"Dolce e chiara è la notte e senza vento e quieta sopra i tetti e in mezzo agli orti posa la luna." In quel momento mi domandai cosa avesse vinto il Recanati quando Giacomo Leopardi compose questi versi. Erano le 18.04 del 14 Maggio 2000. Materazzi proteggeva il pallone vicino la bandierina del calcio d'angolo e dopo una vita, un anno, una giornata ed una partita infinita l'arbitro Collina fischiava la fine della mia ossessione. Il boato con cui l'Olimpico accompagnò quel fischio è qualcosa che non potrò dimenticare. Intorno a me la gioia era incontenibile, i più urlavano tutto quello che avevano finora represso, molti si abbracciavano saltando, alcuni erano rimasti fermi al proprio posto inebetiti, guardando il vuoto. Io fui impietrito da una scossa che mi esplose dallo stomaco e raggiunse immediatamente ogni centimetro del mio corpo. Fu come morire e poi rinascere, come se quell'emozione immensa avesse con un solo colpo spazzato via tutto. Il cielo era più azzurro del solito e le poche nubi che lo solcavano fino a qualche minuto prima si erano completamente dissolte. Il campo era stato invaso interamente al momento del gol di Calori da un' orda impazzita che lo calpestava senza meta, con quel gusto un po' barbaro di violare un luogo sacro. Il luogo dove si era compiuto l'avvenimento tanto atteso. Lì dove fino a pochi minuti prima c'era stata battaglia i nostri colori svettavano vittoriosi. Guardai un ultima volta verso il prato e poi su tutto lo stadio, volevo che quell'immagine mi rimanesse dentro. Poi mi voltai e camminai verso l'uscita. Avevo bisogno di rimanere un attimo in disparte per metabolizzare quell'emozione eccessiva. Ricordo la confusione indescrivibile e il fatto che quell'odiosa sensazione che si prova camminando controcorrente ad una folla quella volta assunse dei contorni dolcissimi. Erano i miei fratelli quelli che mi riempivano di spallate, erano i miei fratelli che andavano a festeggiare ed avrei voluto quasi toccarli tutti, stringerli a me ed abbracciarli come si abbraccia un compagno dopo una battaglia o un famigliare dopo una grande gioia. Abbracciarli uno ad uno e dividere con loro la gloria dell'impresa. In realtà sarebbe stato troppo per il mio pudore, diciamo che lo feci idealmente. Raggiunsi i cancelli della curva e cercai il mio motorino tra le centinaia parcheggiati lì fuori. Tolsi il blocco, misi in moto e partii, il vento in faccia sembrava dirmi: « E' tutto vero! E' finita! Sei campione d'Italia vecchio pazzo! »
Il vento, i colori, gli odori, tutto era diverso, tutto era leggero. Anche solo per quel momento sarebbe valsa la pena di vivere.
Roma era in festa, il biancoazzurro il colore dominante ed io stavo lentamente prendendo coscienza della cosa: avevamo finalmente e in una maniera a dir poco romanzesca vinto uno scudetto e nessuno avrebbe più potuto togliercelo. La tangenziale era bella come la pista di Ascot e i pochi chilometri tra lo stadio e casa furono eccitanti come quelli del tuo cavallo che esce primo dalla curva, imbocca la dirittura e si fa accompagnare dal tuo urlo fino al palo.
Mi tornarono in mente in un attimo tutte le cazzate fatte nell'ultimo anno. Le discussioni infinite, le paure, la partita di Firenze, i silenzi di Monica, il viso di Francesca al matrimonio, il sangue di Silvio, la rabbia, il furore, la follia che mi aveva accecato e che ora era d'un tratto come svanita, dissolta, risolta.
Parcheggiai e salii di corsa le scale di casa. Monica mi aprì con Giulia in braccio, gli occhi gonfi di pianto e Chiara attaccata ad una gamba come un koala che mi guardava perplesso. La guardai senza dire niente, non c'era bisogno di dire niente. Sapevamo entrambi perfettamente che tutto era finalmente finito. Che le sue lacrime erano l'epilogo di una mia psicosi che non era comunque riuscita a dividerci e che quel groppo in gola era un nodo talmente morso che non si sarebbe più sciolto. Ci chiudemmo fuori dai festeggiamenti e soli ci gustammo quell'infinita e dolcissima notte.
"L'ossessione" di Gianluca Cutrì è in vendita in tutte le edicole romane