Non so che cosa dire che non suoni ovvio e non so dare piena espressione a quel che sento. Sono solo grato a chi ha aperto il topic perché ha dato voce a un malessere del vero tifoso laziale (non sto dando patenti né tanto meno riferendomi a qualcuno del forum in contrapposizione a nessun'altro) che si sta manifestando in questi ultimi tempi.
Alcuni di voi avranno notato la mia recente, prolungata assenza dal forum, dettata da vari motivi, sia personali sia inerenti proprio a questo malinconico e perplesso sentimento che pervade anche me: non riuscivo a scrivere, né in un senso né in un altro, non perché mi trovassi in polemica con qualcuno o perché non mi ritrovassi nel forum, anzi.
Non sapevo più che dire, pervaso da una strana sensazione di estraniamento, non riconoscendomi più in una squadra alla deriva: dalla dirigenza al tecnico ai giocatori ad alcuni tifosi - senza voler fare processi.
Viaggio molto. Ogni volta che tornavo a Roma e prendevo un taxi mi era purtroppo ancóra facile riconoscere l'appartenenza sportiva del conducente. È qualcosa che si sente a pelle, è un modo di essere. Non è qualcosa di etnico o classista, è quasi ontologico. Quando riconoscevo un laziale ci parlavo e raccoglievo le stesse sensazioni, la stesso perplesso sentimento d'orfanezza.
Forse è vera l'idea che Roma abbia due anime: una morta, palazzinara, affossata sotto le sue stesse rovine, apollinea ma immobile, quella del carro dei vincitori, quella di Ottaviano Augusto, che la storia riscritta dai vincitori ha dipinto come illuminato imperatore e un'attenta disamina rivela come il prototipo della Roma che non siamo: opportunista, vigliacco, traditore, calcolatore freddo, intessitore di trame, populista. L'altra anima, quella di Marcantonio, è dionisiaca, sfugge alle regole, vola lontano, mette le pezze sulle mura che crollano ai confini dell'impero, eppure è eccessiva, è passionale. Ed è minoritaria. È esclusa per una beffa del destino da un testamento cesareo che le appartiene a favore di chi è figlio della lupa, autoctono, autoreferenziale, immobile, ritorto sul proprio vomito (quellidellà) ed è negato a chi è figlio dell'aquila, a chi vola lontano, a chi l'idea di Roma non la vive nel quartiere, nella borgata e nemmeno nei piani alti della politica e della finanza, chi non la vive nel marketing e nei conti da far quadrare. A chi è romano senza esserlo, e lo è più degli altri. Il romano che non ha i colori di Roma, ha i colori di una civiltà precedente alla sua, perché sa di venire da lontano e di non essere né figlio né membro di un clan. SS Lazio, coi colori della Grecia.
"Allora sei fascista", mi sintetizzano ed etichettano sempre in Spagna e in Germania. E vaglielo a spiegare ogni volta, con lunghe disamine politico-storico-sociologiche, fino all'agotamiento, allo spossamento più totale. "Eppure siete famosi perché..."
Siamo famosi e stiamo sulle balle perché siamo l'anima della vera Roma.
Esagerato! Ma stai parlando di una squadra di calcio! No. Non parlo di calcio. E il calcio fattura milioni perché non è solo calcio. Non lo sarà mai.
E come collezionista feticista ho avuto la soddisfazione di regalare magliette della Lazio a persone a cui volevo bene, e anche a donne che ho amato. Mi sto mettendo in ridicolo, lo so, non importa. Kunderiano e surrealista, ho fatto l'amore con donne che hanno indossato la maglietta della Lazio per me. E hanno sentito che quella era la mia pelle addosso alla loro. Hanno sentito che io, laziale, sono e sarò il wandering Jew che non entra in nessuno schema razziale, culturale, politico; in nessun branco, casta, clan, famiglia.
Io, come voi, sono figlio di quell'aquila, di quel je ne sais quoi che i nostri fondatori hanno saputo miracolosamente carpire. La vera, occulta identità di Roma, non quella usurpata da quellidellà né da quellidecquà feisbucchizzati. Di quel qualcosa di misterioso, anarchicamente esistenziale, che non ha casa in nessun luogo ma ha paradossalmente radici molto profonde in un ombelico del mondo che è rappresentato da quella che - se la citazione è esatta - la Gazzetta etichetta come "la metà scarsa di Roma". Forse è anche meno della metà. Forse è anche meno della metà della metà. Un ombelico, in un corpo, occupa uno spazio molto ristretto. Eppure è il punto di confluenza delle forze più ataviche, viscerali, creative, vive ed autentiche di una persona, di un mondo, di un'identità.
La Lazio è questa. Questa Lazio non la perderemo mai. Questa Lazio è la nostra pelle, è il nostro DNA. Questa Lazio non ce la toglierà nessuno. Questa Lazio non la cancellerà mai nessuno. Passeranno presidenti, allenatori, giocatori, gruppi di tifosi. Non la cancellerà nessuno. E a tutti gli apollinei politicamente corretti omologatori delle menti tutto ciò dà tremendamente fastidio. Perché sanno che più ci affossano, più rimaniamo vivi. La Lazio non si cancella. La Lazio è.
Forse ho detto una marea di ca22ate, e mi vergogno anche un po' perché mi sento come un bambino ad esprimere queste cose e a mettermi allo scoperto in questo modo in uno spazio pubblico. Per una squadra di calcio. Che non è una squadra di calcio. È la Lazio. È Roma. Quella vera. Siamo noi. Saranno i nostri figli, carnali o morali. Wir sterben nicht: nur die Zeit stirbt. Non moriremo mai: solo il tempo muore. E la Lazio è oltre il tempo, oltre il vomito di chi vorrebbe che sparisse o - peggio - che facesse qualcosa che non potrà succedere mai: perdere la sua identità. L'identità di quella pura libertà e nobiltà dello spirito che è incarnata dalle ale spiegate dell'aquila che campeggia sul nostro petto.
Forza Lazio.