Nessuno pensa che vietando gli striscioni allo stadio risolvi i mali del calcio.
E' un passo, odioso e autoritario quanto si vuole.
Ma da qualche parte bisogna cominciare per cercare di arginare il tifo organizzato e la decadenza degli stadi attuali.
In prospettiva è ovvio che serve una rivoluzione culturale che ricacci indietro strumentalizzazioni ed egocentismo dei tifosi di professione e rimetta al centro un pubblico più genuino, appassionato e disinteressato.
E non dobbiamo neanche generalizzare o pretendere le soluzioni definitive e assolute.
Il calcio è anche esasperazione, dove c'è tanta passione ci sono eccessi e atteggiamenti scomposti.
Ma qui si parla di tifosi che dovrebbero tornare ad essere tali, anche nei modi pessimi.
L'insulto becero, all'avversario, la lite, anche le contestazioni ai propri giocatori ci sono sempre state.
Non giustifico le aggressioni dei cagliaritani, ci mancherebbe; ma basti pensare alla nostra storia per sapere che ogni presidente, allenatore e giocatore è passato sotto le forche caudine.
Ma tutta questa roba, spesso nauseante, esagerata, incondivisibile, comunque attiene al tifo calcistico, al mondo che frequentiamo e io, ad esempio, non me ne sento immune.
Il problema è l'organizzazione del tifo che articola ed esplode oltre misura anche questi atteggiamenti.
Il tifoso deve essere disorganizzato, il recupero di un sano, vecchio spontaneismo di stadio è improcrastinabile.
Queste curve che diventano il pulpito da cui scagliare opinioni politiche, letture storiche, indicazioni di cure contro i tumori, suggerimenti di come si elabora un lutto familiare devono essere rese silenti.
Nel mio modo di intendere le cose dovrebbero essere gli altri tifosi a fare ciò ma posso anche smettere di predermi per il culo ed ammettere che, o la censura arriva dall'alto o non se ne esce.
Se vietare gli striscioni ha una sola possibilità di fare un passo in questa direzione io voto Tavecchio, o qualsiasi altra vecchia ciabatta che muova in questa direzione.