A che serve la Lazio? A chi serve?
Che cos'è la Lazio, cosa sono i laziali? Perché ci sono, i laziali?
Chi siamo noi? Gli eredi di Bigiarelli? Siamo nostalgici della belle epoque, coi pantaloni alla zuava e i baffi all'insù, che predichiamo i valori olimpici dando calci a una palla di cuoio con gli scarponi de la guera?
1900, prima squadra della capitale, va bene, grandissimo orgoglio e un bel pezzo di identità, ma si tratta di un'identità acquisita: prima si è laziali, poi si rivendica la primogenitura romana. Io uno diventato laziale per tradizione e distinzione non lo conosco, per dire.
Nessuno diventa della Lazio perché siamo nati prima, tutti quelli della Lazio ne vanno orgogliosi, punto.
Non possiamo essere solo quelli, non può essere quella roba lì, la Lazio. Quella va bene per una coreografia al derby, per uno sfottò ai cugini, ma essere laziali, la Lazio, deve essere soprattutto altro.
Siamo quelli che soffrono, quelli dei lutti nel cuore, quelli degli eroi che scompaiono uno dietro l'altro, quelli della mitologia del '74 e dei menonove?
Non c'è un laziale degno di questo nome che non conosca quella storia. La Lazio si può dire che fuori dal cortiletto nostro in cui Lovati, Piola e Ancherani sono stelle luminose, è stata raccontata solo così. Lo spogliatoio, le risse, l'unione in campo, chi non se la sente vada, gli esodi per gli spareggi e oltre non si va.
E questa è la parte bella del racconto, perché quella scritta da chi ci vuole male ci vede come la società degli impicci e la tifoseria del razzismo. Manco fossimo 'na caricatura, per molti questo è, la Lazio. Quasi quasi era meglio quando ci immaginavano sul trattore e un accento che in realtà non si sente nemmeno in provincia.
C'è pure il decennio Cragnottiano, le vittorie, la Lazio che pare la Juventus, capofila in Italia, sette trofei in una trentina di mesi e ogni giocatore conosciuto al mondo che ha indossato la nostra maglia o vorrebbe averlo fatto. Gran bella Lazio da raccontare, quella lì. Pure troppo facile, in mezzo c'era il centenario, sembrava che il calcio fosse fatto apposta per far fare bella figura a noi.
Troppo bello, e infatti è finita.
A parecchi non è parso vero di poter controbilanciare lo strapotere laziale sostituendolo con quello del calcio romano, in virtù di uno scudetto scucito, finito il quale per fortuna era pronto l'eroe da incensare finché dura. Ma questa è un'altra questione.
Il salvataggio di Lotito era la cesoia col meno nove, un altro capitolo della tribolata storia biancoceleste, ma poi è stato depennato, damnatio memoriae per tutto ciò che sia venuto dopo il 19 luglio 2004 e non sia Paolo Di Canio.
Perché da dieci anni, volenti o no, la Lazio per moltissimi è Paolo Di Canio. Klose? No, quello è tedesco, addosso c'ha la maglia della nazionale, che non lo vedi? Quello con la maglia della Lazio, ovunque, nel bene ma meglio se nel male, è ancora Paolo Di Canio.
E pure lì, sono convinto che alla Lazio Di Canio ha dato una bella impronta: tanti sono laziali per lui, il ritorno con gol al derby e l'annichilimento della nemesi è una cosa che se la metti in una sceneggiatura ti dicono che hai esagerato, che non può essere, che pare un film dello Stallone anni '80.
Per questo forse, con manovra analoga a quella fatta sull'altra sponda del Tevere ma compiuta da tutt'altri soggetti, ecco l'eroe, non importa se poi sia davvero a servizio della Lazio. E per non rischiare di confonderci, sbagliamo la colonna sonora, ci mettiamo i ragazzi di Buda e infarciamo immagine e status laziale di mani tese, in un momento in cui nemmeno ci sono più i campioni per nasconderle, come avveniva per le celtiche degli anni belli.
E i tanti laziali di Di Canio, diventano laziali a modo loro, si riconoscono laziali a modo loro , e ad unirli a chi non fa lo stesso percorso non c'è più niente, manco Di Canio, manco la Lazio. Il loro modo di essere laziali è l'unico riconosciuto, tanto che alla fine, la Lazio finiscono per essere loro.
E l'altra Lazio che non vuole questa deriva si arrocca su Lotito, che diventa pretesto, fazione e infine addirittura finalità di chi si dice laziale, sia che lo difenda sia che lo saluti chiamandolo pezzodimerda dopo ogni gol (della Lazio).
Perché pure Lotito pensa di essere la Lazio e pure lui sbaglia.
E il campo non conta più niente, conta il racconto, così il 26 maggio finisce che la nemesi muore ma gli zombi, nell'immaginario, siamo sempre noi. Noi che non ce ne accorgiamo, ma non siamo nemmeno più protagonisti quando la Lazio vince, che stiamo sullo sfondo e che abbiamo ognuno in testa un'idea diversa di vittoria.
Il tutto nell'indifferenza generale di chi ha un tornaconto nel vederci così. Tutte le sceneggiature più facili da scrivere sono quelle in cui i personaggi sono tagliati con l'accetta. E noi siamo perfetti: nessuna sfumatura, interminabili discussioni di lana caprina sui forum ma granitica immagine all'esterno. Noi siamo quelli cattivi, razzisti, fascisti, coinvolti in tutti gli scandali e subalterni a chi se non ci fossimo noi non saprebbero come esaltare. E lo "sticazzi degli altri", l'orgoglio, l'appartenenza, alla fine finisci per darteli in faccia e in tutto questo casino, la Lazio te la sei persa.
E i color dei nostri padri sono i colori dei nostri figli, ma sembrano tanto diversi.
E sempre più lontani.
(chiedo scusa per la confusione, è un piccolo sfogo dettato da quello che ho letto sul forum negli ultimi giorni, non credo che dia luogo ad un gran dibattito, ma lo volevo scrivere lo stesso e l'unico modo per farlo in maniera organica era aprirci un topic).