia girare la testa a forza di mettere in fila i sogni, depennando quelli che mano a mano si realizzano.

Cragnotti fece così. Nemmeno lui riportò Di Canio, anzi cedette Sosa, Gregucci e Pin, e poi Winter, Vieri, Nesta, Veron e Nedved, ma ogni volta scrivendo, disegnando, inventando e facendoci immaginare una Lazio che incantava (finché c'è riuscito).

Lotito, cui ho sempre riconosciuto grandissimi meriti, tutto questo non sa farlo, non vuole farlo o semplicemente non può farlo, non fa alcuna differenza.
Però non ha mai voluto riconoscere quei centoquattro anni che lo hanno preceduto, e che proprio lui ha salvato in quei disperati giorni di luglio.
Anche il tifoso laziale più equilibrato questa scelta non l'ha mai capita, l'ha accettata e ha giudicato il Presidente per quello che sapeva fare, faticando sempre un po', a dire il vero, a riconoscerne la continuità con quelli che lo avevano preceduto in campo, in società, persino sugli spalti. Però da molti Lotito è stato apprezzato, magari in silenzio, perché i risultati del suo lavoro si sono visti. Credo che meriterebbe un posto fra quelli che alla Lazio hanno saputo dare tanto, se contemporaneamente non avesse quasi scientemente contribuito ad aumentare il distacco con quelli cui alla fine avrebbe dovuto rivolgersi, i tifosi.

Non la Curva, ma i tifosi.

Quando Lotito ha scelto di comprare la Lazio, ha scelto di impersonarla da solo, nel bene e nel male, di essere l'unica Lazio che abbiamo, cancellando le tracce di quella passata e denigrandoci quando ci siamo azzardati ad immaginarne una futura, più bella e splendente, mentre parlavamo de pallone.

Lotito ha scelto di cancellare tutta la Lazio che siamo stati, ha coraggiosamente rinunciato a gestire il passato, richiamandolo solo per ricordarci i momenti in cui stavamo peggio e costringendoci a vivere in un eterno presente.
In questo eterno presente però, non tutto quadra: ci fa vedere all'infinito lo stesso film, solo che stavolta non lo abbiamo scelto noi, e degli attori che amiamo non ce n'è più nemmeno uno.

Questo non è lo stesso film che stavamo guardando Presidente, ne prenda atto. Ci dia qualcosa per cui dovremmo riconoscerlo, se non vuole che noi si smetta di guardarlo, ma soprattutto di sentirlo nostro.
Non siamo i suoi nemici, non abbiamo altri interessi che non siano una Lazio bella e amata. Non tutti, almeno. Ma noi siamo la Lazio più di quanto potrà mai esserlo lei, perché è nei nostri ricordi e nei nostri racconti che la Lazio vive, non nell'atto notarile che dimostra che lei ne detiene il pacchetto di maggioranza.

La Lazio non le appartiene, perché la Lazio siamo soprattutto noi.
E quando abbiamo scelto di essere laziali abbiamo scelto di appartenere alla Lazio, non a lei.
Non so se avrà ancora una possibilità, se avrà il tempo e la voglia di capire tutto questo, ma io spero davvero che possa farlo, che possa capire tutta la Lazio che siamo.
È per noi che deve scrivere le storie.
Se non vuole (non sa o non puo) farlo, vada altrove, o saremo noi a cancellarla dalla nostra.

Grande, grandissimo.

:band1:

Palo

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Le troppa delusione di ieri sera, vissuta, peraltro, in un albergherò bavarese in cui beccare una connessione internet era come trovare una parla nera nel golfo di Napoli, e le incacchiature per alcuni topic letti nei giorni scorsi, mi avevano portato a pensare di isolarmi per un po' di tempo, dal forum e, chissà, dal "divano" ...

Grazie ad Arkham la necessità di esprimere tutto il mio consenso con quanto da lui scritto mi ha spinto a cliccare su "rispondi".

Bel post che copierò ed incollerò sul mio, personalissimo, blog a zero visite a fianco di altre perle trovate su questo forum.

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arkham

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se me lo segnali in pvt, magari diventa un blog a una visita :)

Splash

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Grande Arkham! Nonostante non sia d'accordo con qualche punto l'idea generale del post (e pure la forma) è talmente condivisibile che non voglio discutere nulla.

Aquila Romana

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Citazione di: arkham il 27 Mar 2014, 13:31
Attenzione: trattasi di topic lungo e palloso!  :=))

Quando abbiamo scelto la Lazio non sapevamo nemmeno quanti e quali fossero i trofei nella nostra bacheca, i campioni che avevano vestito la nostra maglia, i miti e le leggende che anche noi avremmo contribuito ad alimentare con il nostro racconto, quello della squadra con l'aquila come simbolo e i colori del cielo come bandiera.
 
Quando abbiamo scelto la Lazio lo abbiamo fatto per simpatia verso i colori, forse verso un giocatore più carismatico di altri, più probabilmente per amore verso qualcun altro che amava quella stessa squadra.

Quando abbiamo scelto la Lazio ci siamo riconosciuti in una comunità: non abbiamo scommesso sulla squadra più forte, nemmeno lo abbiamo fatto per sole ragioni di appartenenza territoriale, offrendo la città un'alternativa più o meno dello stesso livello, talvolta anche con maggiore appeal.

Eppure abbiamo scelto la Lazio.

Abbiamo scelto di appartenere a questa Società sportiva, (come disse un laziale vero qui dentro, "non siamo la Lazio, le apparteniamo"), ne abbiamo fatto un ideale e ci siamo fatti al tempo stesso fruitori e portatori di una mentalità, di una storia, di una tradizione, che non possiamo che sentire come unica e insostituibile.

La Lazio che siamo è anche e soprattutto la Lazio che siamo stati, la somma di tutte le Lazio che ci hanno accompagnato, dal vivo o nei racconti, nelle cronache di vecchi giornali o nelle leggende che abbiamo deciso di accettare acriticamente, miti fondanti della nostra appartenenza.
Un'appartenenza fatta di simboli, di riti, di uomini, canti, parole e storie che si sommano da 114 anni. Centoquattordici, un numero difficile pure da scrivere.

Il 12 maggio festeggeremo uno dei punti più alti, più belli, più appassionanti e più caratterizzanti della nostra storia ultrasecolare. E lo faremo circondando un campo di calcio di amore e colori. In una parola, di lazialità. Quel giorno dovrà essere la celebrazione del nostro modo di essere tifosi. La celebrazione che ognuno di noi farà del giorno in cui ha scelto la Lazio.   
Il mio augurio è che nessuno osi sporcare una celebrazione così solenne, festosa, necessaria, meritata. Nessuno dia a quella giornata colori che non siano quelli della lazialità più pura, della lazialità storica.

Ma non si vive solo di passato.
Noi siamo anche la Lazio che perde a Genoa, che sbaglia il mercato, che vive delle frustrazioni quotidiane di una stagione sballata e sogna una gestione diversa di quella che è il nostro presente.
Perché il nostro presente, oggi, si chiama ancora S.S. Lazio 1900. La Lazio di oggi è quella che ricorderemo domani, quando Ledesma si sovrapporrà a Wilson e ai tantissimi altri che, con alterne fortune, hanno vestito quei colori.
Eppure per la partita del 12 maggio ci saranno il doppio, il triplo dei tifosi presenti mediamente per quelle della Lazio in campionato. Perché?
Perché la Lazio presente ha voluto tirare una linea, tracciare un solco insormontabile fra lei e tutto quello che prima di lei è stato. Di Canio, Mimmo Caso, Papadopulo, poi il nulla: come se la storia fosse iniziata il 19 luglio 2004 e non il 9 gennaio 1900.
Ovviamente nessuna squadra può vivere di tradizione e di ricordo: alla fine quello che conta è il campo, l'erba di oggi, la palla in rete: il Toro scalda il cuore dei tifosi granata con Immobile, mica solo con il ricordo di Mazzola o quello di Graziani e Pulici. Il gioco è così, si va avanti, il cast si rinnova ma il film è sempre lo stesso, non finisce mai.

Solo che il film qualche volta fa schifo.

Se la regia non eccelle e non riesci ad appassionarti alla trama, che proprio spunti non ne dà, provi almeno a seguirlo per affetto verso gli attori di cui sei da sempre fan. Ma se non ci sono più, nel cast? Se anzi hai la sensazione netta di essere finito in un altro film rispetto a quello che stavi guardando?

Quello che Lotito non ha capito, è che quando abbiamo scelto la Lazio, abbiamo scelto una storia, ci siamo riconosciuti in essa, abbiamo deciso di amarla, esattamente come avremmo fatto per un film meraviglioso che abbiamo già visto ma che rivediamo sempre volentieri, senza la curiosità della prima volta ma con un amore magari accresciuto: in fondo non amerò nessuno come ho amato Monelli e Ruben Sosa, Signori e Nesta, quando mi scoprivo laziale, quando sceglievo la Lazio; eppure ho amato tutti quelli che sono venuti dopo, che hanno indossato quei colori. Nessuno escluso.

Adesso si dice che i laziali non vadano più allo stadio e io mi ritrovo a chiedermi perché dovrebbero andarci. Lo so è una provocazione, perché la maglia è quella, si amano solo i colori. La storia è sempre quella.
Ma se la storia è sempre quella, tu quella storia la devi rispettare, la devi onorare, la devi addirittura tramandare.

Quando è morto Giorgio Chinaglia il sito dello Swansea onorò un pezzo della sua memoria dedicandogli l'intera home page lustrata a lutto. La S.S. Lazio si limitò a un comunicato di due-righe-due in cui si dava seccamente la notizia, fra la pubblicità di un cappellino e le info sulla vendita dei biglietti per la partita successiva.
Forse non è un caso se, vittorie a parte e 26 maggio su tutte, lo stadio più laziale che ho visto negli ultimi dieci anni l'ho visto in Lazio-Napoli, quando finalmente si ricordò come meritava uno dei personaggi più importanti e più amati della nostra storia.

Una storia che Lotito ha scelto di non cavalcare, se non controvoglia, con trovate apprezzabili dell'ufficio marketing (cui bisogna comunque dare merito), ma senza il calore di una sentita, vera e rivendicata appartenenza. Che Lovati non sia morto con l'aquila sul petto io la considero ancora oggi una ferita più grave della cessione di Hernanes.

Ma se decidi in un atto autolesionistico di non utilizzare quella storia, di scriverne una completamente nuova, devi essere capace di scriverne una più bella. Non puoi abbandonare la lazialità che abbiamo coltivato per offrire uno spettacolo che non sia esaltante, inebriante, che non faccia girare la testa a forza di mettere in fila i sogni, depennando quelli che mano a mano si realizzano.

Cragnotti fece così. Nemmeno lui riportò Di Canio, anzi cedette Sosa, Gregucci e Pin, e poi Winter, Vieri, Nesta, Veron e Nedved, ma ogni volta scrivendo, disegnando, inventando e facendoci immaginare una Lazio che incantava (finché c'è riuscito).

Lotito, cui ho sempre riconosciuto grandissimi meriti, tutto questo non sa farlo, non vuole farlo o semplicemente non può farlo, non fa alcuna differenza.
Però non ha mai voluto riconoscere quei centoquattro anni che lo hanno preceduto, e che proprio lui ha salvato in quei disperati giorni di luglio.
Anche il tifoso laziale più equilibrato questa scelta non l'ha mai capita, l'ha accettata e ha giudicato il Presidente per quello che sapeva fare, faticando sempre un po', a dire il vero, a riconoscerne la continuità con quelli che lo avevano preceduto in campo, in società, persino sugli spalti. Però da molti Lotito è stato apprezzato, magari in silenzio, perché i risultati del suo lavoro si sono visti. Credo che meriterebbe un posto fra quelli che alla Lazio hanno saputo dare tanto, se contemporaneamente non avesse quasi scientemente contribuito ad aumentare il distacco con quelli cui alla fine avrebbe dovuto rivolgersi, i tifosi.

Non la Curva, ma i tifosi.

Quando Lotito ha scelto di comprare la Lazio, ha scelto di impersonarla da solo, nel bene e nel male, di essere l'unica Lazio che abbiamo, cancellando le tracce di quella passata e denigrandoci quando ci siamo azzardati ad immaginarne una futura, più bella e splendente, mentre parlavamo de pallone.

Lotito ha scelto di cancellare tutta la Lazio che siamo stati, ha coraggiosamente rinunciato a gestire il passato, richiamandolo solo per ricordarci i momenti in cui stavamo peggio e costringendoci a vivere in un eterno presente.
In questo eterno presente però, non tutto quadra: ci fa vedere all'infinito lo stesso film, solo che stavolta non lo abbiamo scelto noi, e degli attori che amiamo non ce n'è più nemmeno uno.

Questo non è lo stesso film che stavamo guardando Presidente, ne prenda atto. Ci dia qualcosa per cui dovremmo riconoscerlo, se non vuole che noi si smetta di guardarlo, ma soprattutto di sentirlo nostro.
Non siamo i suoi nemici, non abbiamo altri interessi che non siano una Lazio bella e amata. Non tutti, almeno. Ma noi siamo la Lazio più di quanto potrà mai esserlo lei, perché è nei nostri ricordi e nei nostri racconti che la Lazio vive, non nell'atto notarile che dimostra che lei ne detiene il pacchetto di maggioranza.

La Lazio non le appartiene, perché la Lazio siamo soprattutto noi.
E quando abbiamo scelto di essere laziali abbiamo scelto di appartenere alla Lazio, non a lei.
Non so se avrà ancora una possibilità, se avrà il tempo e la voglia di capire tutto questo, ma io spero davvero che possa farlo, che possa capire tutta la Lazio che siamo.
È per noi che deve scrivere le storie.
Se non vuole (non sa o non puo) farlo, vada altrove, o saremo noi a cancellarla dalla nostra.

Bel post, che regala emozioni, merce sempre più rara nel mondo Lazio.

Anche se, chissà perchè.., arrivato alla fine, ho pensato a queste parole come ad un epitaffio per la SS Lazio

Grazie comunque

V.

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rileggerei meglio perché hai mischiato cose diverse, hai generalizzato per venire al punto, ma è a questo che si è arrivati: è tutto dentro un enorme calderone.

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Aquila Romana

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Ho espresso in parole una sensazione interiore, nata istintivamente ed altrettanto istintivamente codificata in lettere (un vezzo che contribuisce a rendermi piacevole la frequentazione di un forum)


arkham

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Citazione di: Splash21 il 27 Mar 2014, 22:44
Grande Arkham! Nonostante non sia d'accordo con qualche punto l'idea generale del post (e pure la forma) è talmente condivisibile che non voglio discutere nulla.

Invece devi farlo. Siamo su un forum, discutiamo, confrontiamoci, mica la prendo come una cosa personale!

arkham

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Citazione di: V. il 27 Mar 2014, 22:47
rileggerei meglio perché hai mischiato cose diverse, hai generalizzato per venire al punto, ma è a questo che si è arrivati: è tutto dentro un enorme calderone.

Magari non sono stato chiaro. Non ho capito se devo rileggere io  o devi farlo tu, e se devo rileggere ciò che hai scritto tu o quello che ho fatto io.
Il senso del topic, brutalmente, è questo: la Lazio preesiste a Lotito e vogliamo credere (anche se non è per niente scontato) che gli sopravviva. E' qualcosa che esiste a prescindere da Lotito, è qualcosa di cui Lotito al limite può far parte. La mia impressione è che Lotito creda di essere la Lazio, sottovaluta l'importanza di una storia condivisa perché l'unica scrittura valida è la sua. Lotita disprezza la Lazio passata ed è incapace di farcene immaginare una futura. A questo punto, se non puoi contare sull'appartenenza, se decidi di non utilizzare (se non di mortificare) lo spartito e gli interpreti che c'erano prima di te, devi essere in grado di proporre un programma migliore. Se non lo sai fare, ti becchi le pernacchie e i seggiolini blu, è successo anche a Cragnotti che invece ci aveva ubriacato di vittorie.
Io vorrei altro, ma invidio tantissimo quelli cui basta che la maglia sia sempre quella e che beccano due gol dal genoa giocando senza attaccanti ma sereni perché lo stipendio di Pancaro è stato pagato.
Non ho dubbi, le classifiche fra laziali non mi piacciono, ma questi sono più laziali di me, io se non vedo alimentato un sogno o rinnovata una tradizione, non mi appassiono.

orchetto

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arkham il senso è chiaro (e lo so che prima rispondevi a V. come del resto ora) solo che io contestualizzo e ti dico che oramai il 12 maggio è l'evento di chi contesta non andando allo stadio e dicendo agli altri di non farlo.

arkham

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Va bene Orchetto, ma il senso del topic è un altro, no?
Il 12 maggio in questo topic è un pretesto per spiegare uno spirito. A vedere la Lazio il 12 ci si va con gli occhi sgranati, come una volta andavamo, andavo, a vedere la prima amichevole agostana all'Olimpico.
Io la voglia di Lazio non ce l'ho più nemmeno quando allo stadio ci vado, anche se poi mi accaloro, mi appassiono, canto, mi incazzo e gioisco.
Ma sarà un problema mio e di pochi altri.
Solo che chi questo problema non ce l'ha, secondo me fa un clamoroso autogol se non si interroga su cosa sia successo o peggio se si risponde che non è successo niente.
Credo che ad un certo punto, tra contestare e contrastare, sarebbe utile che constatassimo e non negassimo anche l'evidenza.

-Houston? Abbiamo un problema, qui non c'è più nessuno e quelli che ci sono sono scazzati!
-No, tranquilli, è una cosa de interessi, de vizi cragnottiani, di non conoscenza delle trasferte a Massa. Andate tranquilli, avanti così che va tutto bene!

V.

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il problema è che non si ritrova mille arkham sul pianerottolo con questi argomenti espressi così concentrati, ma ben altri personaggi e a quelli lui ha chiuso porte e portoni perchè erano parassiti, ora se li ritrova come acerrimi nemici.
Noi purtroppo non siamo stati in questi ultimi anni così tanti da scavalcare la potenza di fuoco di questa gente.
le cazzate le ha fatte, enormi, ma canigiani si aspettava di più da noi questa estate e lo ha confessato, la presidenza non avrebbe cambiato una virgola di questa annata come formazioni, ma non avremmo giocato nel deserto se fossimo stati di più, di più arkahm per esempio a contestare, avremmo avuto un diritto in più a contestare. perchè si sa come la pensa lotito: voi non venite, voi non contate. e da lì non schioda.
purtroppo Lotito si sta zitto su troppe cose, sta in silenzio quando dovrebbe parlare, e così lascia il teatro a tutti.
se domani mattina Lotito mollasse, mi piacerebbe vedere un po' di pulizia dell'ambiente Lazio, perché di feccia ce n'è molta, ed è la feccia che non voleva vincere il 26 maggio.

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Conte Tacchia

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Gran bel post.
Bravissimo
Hai espresso moltissimi dei concetti che alcuni di noi sostengono da mesi.

Grazie davvero. ;D

Un samaritano mi ha fatto notare che ho perso la patente di Lazialita'. Inviato con Tapa Talk dal mio GT-N7000


Aquila Romana

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Citazione di: orchetto il 27 Mar 2014, 23:13
arkham il senso è chiaro (e lo so che prima rispondevi a V. come del resto ora) solo che io contestualizzo e ti dico che oramai il 12 maggio è l'evento di chi contesta non andando allo stadio e dicendo agli altri di non farlo.

Io non bollerei così frettolosamente l'evento del 12 maggio

Pensando a quella sera mi scorre davanti agli occhi quella Lazio che ben descrive arkham, quel qualcosa che sa di magico e che mi ha fatto rimanere bambino per la profonda (ed allo stesso tempo futile-irrazionale) passione che "mi ci fa sentire parte"


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