Scusate la lunghezza.
Si spendono in questi tempi oceani di parole sul concetto di unità della tifoseria. Uniti si vince. Uniti si superano tutti gli ostacoli. Uniti si affrontano tutti gli avversari, tanti se ne hanno fuori dal campo, se ci mettiamo pure a trovarli al nostro interno...
Si fanno esempi di muraglie umane, di stadi tappezzati di giallonero, come a Dortmund, si porta ad esempio di tifoserie unite quelle inglesi: stadi bellissimi, sempre pieni, dove la tifoseria organizzata non esiste, non ci sono Irriducibili, Boys, Fedayn, Drughi, Commandos, non ci sono striscioni, fazioni, gruppi rivali che si fanno la guerra interna, oppure le sciarpate e i cori emozionanti del calcio argentino, lo stadio (giuro, mi sono commosso) del Celtic per la sfida col Barcellona. Oppure altre realtà, che riempiono gli stadi con calore, affetto, supporto, pari se non maggiori a quelle del calcio. Li vediamo, questi stadi gonfi di passione durante il Sei Nazioni di rugby, masse di allegri tifosi, famiglie, vecchie e ciccioni ognuno con la sua sciarpa, ognuno col suo sorriso. Sono tanti, invadono Roma a migliaia e quando se ne vanno, abbiano vinto o perso, lasciano solo una scia di birra, di passeggiate, di cori sulla scalinata di piazza di Spagna, di sciarpe scambiate e pacche sulle spalle.
Non esageriamo nel mitizzare gli altri. Ognuno ha le sue magagne, alcune ben note, se negli stadi inglesi non c'è più violenza, magari questa si è spostata poco oltre gli spalti, non è che di colpo quelli del Millwall e del West Ham vanno a farsi una birra insieme o si mischiano nelle curve, e magari prima di un River-Boca oppure dopo si sono ammazzati per strada a pistolettate, perché in Argentina ci vanno sul pesante. Non so se avete visto una serie di documentari, chiamati Football Hooligans International, presentati da Danny Dyer (l'attore di Football Factory), che girava tra le realtà dell'hooliganismo mondiale. Non si salva nessuno, dalla Turchia all'Olanda, dai ferocissimi serbi agli efferati argentini, noi facciamo quasi la figura delle mammolette (OT è venuto a Roma, a vedere Lazio-roma del lavandino di Ledesma, un tempo per curva. Non perdetevelo, se capita... EOT).
Mammolette non siamo, però. Tutt'altro. L'interessante di questi documentari è che ci fanno vedere un altro mondo, un mondo che - per la maggior parte di noi - è totalmente sconosciuto. Un mondo che ha altri valori, altri canoni, altre regole, altri rapporti gerarchici. Noi non ci veniamo quasi mai a contatto, nella vita quotidiana. Lo stadio è invece il punto d'incontro, dove tutte le gerarchie si ribaltano, dove un manager sta accanto al suo autista, il ricco al povero, il galantuomo al bandito. Ma per quei novanta minuti, non conta. Lo stadio è di una democrazia disarmante, abbatte tutte le barriere di razza, colore, censo. Tutti uniti per uno scopo.
Ma anche no.
E' sempre successo, non facciamoci dei film colorati di seppia dalla nostalgia della gioventù. La politica nello stadio, parlo per me, c'è sempre stata. Mi ricordo un derby, al tempo del rapimento di Moro, e la curva dove alloggiavo (un'intera curva, non pochi scalmanati) gridava "i fasci di Roma lo grideranno in coro, non ce ne frega un cazzo di Aldo Moro". Da quello allo striscione "Roma è fascista" è passato del tempo, ma manco tanto, poi.
C'è chi si scandalizza. Io ritengo inconcepibile che allo stadio non ci si lasci dietro il resto, tutto il resto. Quando salgo quei gradini di corsa e vuuaaa mi trovo davanti il prato verde e intorno una marea pulsante, ringhiante, ma anche allegra e vociante, mi sale la pressione, e allo stesso tempo scompare tutto. Diversi amici, gente che vedo solo ogni quindici giorni, fratelli veri, è un altro mondo. Il mio mondo, vero non meno di quello che mi sono lasciato alle spalle. Chi non l'ha mai vissuto, chi non si è mai emozionato, povero lui. Lo compiango.
Con tutto che non arrivo a concepire, in definitiva devo accettare, qualora non porti nocumento alla Lazio. Poi però succede che, in seguito alle manifestazioni esteriori di alcuni esponenti della curva, che proprio non gliela fanno, le istituzioni preposte alla gestione del calcio dicono che non si può. Potremmo stare a discutere decenni sui due pesi e sulle due misure, su come un episodio viene visto in modo differente a seconda di chi è protagonista, che se sei diciamo bianconero e canti "se saltelli muore Balotelli" è simpatica goliardia e se ad uno nella nord scappa un peto diventa lancio di lacrimogeni e conseguente squalifica per sempre da tutte le competizioni. Se ingaggiamo questa battaglia, io sono al vostro fianco.
Faccio molta fatica, però, ad essere solidale con coloro che - nonostante tutti gli avvertimenti di questo mondo - continuano a voler affermare un principio. Che qui si fa quello che vogliamo noi. Ragazzi... già non sopporto travasi dall'altro a questo mondo. Ci sono, li constato, ma non li sopporto. Poi, lo sapete, lo sapevate a cosa andavamo incontro. Il rischio, poi divenuto realtà, è che ci schiaccino come una nocciolina. Come conseguenza, inoltre, non avremo alcuna solidarietà, dato il gesto che ha provocato la sanzione. Soli, cornuti e mazziati.
Cerco di capirli, sono sicuro che la sanzione li ha colti di sorpresa. Era quello che hanno sempre fatto, loro come tanti altri, per uno che sapeva cosa rappresentava il braccio teso, tanti ci vedevano un gesto di ribellione, di antagonismo, e il buuh oppure il romanista ebreo naturalmente non aveva riferimento diretto ai campi di cotone in Alabama o ai forni di Mauthausen, ma al gusto adrenalinico di odiare ed essere odiato, e più ti insulto, più ti ferisco dove ti fa più male, più mi alimento di sentimenti forti, che sono la mia linfa vitale, allo stadio. Laddove un nero od ebreo, fuori dal contesto, è magari un compagno di lavoro o uno col quale durante la settimana scherzo o vado a prendere una birra.
Capire io loro, va bene. Capire loro che hanno rotto il cazzo, però, dovrebbero proprio farlo. Capire che non son più loro a dettare le regole su quello che si può e non si può fare, si può o non si può dire. Se non lo capiscono non c'è futuro. Il futuro è quello della nocciolina, loro magari troveranno in questo almeno una soddisfazione di antagonismo e ribellione al sistema, io manco quello. Le battaglie contro il sistema, se permettete, me le scelgo io.
Questa situazione è stata utile, in definitiva. Ha scoperto le carte. D'ora in poi si dovrà navigare allo scoperto, nessuno si potrà più trincerare dietro un "non lo sapevo". Dato che io sono un accanito assertore della responsabilità individuale ed un orripilato detrattore della responsabilità oggettiva, per me c'è un'unica soluzione. Chi sbaglia, paghi. Lascerei il giustificazionismo sociologico altrove. Senza violenza, senza purghe o repressioni, senza neanche coinvolgere tutta una curva che - con ogni probabilità - non è in grado di prevenire ogni atto "pericoloso", e che - comunque - non vorrei mai come esecutrice violenta di una "pacificazione" interna (non mi piacciono i manganelli all'esterno, non li tollererei all'interno).
SI utilizzino gli strumenti che ci sono, sia tecnologici che legali, si avverta (questo lo può fare senza problemi la S.S. Lazio) che chiunque si diletterà in comportamenti suscettibili di sanzioni verrà identificato e punito di conseguenza, con l'impossibilità futura di frequentare lo stadio, e chi di dovere metta in atto quanto minacciato, se sarà il caso. Sono sicuro che la stessa curva non potrà che essere solidale con questo atteggiamento, che avrà l'effetto di spostare l'attenzione da termini generici come "tifoseria", "ultras", "curva", a quelli più specifici di un Mario Rossi o Francesco Bianchi.
Come diceva un mio amico ebreo, ci sono tanti modi di essere ebreo quanti sono gli ebrei al mondo. Vale lo stesso per i laziali. Trentamila allo stadio, trentamila modi di essere laziali. Dobbiamo per forza puntare sul nostro minimo comune multiplo (o era il massimo comun denominatore, mai capito): la Lazio, e segnare un punto di demarcazione netto e condiviso da TUTTI su quel che giova alla Lazio e su quel che la danneggia, e di conseguenza comportarci. Curva inclusa. Senza questa condivisione, c'è solo la nocciolina.
Romammerda a tutti