Non so per quale strano motivo, molto spesso nella nostra memoria rimangono impresse in maniera indelebile certe immagini particolari, all'interno di un avvenimento più grande, che meriterebbe un ricordo più vero. Immagini "laterali", molto spesso marginali, a volte opportune ma sempre necessarie allo svolgimento completo dell'azione, al fatto, alla vicenda che diventa l'oggetto "forte", ciò che alla fine cementa il ricordo.
Nell'ambito delle partite di calcio questa funzione la assumono, quasi miracolosamente, certi passaggi. Certi, non tutti. Certi, particolare che, ripeto, chi lo sa perchè ci rimangono (e ci rimarranno) fissati nella memoria-madre, diventano parte di noi. A volte per sempre.
Un esempio?
Fabio Poli. Napoli, gol decisivo col Campobasso che risolleva la Lazio di Fascetti dalla voragine della Serie C, dopo uno storico campionato partiti da -9.
Grande, Poli. Il suo colpo di testa, lui che non era manco tanto alto, la sua corsa sfrenata attraverso tutto il campo, dietro alle panchine, giù fino all'altra curva... l'emozione, i pianti, Regalia chino per terra, Calleri distrutto, da solo dietro i cartelloni pubblicitari, e tutti noi a guardarci increduli e stravolti.
E bene, che cosa ci ricordiamo noi, più di ogni altra cosa di quella partita, adesso? A distanza di 25 anni?
Sì, esatto: il passaggio di Piscedda.
La sua discesa sulla sinistra, il pallone che gli arriva (mi pare da Acerbis, ma potrei sbagliare), il cross.
Il ricordo del passaggio di Piscedda, dentro di noi (almeno dentro di me, dico, ma credo di non parlare solo a nome mio) è decisamente, profondamente più potente di tutto il resto.
Vai a sapere perchè.
Altri casi? Ma certo: Inghilterra-Italia, quella famosa di Wembley, quella che finalmente vincemmo dopo quasi cent'anni che con la Perfida Albione le perdevamo tutte. Correva l'anno... boh, 1973 forse 1974, di certo il ricordo è in bianco-e-nero perchè all'epoca la TV a colori non c'era ancora. Andiamo a Wembley e vinciamo.
1 a 0, gol di Capello nel secondo tempo. Poi ci difendiamo e la portiamo a casa: finalmente abbiamo battuto gli Inglesi. A casa loro.
E bene, che cosa ci ricordiamo noi, più di ogni altra cosa di quella partita, adesso? A distanza di quasi quarant'anni?
Sì, esatto: il passaggio di Chinaglia.
La sua discesa sulla destra in area, rabbiosa. Lui che aveva pure di che essere un po' avvelenato con gli Inglesi, essendo dovuto emigrare da ragazzino col Papà e la famiglia, proprio in Galles. A meno di cento miglia da Londra, a meno di cento miglia dallo stadio di Wembley. Lui che era il centravanti di quella Nazionale e avrebbe dovuto stare lui là in mezzo ad aspettare il cross. E invece è lui, il bestione che se ne scrolla di dosso un paio nella corsa a testa bassa, arriva fino là sul fondo e la rimette dietro, giusta sui piedi di Fabio Capello. E Culobasso la piazza, precisa alle spalle di Banks.
E poi, un'altra. Sempre Nazionale, semifinale coi Tedeschi nel 2006. Sì il gol di Grosso, sì il gol-capolavoro di Del Piero. Ma a me (e non so se pure a voi), ciò che rimane impresso di quella partita è un'altra cosa: il passaggio di Gilardino.
Supplementari, manca davvero poco, ma la Germania ci attacca con la bava alla bocca, rabbiosi, a pieno organico (come dicono quelli di Sky), ci schiaccia in area. Siamo 1 a 0 e soffriamo come cani. All'improvviso recuperiamo una palla sulla tre quarti nostra (mi pare proprio Del Piero). Palla a Gilardino che ha campo libero davanti a sè e parte, a tutta lui che è entrato da poco ed è fresco. Arriva al limite dell'area, potrebbe anche tirare, lui è attaccante puro che il gol come si dice ce l'ha nel DNA. E invece "sente" Del Piero correre come un forsennato dietro di lui, sulla sinistra. Sente perchè i grandi giocatori come si dice, hanno gli occhi anche dietro, oppure "sente" davvero perche quello gliela chiama... "sono quiiiii... ci sono ioooooo..."
Fatto sta che Gilardino non tira, ma inaspettatamente la passa a sinistra. Alla cieca (apparentemente). Ma lì, proprio lì arriva Del Piero in corsa che tira e segna. Straordinario.
C'è un'altra immagine, un altro passaggio che è già entrato di diritto in questa categoria di ricordi potenti, incredibili e indelebili che permarranno nella nostra memoria a lungo. E stranamente, stavolta non è un passaggio "decisivo", non è un assist. O meglio, è altamente decisivo, infinitamente decisivo, per tutto quello che ha generato immediatamente dopo.
Metà del secondo tempo, abbondante di un derby decisivo per l'assegnazione della Coppa Italia 2013. Situazione stagnante, zero-a-zero pericolosissimo. Lo sappiamo tutti, lo sanno anche loro in campo, che chi segna per primo, questa la vince. Perchè è così, perchè ne abbiamo viste mille, simili. Tensione, tensione assoluta. Abbiamo giocato meglio, tutta la partita fino ad ora, ma giocare meglio non vale niente nel calcio: non abbiamo segnato e siamo zero-a-zero. Punizione sulla linea di centrocampo, poco più avanti. Palla a Candreva, Mauri, Candreva. Stanno lì sulla destra, difesa schierata, è difficile anche muoversi. Palla ancora a Mauri.
Ed è lì, in quel momento, che il ricordo si scolpisce da sé dentro la nostra memoria, quella profonda, quella più interna. Il ricordo di un passaggio.
Mauri guarda verso l'area e contemporaneamente "sente" Candreva che è partito alla sue spalle, e alle spalle di due difensori fermi come birilli. Ed eccolo il passaggio. Sublime, un tocchetto giusto di sinistro neanche tanto forte, la palla che ballonzola, incredibilmente filtra, passa attraverso le gambe di due o tre di loro e finisce precisa là dove era indirizzata, sul limite dell'area, dal lato piccolo.
Poi, certo, Candreva, Lobont, Marquinhos che esce di strada, Lulic che frena e segna. Tutto noto, tutto già definito, l'esplosione, la gioia, la paura, la tensione pazzesca, la disperazione, l'apoteosi. Tutto vero.
Ma a quel momento, il miracolo era già avvenuto.
Il passaggio di Mauri era già Storia.