Non potrò mai raccontare il mio derby, perché tanto non ci crederebbe nessuno.
Dovrei scrivere non dico un libro, ma un racconto si.
Avevo deciso di volare via, di fare quello che faccio sempre quando sento che devo fare così.
Quando c'è la Lazio di mezzo.
Basti sapere che ho stazionato tra Sud e Monte Mario dalle 16.45 alle 18.30.
Non uno spicchio di biancoceleste, non uno spiraglio di umanità.
Immerso nell'indicibile.
Lì ho avuto conferma che non è di essi che si ha timore (come si potrebbe?).
Non è il timore di qualcosa che ti porta a essere altrove, ma una sensazione precisa, che se non la capiamo qui dentro, inutile spiegarla altrove.
Ognuno ha il proprio seggiolino.
Non si misura in euro.
Costa una vita di tifo, di sudori freddi, di succhi gastrici a secchi, di abbracci eterni, di freddo e di sole in faccia.
Costa quanto nessuno ha il potere di misurare, tranne chi lo occupa.
In partite come queste ognuno va a occupare il proprio posto, la propria fila.
Ovunque sia.
Com'era?
Da qualche parte la Lazio è in vantaggio.
Ecco, in ogni angolo di mondo c'è il nostro stadio.
Ed è sempre pieno. Sempre.