Magari non mi esprimo un granché, o magari troppo, perché mi trovo ad essere d'accordo con interventi apparentemente contraddittori.
A Mr. Soul che parla di resa, ed altri che sostengono maddeché resa, ho una risposta estremamente personale. Magari il tifoso 1.0, con disagi maggiori o minori, dato che - come sostiene giustamente Cuchillo - lo stadio è proprio un posto di merda (e probabilmente quando ero più piccolo la mia attenzione era sviata da altre cose, mentre ora il re è impietosamente nudo), dicevo il tifoso 1.0 si adatta, si ribella, non accetta.
Ha interpretato perfettamente il mio pensiero fabichan qui sopra, con un solo appunto. Io non dò patenti di "tifoso migliore" al tifoso 1.0, né tampoco di becerume al 2.0. Lo penso in molti casi, ma sempre contestualizzando.
Però non mi ci trovo più. Altri ci si trovano, fortunati loro che riescono a godere ancora dello stadio. Io no. Torno a casa ogni volta stranito, avverto un'estraneità quasi totale dall'ambiente, dalla gente che ho intorno, faccio fatica a considerare fratelli quelli che davanti dietro e accanto a me passano il tempo ad insultare tutto e tutti, lividi e plumbei nel loro rancore. Non mi ci trovo, non lo avverto più come casa mia, e sì che è stata casa mia per quarant'anni, quasi cinquanta.
E mo' basta. Non è mica un dramma, ha sicuramente ragione property quando sostiene che il calcio tutto è cambiato, in un calcio 2.0 un tifoso 1.0 è un arnese un po' patetico, giusto fa un po' colore ma è proprio fuori moda. Lo dico senza ironia, a me di essere fuori moda non me ne frega men di niente. Manco sono un talebano che proclama uno sciopero personale, né l'ultimo giapponese in difesa della purezza del mito di Silvio Piola.
Mi arrendo alla maggioranza schiacciante. Tanto, come scrivevo nel post di apertura, la mia Lazio, quella che immagino e che è un misto di storia vera, di mito, di ricordi giovanili infiorati con un po' di fantasia, di idealizzazione di quelle bandiere di Lazio-Foggia che magari sotto nascondevano una bella manica di fiji de na mignotta, insomma ci metto dentro tutto, Fiorini e Birmingham, i ventimila di Pisa e un viaggio solitario ad Udine per vedere un gol di Zucchini, quella volta che dopo un derby tirava n'ariaccia, e io lasciai il bastone e mi misi la bandiera sotto il giaccone, la strizza di Firenze e le lacrime di Napoli, gioie dolori tradimenti morti improvvise, il pathos e l'epos, i grandi drammi che ci hanno sempre contraddistinto, il nove gennaio del 2000 che giravo per Roma con la maglietta e i figli per mano, ci metto tutto insieme, nel mio frullatore ideale, ed esce fuori la Lazio. Anzi la LAZIO.
E in quella mia Lazio non c'è spazio per i lotiti a prima porta, i cori beceri, gli striscioni e le contestazioni ad oltranza, i fischi ai nostri giocatori, i buu e i ragazzi di buda. Mi perdoneranno i cantori, ma lì non ci entrano. Se questo vuol dire resa, ebbene resa sia. Non ho voglia di starci a combattere. Ho cose più importanti da pensare. Non più importanti della Lazio, più importanti di questo chiacchericciume intorno alla Lazio. Che - mi si permetta - è in perfetto stile 2.0.
Aridatece la Lazio, qualcuno diceva. Nessuno me la può ridare, perché la mia Lazio, nessuno me l'ha presa. Anche se non la condivido con gli altri.