Ne aggiungo un'altra (l'ho rivisto ieri sera, e ancora una volta mi ha turbato):

Sentieri Selvaggi, John Ford 1956.
Con la Monument Valley che diventa per la prima volta soggetto attivo di una storia.
Questa è la scena finale, una delle immagini che hanno fatto la Storia del cinema.
Il personaggio di Ethan Edwards (J. Wayne), solo, cupo, là fuori, condannato, auto-condannato alla solitudine perenne.
Gli altri, la sua presunta famiglia sono dentro la casa, in qualche modo a festeggiare, stando insieme. Lui è fuori, e fuori resta, sceglie questo strappo, incapace di cambiare la sua natura.
Per tutto il film John Ford sembra guardare con una certa accondiscendenza, se non con favore, con piacevolezza, alle manifestazioni feroci di fascismo, di estrema cattiveria, di perfidia razzista del suo personaggio. Quando taglia lo scalpo al Capo indiano morto, quando spara negli occhi dell'altro indiano trovato sepolto nel deserto, quando decidere di uccidere la sua nipote, dopo averla cercata per cinque anni di seguito, solo perché s'era "contaminata" con la razza indiana. E fece discutere, molto allora e ancora fa discutere oggi questo atteggiamento "soft" del regista.
Poi arriva questa scena, l'ultima, muta, disperata, e tutto ti si rende chiaro.