«Croati trattati coi guanti, noi come bestie»
I tifosi laziali arrestati in Polonia un anno fa: «Tra poco scade la sospensione e potremmo tornare in carcere».
Tra dieci giorni sarà passato un anno. Ma non è vero che il tempo cura tutte le ferite. Quelle più profonde restano, nascoste, in qualche parte della mente. E riaffiorano all'improvviso, facendo sempre un po' male. Per i ragazzi che subirono la violenza ed i soprusi in terra polacca è così. Basta una telefonata, una domanda, e tutto sembra sia accaduto solo ieri. Ne abbiamo contattati alcuni, alla luce dei fattacci di Italia-Croazia, per raccogliere il loro pensiero. E ricordare insieme quei giorni terribili.
«Non potrò mai cancellare la paura che provai quando, mentre percorrevamo la strada che doveva portarci allo stadio, fummo rastrellati senza alcun motivo, ammanettati e spinti sulle camionette - racconta Alessandro Vinci, ventidue anni -. Ci condussero in prigione, sbattendoci in celle piccolissime, stretti come sardine in scatola. Ricordo che un nostro compagno era stato operato da pochi giorni ed aveva necessità di bere spesso. I poliziotti finsero di non capire e ci dettero solo una bottiglia d'acqua, da dividerci in almeno venti persone». Mamma Marcella punta il dito sul nostro governo. «Ci difese male e tardivamente. Vedere mio figlio ammanettato fu uno shock. Le altre tifoserie vengono in Italia e fanno ciò che vogliono. I croati sono entrati allo stadio con un arsenale di armi improprie. Dove erano i controlli? I nostri ragazzi furono vittime di una trappola».
Anche Damiano Stazi era in Polonia per seguire la Lazio e venne tratto in arresto. «La sentenza è ridicola - racconta - nell'atto ufficiale si legge che "mi muovevo con fare da leader". In realtà cercavo di scappare, avevo paura. Mi hanno condannato per una supposizione». Papà Gianni, però, non si arrende. «Abbiamo perso l'appello, ora attendiamo la Cassazione. Se non ci darà ragione andremo in Europa. Non può finire così». Già, perché Damiano, che ha trascorso quasi un anno dietro le sbarre delle galere polacche, è atteso a Varsavia tra un mese per scontare un altro anno di reclusione. «Siamo riusciti ad ottenere una sospensione - conclude il padre Gianni - ma tra poco scade. Mia moglie piange ed è disperata».
Massimiliano Vitelli