Citazione di: gruber il 21 Ott 2011, 15:14
Uno su tutti: Lo specchio, proprio di Tarkowskij
Inizio a vederlo. Ogni 5 minuti cambia scena e compare un nuovo personaggio, diminuendo il grado gia' bassissimo di comprensione a cui ero faticosamente arrivato.
Dopo 40 minuti ho mollato. Nun je se poteva fa'.
Quello che mi manca sono le amicizie cinefile. Se, per dire, vai a vedere Broken Flowers di Jarmusch in 5 persone (fatto realmente accaduto) e alla fine del file 3 stanno dormendo profondamente... vuol dire che sei condannato a condividere i tuoi piaceri cinematografici con una "minoranza delle persone"...
La narrazione americana, anzi allargando il campo direi occidentale, ci ha educato sin da piccoli e continua a forgiarci.
Si è creata un'abitudine alla visione, fatta di ritmo, riconoscibilità dei personaggi (e del genere di riferimento), oltre che un'abitudine al plot segmentato in porzioni prevedibili con tanto di climax prefinale e finale.
Moltissimi registi americani, pur rispettando i ferrei parametri di sceneggiatura e l'invisibilità della regia, sono riusciti ad uscire dalle righe, arricchendo le aree visibili o invisibili del 'corpo' film.
Uno su tutti, Billy Wilder, che ha sempre raccontato un altro film dentro al film principale, in virtù della sua ossessione poetica per la maschera, il travestimento, il non detto.
(che poi, questa cosa deriva dal codice Hays, ma andremmo troppo per le lunghe).
Le opere di altre cinematografie (più si va ad est e più lo si nota), sono invece caratterizzate da una lentezza che per noi è culturalmente spiazzante, ma che in realtà andrebbe intepretata come intensità dello sguardo, e di una visione del mondo che segue altre velocità e si concentra su aspetti inusuali per noi 'forgiati' (che non è un insulto).
Figuriamoci poi quando non ci sono attori famosi o quando non riusciamo neppure a distinguere i personaggi (...aho, sti giapponesi so' tutti uguali, ma qual era il cattivo?...)
Quando fatico a vedere un film mi chiedo se in realtà, io fatichi ad accettare un'imprevedibilità, una follia, una diversità - come se fossi, fossimo, cinematograficamente xenofobi.
Il caso estremo e secondo me scolastico è il cinepanettone.
Il cinepanettone incassa tantissimo perché la maggior parte delle persone che va al cinema una volta l'anno, va a vedere il cinepanettone perché in pratica ritrova al cinema tutto ciò che trova ogni sera dell'anno: cabaret, pubblicità, retorica da fiction, attori televisivi.
Il cinepanettone è la poderosa conferma del potere della televisione.
Il cinepanettone è anche la conferma della pigrizia culturale e cognitiva dello spettatore qualunque, quello che va al cinema per orientarsi (per passare tempo...) mentre il cinema dovrebbe anche disorientare, suggerire squilibri, far vacillare le nostre certezze. Almeno per un paio d'ore.
Tutto questo lo dico nel massimo rispetto del cinema di pure intrattenimento che adoro. Però intendo che ne so, Grosso Guaio a Chinatown (che comunque si presta anche a letture connotative interessanti) e non certo Vacanze a Miami.
Inoltre... se c'è gente che si addormenta a Broken Flowers di Jarmusch, qui chiudiamo baracca e burattini

.
Voglio dire, è un 'on the road' pieno di star non un panegirico sperimentale e ipnotico.
Però è un'indicazione della direzione che sta prendendo il gusto del pubblico, che purtroppo è quella del vicolo cieco, o peggio ancora del conforto.
Ma se il cinema dà solo conforto, che cinema è?