Abitando io praticamente di fronte allo stadio Olimpico, ho avuto modo di osservare da vicino il fenomeno di massa del culto di Vasco, numero uno indiscusso della musica italiana a livello di popolaritá .
E culto inteso qui non come sinonimo di nicchia, ma proprio nell'accezione di culto religioso.
Mi ha fatto un certo effetto vedere, durante i due giorni dei concerti, comitive di 50,40,30 e anche ventenni aggirarsi giá dalla mattina intorno allo stadio e vivere l'Evento in forma dilatata e quasi sacrale.
Ció mi ha spinto a fare alcune considerazioni che condivido qui.
Innanzitutto un discorso prettamente musicale: Vasco tra il 1979 e il 1985 è stato l'unica vera innovazione nel panorama della musica italiana ( quindi parlo di mainstream e non di underground ) ibridandola con l'hard rock, certa new wave e talvolta con slavati echi punk ( asilo republic ).
Forte anche l'influenza reggae-rock dei Police, sopratutto nei riff e nel suono della chitarra di Massimo Riva, vero deus ex machina del primo Vasco.
Certo non tutto era oro, ma lo splendore melodico di Una canzone per te, Albachiara, Non l'hai mica capito, Anima fragile etc etc sono innegabili e sono le fondamenta su cui si regge l'impalcatura di cotanta carriera.
Senza canzoni belle puoi incarnare qualsiasi cosa ma non avrai successo, o almeno quel successo.
Ora peró è chiaro che qui non si tratta solo di canzoni.
Se Vasco è stato ed è cosí determinante nella cultura di questo paese, lo è stato per ció che ha rappresentato e ha comunicato, a livello testuale e non.
La fine degli anni 70 e l'inizio degli 80' sono stati un momento cruciale della storia d'Italia.
Una lunghissima stagione di lotte si era conclusa definitivamente con la sconfitta ,e stava iniziando il cosiddetto "riflusso" , il ritorno alla normalitá, all'individualismo, l'edonismo, il privato, la famiglia, il consumo.
In questa fase Vasco incarna una figura ambivalente.
Da una parte lo pseudoanarchico (apolitico) dedito alle droghe come forma di ribellione e rifiuto della società.
Dall'altro l'edonista, sempre dedito alle droghe, ma individualista, un po romantico e un po arrapato da freno inibitorio allentato dalle sbornie di canne alcool e coca.
In un certo senso una sorta di punk, di cui condivide ribellismo e tendenze autodistruttive, ma un punk che non ha peró ben chiaro l'obiettivo primario del rovesciamento totale dei valori e dei codici, sia morali che stilistici.
Vasco, al contrario, è un " punk" integrato, che entra ed esce a suo piacimento dai valori e dai codici della società
senza dover rendere conto a nessuno.
"generazione di sconvolti che non ha piu santi ne eroi"
Eppure alla fine di quel decennio cosi tormentato era chiaro che una delle cause della sconfitta dei movimenti giovanili (che Vasco ha frequentato continuativamente nella turbolenta Bologna) fosse l'eroina, ma anche piú in generale la cultura della droga, piú che mai disponibile a buon prezzo ad ogni angolo di strada.
Vasco grida al mondo che lui rivendica il "fuck you all" e milioni di seguaci vi si identificano.
D'altra parte le lotte non hanno portato a niente, il sistema fa schifo, e quindi richiudiamoci nel nostro mondo provinciale fatto di sconvolture, di sconfitte, di asocialitá tutto sommato controllata e accettata.
L'impero di Vasco risiede nella noia della provincia italiana, nella voglia di sentirsi spericolati ed eccitati e spazzare via l'angustia e il grigiore della routine.
È l'inganno dello spettacolo ( per dirla col solito Debord ), perchè di fatto chi va a letto la mattina presto è solo lui, la star. I suoi fans ci si identificano, ma per loro la sveglia suona alle 7 e si va a lavorare in mezzo alla nebbia.
E peró anche qui l'ambivalenza ricorre.
Vasco è sia lo sfigato di Colpa d'Alfredo sia lo sbruffone di successo di Vado al massimo e Vita spericolata.
Nella nuova foga competitiva degli anni ottanta c'è da sgomitare, e non solo in ufficio o tra gli yuppies, bensi anche tra bulli di strada che si contendono le ragazze a furor di moto e botte di cocco e aura da coatto "dannato".
Dannato duro fuori e peró tenero dentro, che ogni tanto schiude la sua sensibilitá come nella solitudine di Ogni volta.
Un altro fattore chiave del suo successo è il minimalismo: Vasco canta con la bocca ancora impastata ed esprime pochi concetti, poche parole, molto semplici. Quell'essenzialitá tipica del tossicomane che non ha alcun interesse a perdere tempo in discorsi e teorie. Vedi il nonsense di Bollicine coi suoi calembour allitteranti o Toffee, con quei rapidi flash "passami l'asciugamano".
È curioso notare come quel periodo primissimi ottanta sia stato completamente dominato dall'afasia di Vasco e contemporaneamente dalla logorrea colta e fitta di citazioni di Battiato.
L'apice del primo Vasco è comunque sicuramente l'lp Bollicine e quello dal vivo Va bene va bene cosí.
Entrambi cristallizzano la formula ribellismo tossico generico/ canzone romantica/sbarazzina.
Poi, a metá anni 80 arrivano i problemi con la polizia e il carcere, e l'aura negativa proietta Vasco nel mito.
I fan capiscono che è un ribelle per davvero, e si moltiplicano a dismisura.
L'album chiave che inizia la seconda fase è C'è chi dice no, che stavolta fa il botto vero: è ovunque, nelle radio, in tivu, nelle macchine, ai faló sulla spiaggia.
I soliti tre quattro pezzi romantico-melodici da urlo e il resto è di nuovo la ribellione di Odio i lunedi e il Blasco.
Ci sono peró due pezzi importanti: la title track e Brava giulia, che lasciano affiorare una nuova vena, più scura, e piú seria. C'è meno voglia di scherzare e piú quella di indagare nel profondo.
Un profondo che ovviamente rimane a livello piu che superficiale, ma che permette alla massa ( ormai il suo pubblico è una massa ) di sentirsi esistenzialista, in un certo senso.
"liberi liberi siamo noi peró liberi da che cosa?"
Il disco Liberi liberi è bruttino, sopratutto perchè la steve rogers band si è allontanata per tentare fortuna in proprio e chi la rimpiazza non è all'altezza, ma tanto da qui in poi il Brand Vasco diventa una macchina. Qualsiasi cosa produca ottiene un successo enorme, garantito, automatico.
E da qui in poi quel minimalismo tossico di cui si parlava prima diventa banalizzazione totale del tutto.
Il ribelle senza causa é divenuto un mezzo depresso intento a filosofeggiare sull'esistenza e sulle dinamiche relazionali con l'acume di un bambino di 8 anni.
E pure la voglia di scherzare è sempre piú sforzata, piú simulata.
Nel frattempo V viaggia al ritmo di un megatour l'anno, pubblica un paio di dischi dal vivo, e torna 6 anni dopo l'ultimo in studio col nuovo Gli spari sopra.
La title track inscena addirittura una parodia di hardcore punk veloce e incazzato.
Alla fine del testo ti chiedi: ma con chi ce l'ha? e rimane un mistero.
Per vasco un minimo di critica socioeconomica
anche basilare è impensabile, l'importante è quel feeling vago del sentirsi accerchiati, perseguitati e quindi ribelli.
La prima repubblica è crollata, i Nirvana hanno riportato in auge quella cosa ribelle chiamata Rock, e il nostro si fa trovare pronto.
Alla fine è anche logico che dopo dischi di platino, megatour, e miliardi veri ti chiedi giustamente qual'è il senso della vita nell'inno depresso Vivere vivere.
Milioni di fan troveranno consolazione alle angosce quotidiane nelle parole, rassicuranti nella loro psicofarmaceutica desolazione, del Komandante.
Poi dopo, al limite, ti fai una botta e vai in disco a ballare il remix di Ehi tu Delusa, che spopola nei damcefloor e nei baretti estivi.
Ancora tre anni e nell'album nuovo c'è un colpo di coda, ovvero Sally ( che peró di mormora sia interamente farina del sacco di Tullio Ferrio ) pezzo inusualmente denso e profondo per davvero.
Da qui in poi vasco va col pilota automatico per tutti gli anni 00'.
Propone un modello piú adulto rispetto agli esordi, ma è giusto una patina, perchè in sostanza le tematiche e le modalitá sono stanche ripetizioni della formula di un decennio prima.
Ogni tanto il nostro ci ricorda che se gli altri... allora lui no, e in milioni cantano all'unisono "io no io no io no" e sono talmente tanti che viene da chiedersi se magari invece qualcuno che lui si esista.
Forse l'unica cosa che rimane da segnalare sono le cover.
La trashata di creep dei radiohead, ma anche Generale, che risuona inaspettatamente densa nel clichè vaschiano
e sopratutto La compagnia di Battisti, con quel caracollare rock che gli dona un carattere interessante.
Lunedi altra data, la terza, all'olimpico, altra serata di inferno per trovare parcheggio.
Mi stupiró ancora di trovare le tende, i capannelli, le magliette e le bandiere, le bocce di birra e di whisky alle tre del pomeriggio, e l'incertezza nel decidere se in fondo Vasco Rossi è stato solo uno specchio di una realtá immutabile del nostro paese, o lui stesso un fautore di quella ripetitivitá e di quella rinuncia ad una comprensione più profonda, di quell'adagiarsi sull'aporia del sentirsi unici in mezzo a 70:000 persone che come te si sentono uniche e ribelli ognuno a modo proprio e invece sono esse stesse, nei loro corpi, le fondamenta di quel qualcosa del quale si sentono ribelli.