Citazione di: syrinx il 28 Giu 2016, 18:09
Quindi in concreto di cosa parliamo? Tassazione altamente progressiva e redistribuzione delle risorse estrema? Lasciando da parte le potenziali ripercussioni negative su investimento e la crescita di politiche del genere, ti rendi conto che per funzionare queste richiederebbero una cordinazione internazionale strettissima. Nessun paese singolo e nemmeno l'unione europea nella sua interezza puo' pensare di introdurre una politica del genere senza affrontare una fuga di massa di capitali e persone.
Quindi non solo parliamo di una politica di dubbia riuscita, ma anche quasi impossibile da implementare allo stato attuale.
Sono favorevole a piu' redistribuzione, in particolare se volta ad aumentare l'uguaglianza nelle possibilita' piu' che negli outcomes, ma ci sono limiti ed ostacoli.
Qui ti sbagli due volte. Ho menzionatodi due meccanismi che ostacolano le politiche Keynesiane, di cui uno di origine puaramente politica. Leggi meglio.
Puo' certo che puo'. A condizione di avare fondamentali economici solidi ed istitutioni politiche all'altezza. Non c'e bisogno di invocare er complotto neoliberista. Il problema si pone quando un paese vuole implementare politiche non percorribili senza (un enorme) aiuto esterno. Tsipras si e' trovato di fronte ad un ricatto (come dici tu, io lo chiamerei in un altro modo) per quello. La Grecia da sola annegava nella merda. L'Europa SBAGLIANDO le ha tirato un salvagente pieno di spunzoni invece di uno normale.
ti rispondo per punti senza fare il collage:
1) si, hai ragione, nel lungo periodo la necessità di una progressiva internazionalizzazione di determinate politiche sarebbe assolutamente necessaria. Non sono tra quelli che riteneva possibile il socialismo in un paese solo nel '900, figuriamoci se lo sono adesso (a prescindere da come si chiami l'alternativa, parliamo sempre di un fortissimo processo redistributivo).
2) questo però non significa che o c'è una simultaneità perfetta o non si possa far nulla.
Il problema che vedo nelle tue tesi è quello classico degli economisti "liberali": ragionare le possibilità economiche come se il quadro politico fosse dato o comunque scarsamente mobile. E' anche un po' il problema del metodo scientifico applicato all'economia che ti porta una certa difficoltà a ragionare le categorie in modo radicalmente alternativo.
Io ovviamente accompagno ad una rottura del quadro economico una - necessaria - rottura del quadro politico.
E' chiaro che se pensi di tassare fortemente quell'1% ma non hai la forza politica di affrontarne poi le conseguenze il tutto non reggerebbe, torno ad essere d'accordo con te. Ma sai, quando arrivi a votazioni come quelle dell'OXI (tanto per fare un esempio) si presuppone che inizi a porti il problema anche di come organizzare politicamente una siffatta radicalità.
Così come si presuppone che riorganizzi progressivamente l'intera economia, togliendola dalle mani di quell'1%.
Per inciso, in aggiunta, lo spauracchio della fuga dei capitali è usato come argomento da circa 250 anni da parte degli industriali.
C'è una vignetta molto simpatica a riguardo:

Ma siccome comunque una nazione resta comunque un mercato vastissimo in cui far profitto, soprattutto in questa fase di enorme crisi di profittabilità, che si rinunci così di buon grado a fette di mercato di ampiezza nazionale credo valga molto più come minaccia per tenerti al loro guinzaglio che una concreta possibilità.
Certo, di sicuro un problema di fuga di capitali lo avresti, ma hai anche l'uso legittimo della forza da parte dello Stato che per una volta potrà pure essere usato contro quell'1% dopo che per 300 anni è stato usato contro di noi. Hai voglia a uso che dovresti farne prima di arrivare anche solo a pari.
Capisco che toccare gli Intoccabili di questa società è un'ipotesi shockante e mai presa in considerazione, eppure è parte integrante e necessaria di qualsiasi ipotesi di giustizia sociale minima.
3) per me quella che hai postato non è una ragione squisitamente politica, perché non vedo dove sia finita all'interno di quel ragionamento la volontà (politica).
Quello studio registra un dato di fatto all'interno di un mondo economico che funziona in automatico senza mettere mai in discussione le sue leggi.
Sembra (perché in effetti così accade nel capitalismo) che i governi debbano solo rispondere a sollecitazioni economiche esogene con politiche economiche che rispondono unicamente alle sollecitazioni stesse attraverso ricette precostituite. Una sorta di fast food dell'economia.
Mentre la politica economica dovrebbe dipendere anzitutto dalla volontà, applicata alle condizioni date e ai rapporti di forza politici (soprattutto a questi ultimi).
Per rapporti di forza politici intendo quella scala tra 1% detentore di ricchezze e resto della popolazione che va da "1% padrone assoluto e il resto schiavi accondiscendenti" a "99% pienamente organizzati e in grado di riorganizzare l'intera economia almeno nelle sue strutture di base".
4) Il punto più interessante dal mio punto di vista perché legato alla domanda che avevo fatto.
Può. Tu affermi che in questa Europa un governo possa attuare una politica di sinistra, di redistribuzione della ricchezza e di spesa sociale, in contrasto con i dettami neoliberisti.
Bene, mi spieghi come ritieni questo possibile nonostante i vincoli del fiscal compact?
Mi spieghi come può un governo di sinistra attuare il suo programma quando le priorità vengono decise in modo autoritario altrove?
Mi spieghi come, ad esempio, possa ripubblicizzare servizi essenziali, togliendoli dal mercato; come possa prevedere forme di reddito di base che colpiscono la concorrenza al ribasso sui salari; come possa vietare prerogative alle imprese che ritiene illegittime e dannose per la popolazione (prerogative che magari concede l'Europa attraverso la sua normativa).
Se mi spieghi come si combina un programma di sinistra col fiscal compact apri una speranza mica pe FD, ma credo per tutta la sinistra europea. Sarebbe un passo mica da poco.