Quando un sistema è al collasso, non gli rimangono molte opzioni. A ben vedere, ne ha due: o riesce a riformarsi dall'interno, o deve attendere un intervento esterno. Quanto più questo intervento è traumatico, tante più sono le possibilità di successo. Soluzioni soft, che scalfiscono solo la superficie, brodini caldi, servono a tenere in vita il paziente, in attesa della prossima crisi.
Con una banale metafora, quanto sta accadendo nelle aule parlamentari è quanto si sta verificando all'interno della nostra curva. Potremmo estendere il concetto ad altre curve, e non sbaglieremmo, ma la nostra curva è il laboratorio, la nostra curva è al top del nostro interesse. Se gli ultras del Rubin Kazan non vogliono giocatori di colore, me ne dispiace moltissimo ma, insomma, non possiamo cercare di risolvere tutti i problemi del mondo. Ci pensassero i tifosi sani di Kazan, avranno la nostra solidarietà.
Così come la nostra classe politica non è stata in grado di riformarsi dall'interno, in modo miopissimo incapace di percepire la voragine che - giorno dopo giorno - la separava sempre di più dal mondo reale, la nostra curva si è rivelata inadeguata al compito invero improbo di ripulirsi, di eliminare le scorie senza che qualcuno all'esterno facesse il lavoro per lei.
La UEFA è stata il nostro m5s. Che Platini abbia alzato una coppa insanguinata, o che si sia rivelato non troppo sensibile alle istanze dei cani ucraini, non sposta di un millimetro la sostanza, così come non la sposta il fatto che sicuramente ad analoghi comportamenti non abbiano fatto seguito analoghe sanzioni. Per carità. Ma tornando a noi, la UEFA è stata meno drastica di un Grillo. Non ha chiesto di mandare tutti a casa, ha sanzionato, ha sospeso la sanzione, è rimasta in attesa, ha mandato i suoi sbirri a verificare de visu, solo allora ha deciso di applicare la sanzione. Come spesso succede, se l'arbitro ti dà un giallo e ti avverte che alla prossima ti butta fuori, non è necessario che la prossima sia una gomitata in faccia o un calcio a mezz'altezza. Basta molto meno, e molto meno è bastato nel nostro caso.
Un utente, credo V., faceva notare l'occasione che si presenta. La UEFA in questo caso è nostra preziosa alleata. Il sistema non ha voluto riformarsi dall'interno, non vuole riformarsi. Non siamo ipocriti, non c'era bisogno di constatare le reazioni piccate di tutto il mondo ultras per sapere come la pensano, come l'hanno sempre pensata. Il fatto che per loro romanista ebreo, squadra di negri, banane, onore alle tigri, mameli a paletta, non siano un problema ma la normalità quotidiana, giustifica ampiamente la sorpresa e oserei dire l'indignazione di tutto un settore della tifoseria. Romanista ebreo sulle note di topolino è sempre stato un coretto divertente, cosa c'entra colla politica, noi non siamo mica razzisti, non li ha mai sfiorati l'idea che magari un pochettino sta cosa non era proprio il massimo, che riempire di buu uno perché è nero non colpisce tanto la sensibilità sua, che magari guadagna un botto e se ne frega, ma forse la sensibilità di ogni essere umano... Goliardia, battute da stadio, è peggio chi ruba, gli stupratori, i pedofili. Perbacco, sicuro! Questa collusione strisciante, questo non-stigmatizzare appieno, queste prese di distanza di facciata, ci hanno portato alla situazione attuale.
Il sistema non si è riformato dall'interno perché - come nel mondo politico - è colluso con coloro di cui si dovrebbe liberare. Come nel mondo politico, ci va di mezzo pure un sacco di brava gente, cui fa sinceramente orrore essere associata a fioriti e palettanti. Tipo noi, tipo molti ragazzi che in curva ci vanno con entusiasmo. Noi che di fronte al mondo siamo i cattivi, noi che ci dobbiamo difendere da accuse infamanti, noi che non abbiamo nessuna colpa, anzi. Noi che stigmatizziamo, che fischiamo gli ululatori, noi che siamo estenutati dai decibel, noi che tiriamo un sospiro di sollievo quando tra gli avversari non c'è un nero, noi che pensa se la Lazio incontrasse una squadra israeliana, che già il Tottenham è bastato, noi che dobbiamo andare allo stadio preoccupati non tanto del centrocampo avversario o della scarsa forma dei nostri attaccanti, quanto di cosa potrà avvenire in curva.
Io la mia decisione l'ho presa a suo tempo, vigliacco forse come i palettatori nostrani. Me ne sono andato. Non sopportavo più l'autoreferenzialità di un organismo che nulla più aveva a vedere con l'oggetto del mio amore, la Lazio. Non la curva, non i tifosi della Lazio. La Lazio. E basta. Me ne sono andato in un periodo in cui predominavano contestazioni ad orologeria, insulti per novanta minuti a presidente, staff, giocatori della mia squadra, in cui tifare era considerato quasi un atto di ostilità. Poi il clima era migliorato, nuovi gestori della curva avevano sostituito i vecchi. Ma era un maquillage di superficie, non una volontà di riformarsi. Tant'è che oggi è un fiorire di autodifese, che avremo mai fatto, sono romano e saluto romanamente, alla prossima ve la facciamo vedere noi, migliaia di braccia tese, noi fuori dal sistema ed amenità del genere.
Non illudiamoci che qualcosa cambi, che si trovi una soluzione interna. Tra due partite questi ricominciano. Anzi peggio, siamo eroi che combattono contro il sistema. Noi contro tutti, in Italia, in Europa e nel Mondo.
Dal tempo dei tempi il giullare castigat ridendo mores. Faccio mie le amare parole di un giullare moderno: siete morti che parlate. Siete finiti, non rappresentate più nessuno. Vi siete incartati, avete creato questa enorme area franca, questo mondo altro di cui siete i padroni, dove gli sbirri non entrano, dove come Dredd la legge siete voi, e non sapete più cosa farci. Non sapete più come gestirlo, vi sfugge di mano, parlate a nome un direttivo ma vi lamentate che nun ve danno i megafoni. Arrendetevi, diceva il giullare. Siete circondati, toglietevi la camicia nera, mettetevi una maglietta della Cirio o della Tonini, colorate lo stadio, cambiate finché siete in tempo. Per il bene vostro e nostro, per il bene della Lazio. Altrimenti andatevene dallo stadio, perché sennò alla fine ci sarà qualcuno che vi ci butterà fuori, con le buone o con le cattive.
Nel frattempo un successo l'avete ottenuto. La gente se ne va. Non siete gli unici responsabili, siete in ottima e qualificata compagnia. Ma fate comunque parte dei motivi per cui la gente se ne va, non di quelli per cui la gente va allo stadio.
Arrendetevi. Ché voi, di più famosi trecento, dagli eroi delle Termopili a coloro che - giovani e forti - lasciarono la vita per un ideale, avete solo il numero.