Il minimo che un Consolato (perché si parla di funzioni consolari e non d'Ambasciata), però, è fornire quell'assistenza minima che nel caso di specie sembra mancare: non è possibile tradurre in arresto dei cittadini senza far conoscere loro il capo d'accusa e i loro diritti. E quei cittadini italiani avevano tutto il diritto di rivolgersi al Consolato, il quale, tempestivamente, sarebbe dovuto intervenire per chiarire la vicenda.
Considerate che tali Istituzioni, al di là dell'orario d'ufficio, hanno una "rete" attiva 24 ore su 24 tutti i giorni proprio per emergenze come queste. Il fatto che la polizia polacca abbia impedito ai tradotti in carcere di contattare il consolato contravviene gravemente alle norme della Convenzione di Vienna.
Se il capo d'accusa è valido, ovviamente non è che vai lì e ti porti via i tuoi. Quantomeno, però, ti imponi, come tuo dovere, a sanare gli aspetti che andrebbero sanati: giusto trattamento, immediato contatto con avvocati, far sapere immediatamente e con tutti i dettagli agli arrestati la propria situazione, eccetera.
In questo caso, invece, teoricamente, sarebbe dovuta andare così: se io, Ministro dell'Interno ricevo la telefonata dell'Ambasciatore che mi fa notare che la polizia ha tradotto in carcere 200 suoi connazionali il 90% dei quali innocenti, negando loro una serie di diritti fondamentali, come minimo mi scuso in ginocchio.
Parlo perché ho esperienza diretta di un caso molto simile, anche se ha coinvolto tre nostri connazionali e non duecento. Ovvio che la quantità numerica comporti meccanismi molto meno rapidi, ma il principio è lo stesso.