Tare: «La Lazio può far sognare» (Corriere dello Sport)
«Con le idee giuste, credendo nei giovani, possiamo crescere: siamo sulla buona strada, ora ci serve la mentalità vincente»
ROMA - Lotito, dopo il caso Iodice, ha smesso di parlare. Ancora meno della Lazio. Un anno di silenzio. Nessuno l'estate scorsa ci faceva caso, ora è diverso, perché i risultati inferiori alle attese hanno moltiplicato i malumori della piazza, gli interrogativi, l'insofferenza, quel distacco mai colmato, a parte la notte dopo il terzo posto conquistato a Napoli, tra società e tifosi. La necessità di un'intervista, dopo il mercato di gennaio, era diventata improrogabile. Volevamo capire dove sta andando la Lazio, cosa ci dovremo aspettare nei prossimi mesi, quali diventeranno gli obiettivi dal punto di vista sportivo. A maggior ragione considerando la fuga dall'Olimpico e la malinconia di uno stadio semi-vuoto, come se lo spettacolo calcistico non interessasse più al popolo biancoceleste. Perché oggi c'è anche altro da approfondire e non riguarda solo il campo. Quel titolo in prima pagina («Lotito, ridacci la Lazio») era centrato. Ha fatto breccia nella piazza e ovviamente a Formello, dove lavorano per la Lazio, fornendo lo spunto per aprire un confronto. Il direttore sportivo Igli Tare e Stefano De Martino, responsabile della comunicazione, hanno accettato l'invito del Corriere dello Sport-Stadio. Due ore nell'ufficio del Direttore Alessandro Vocalelli per parlare di calcio e del mondo laziale in cui opera la società, per capire cosa è successo negli ultimi mesi e da dove si ripartirà. E' venuta fuori una bellissima chiacchierata, da cui sono emersi numerosi spunti, compreso un invito a Formello per quei cinque grandi ex che, parlando della Lazio nella nostra redazione, avevano mosso delle critiche. Alcune ritenute giuste, altre infondate dalla dirigenza, da cui è stata partorita un'altra idea: saranno invitati a Formello per parlarne, per aprirsi al dibattito, per consentire a chi guarda da fuori di capire cosa succede dentro, per spiegare da dentro che lavoro si fa. Una percezione è stata forte, slegata dal momento. Da fuori, per molti, la Lazio è chiusa. La Lazio, invece, si sente incompresa, avverte delle negatività palpabili e la frustrazione tipica di chi, qualsiasi buon risultato raggiunga, non viene mai premiato dal consenso, ma solo e quasi sempre contestato. Come se alcuno sforzo servisse per ricominciare. Le parole del ds Tare, tornando alle scelte calcistiche, sono state significative. Ha ammesso alcuni errori, ha rivendicato la bontà del progetto mirato sui giovani. La Lazio, intesa come società, deve acquisire una mentalità vincente per non fallire di nuovo, come era già successo nel 2014, dopo una buona stagione. Ma la Lazio ha anche gettato basi solide per il futuro e raccogliere con le idee, attraverso la programmazione, che sta andando avanti nonostante l'attuale settimo posto in classifica. Tare ha parlato di fatturato e risultati. E ha chiesto di rinviare il processo perché la stagione resta in salita, ma non è conclusa e c'è tanto da giocare, a partire da Istanbul e dall'Europa League, il primo appuntamento in cui la Lazio e tutti i suoi tifosi dovranno cominciare a ricostruire un'immagine danneggiata dal caso Koulibaly.
E' un momento critico per la Lazio, c'è una stagione in parte da giocare, c'è un'Europa League che potrebbe aprire chissà quali scenari eppure si respira un'aria di dismissione attorno alla società. Perché? Come si spiega e come si combatte questo clima, anche comprensibile, di grande pessimismo?
«Penso sia troppo presto parlare. Con una stagione in buona parte ancora da giocare, con un altro obiettivo importante come l'Europa League, che significa prestigio, non solo risultato sportivo, è prematuro mettere sotto processo la Lazio e la squadra. Ci sono due competizioni aperte e da giocare sino in fondo come il campionato e l'Europa League».
Perché la Lazio non ha continuato quel processo di crescita che l'anno scorso l'ha portata a firmare una stagione quasi capolavoro, con la conquista del terzo posto e la finale di Coppa Italia persa per un doppio palo?
«Per un semplice motivo. Sono ancora più convinto adesso del progetto e ne parlo in un momento negativo rispetto a quando lo abbiamo impostato in estate. L'anno scorso avevamo raggiunto un obiettivo importante. Secondo le nostre valutazioni, volendo dare la priorità al gruppo che aveva raggiunto l'obiettivo del terzo posto, abbiamo pensato di aggiungere dei giocatori giovani e da crescere in un contesto importante come il nostro. E' una squadra esperta, un mix perché ci sono ancora giocatori di grande esperienza internazionale. E poi i giovani presi dall'estero avevano già giocato qualche campionato diverso dal nostro. Sono da considerare giovani per il calcio italiano, ma nei rispettivi Paesi avevano già fatto esperienza. Così abbiamo aggiunto al gruppo Patric, Morrison, Milinkovic, Kishna e Hoedt: avevano e hanno le caratteristiche per poter crescere nella Lazio avendo anche la possibilità di conquistare il posto di titolare. Questa era l'idea. E così possiamo dire è andata per Milinkovic e Hoedt».
Molti si chiedono: dopo la passata stagione non era semplice rinforzare la Lazio acquistando un difensore centrale? Sembrava fosse la priorità. Perché è stata scelta una politica apparentemente distonica dalla realtà?
«Non è una politica. All'epoca l'acquisto di un difensore centrale non era la priorità. In partenza avevamo uno dei migliori difensori del campionato come De Vrij e un titolare come Gentiletti: veniva da un'esperienza positiva in Sudamerica, avendo vinto la Coppa Libertadores, e da un infortunio grave. Dietro di loro avevamo un giovane come Hoedt e Mauricio, già inserito. La difesa è stato il tendine d'Achille della Lazio perché c'è stato l'infortunio di De Vrij e perché Gentiletti, contrariamente a quanto pensavamo, non ha recuperato al 100 per cento dall'infortunio. La stagione scorsa era stata molto positiva. Quando si stava aprendo il mercato estivo mi è stato chiesto quali fossero gli obiettivi. Ho risposto che era difficile migliorare questa squadra. Una frase per cui sono stato molto criticato negli ultimi mesi, ma quando spiegai che non era semplice rinforzare quella Lazio non avevo sentito tante critiche, non dicevano che era sbagliato. Dicevano tutti è vero. Tutto era legato al passaggio o meno del preliminare di Champions. Purtroppo siamo arrivati al preliminare con la Lazio decimata dagli infortuni, senza una preparazione completa, senza quattro o cinque giocatori fondamentali. Assenze importanti. Tutto questo ha inciso tantissimo sul giudizio dato alla Lazio. Io sono abituato a pianificare con calma, prendendo atto degli aspetti positivi e degli aspetti negativi. La cosa positiva: l'ingresso in Champions sarebbe stato la ciliegina sulla torta, uno sviluppo importante al processo. La cosa negativa: non centrarla significava che gli sforzi fatti in precedenza non sarebbero stati apprezzati dalla piazza. Durante il periodo estivo, la Lazio ha rifiutato proposte pari a 150 milioni di euro per i suoi giocatori più forti. Sono cifre importanti, ma lo abbiamo fatto proprio perché eravamo convinti di avere una squadra solida e che con l'ingresso in Champions sarebbe potuta crescere ancora come valutazione. Credendo nel gruppo, non abbiamo ceduto nessuno con l'innesto di questi cinque giocatori giovani convinti di formare un gruppo adeguato».
Al di là degli infortuni, come si dice a Roma non ve la siete andati a cercare non rinforzando la squadra con un centravanti? D'accordo i problemi fisici di Klose e Djordjevic, ma che servisse un rinforzo in avanti è stato dimostrato dal fatto che avete acquistato Matri a fine mercato. Non era possibile comprare un attaccante prima del preliminare anziché giocare con Keita prima punta?
«Nel preliminare di ritorno abbiamo giocato con Keita centravanti perché sono venuti a mancare Klose e Djordjevic. Non era prevedibile, nei nostri calcoli, aggiungere un altro attaccante avendo in organico Klose e Djordjevic. Per la prima volta quest'anno il nuovo regolamento impone un elenco di 25 giocatori. Non ti è permesso di allestire una rosa extralarge. Sapendo che per ogni ruolo servono due giocatori, più tre portieri, arrivi alla somma dei 25. Klose e Djordjevic punte centrali. Keita, Kishna, Felipe Anderson e Candreva gli esterni impostando la squadra sul 4-3-3, più un altro giovane come Oikonomidis. Questa non è una giustificazione ma lo dico per spiegare quali fossero le nostre strategie estive. Questa è una squadra molto importante. E tutti, parlo dei giocatori, dobbiamo sapere che la maglia è importante. Gli obiettivi devono essere raggiunti. La squadra ha trovato delle difficoltà. Non uso la scusa degli infortuni, non ne ho mai parlato in questi mesi per non dare alibi, è vero però che siamo la terza squadra per infortuni subìti nel campionato italiano. E tutti sappiamo quanto sarebbe importante poter affrontare il campionato, una domenica dopo l'altra, al completo».
Con tutto il rispetto per Bisevac, non si poteva acquistare niente di meglio a gennaio?
«Ho sempre cercato, conoscendo il mondo della Lazio, di essere onesto nelle spiegazioni. A gennaio, considerando l'assenza di De Vrij, sarebbe stato importante portare un giocatore esperto. Uno pronto da subito per aiutare la Lazio e Bisevac nelle prime due partite, con Juve e Chievo, lo ha dimostrato. Investire a gennaio è difficile. Se programmo un investimento, lo faccio con le dovute misure, sapendo di dover dare il tempo ai giocatori di ambientarsi in un contesto del genere. Nel caso di Bisevac, ricordando giocatori presi in passato come Biava e Dias proprio a gennaio, ho deciso di fare questo tipo di scelta».
Biava e Dias furono due intuizioni di mercato così come Candreva, Keita preso dal Barcellona, e Felipe. Qual è invece il più grande rimpianto o quale l'errore che si riconosce?
«Non lo vivo così. Il nostro mestiere è fatto di alti e bassi. Non ho rimpianti per quanto riguarda degli affari. Ci sono delle dinamiche. Mi è dispiaciuto, sotto la gestione Reja, di aver perso per due anni consecutivi la possibilità di giocare i preliminari Champions. Una volta per la differenza reti e l'anno successivo, dopo che l'Italia aveva perso un posto nel contingente, per un punto dietro all'Udinese. Entrare in Champions ci poteva aiutare per la crescita, per la maturazione della squadra e della società».
I risultati sono importanti per una società di calcio, ma evidentemente non sono tutto. La Lazio alcuni risultati li ha centrati, nonostante questo c'è un clima di assedio attorno alla società. Vi siete chiusi o vi sentite chiusi dentro un fortino con tutti contro?
«Non credo sia così. E lo capisce chi vive il mondo Lazio da dentro. Ho avuto anche il modo di parlare con tanti tifosi venuti a Formello, alcuni hanno espresso il desiderio di visitare il centro sportivo o viverlo da dentro, e li abbiamo accontentati. La Lazio non è di Tare, è di tutti quanti. La società ha un obbligo, quello della gestione sana e questa linea è stata mantenuta per dare un ordine: raggiungere degli obiettivi progettando prima tutto quello che poi è successo. Le parole le porta via il vento. I fatti sono chiari. Quello che abbiamo raggiunto e tradotto in termini di trofei e finali, parlo della prima squadra e della Primavera, sta sulle tabelle. Si possono analizzare e paragonare con tante realtà che superano le possibilità della Lazio. Ognuno è in grado di fare un'analisi giusta sotto questo aspetto. Ci tengo tantissimo al fatto di dare l'opportunità a qualsiasi tifoso di vivere una giornata a Formello insieme ai propri beniamini o di conoscere il centro sportivo come se fosse casa sua. Questo ci tengo a sottolinearlo».
Da tempo, ogni giorno, ricevete una pioggia di critiche, qual è quella che in fondo è disposto ad accettare e quella inaccettabile?
«Se dovevo ragionare da tifoso, dico è giusto. Ogni tifoso ha il desiderio di vedere la sua squadra in cima a tutto. Da professionista dico che è mio dovere agire sempre con la responsabilità di quanto facciamo. Il desiderio del tifoso e la gestione della società sono in contraddizione. Quando non ci sono i risultati, il livello del confronto diventa molto alto. Sta succedendo anche adesso. Vedo una cosa vera. Non è solo il mondo della Lazio che sta subendo questa mancanza di affetto e di rispetto. Dall'altra parte del Tevere hanno gli stessi problemi della Lazio, quattromila o cinquemila paganti, lo stadio vuoto. Lo stesso effetto, in misura più lieve, lo vedo nelle partite del Milan e dell'Inter, i tifosi non vanno in massa. Alla Lazio si evidenzia questa disaffezione ancora di più rispetto ad altre realtà. Non spetta a me dire o capire i motivi».
Da tifoso però sta dicendo che la Lazio dovrebbe far sognare di più...
«Assolutamente. Ogni giorno trovo la forza di fare il mio lavoro per realizzare un sogno per me stesso, ma soprattutto per la società e di conseguenza per ogni tifoso. L'avevo detto dopo il successo in Coppa Italia con la Roma nel 2013. Il mio modello, perché l'ho vissuto da calciatore in Germania, sono lo Schalke 04 e Borussia Dortmund. Hanno vissuto le stesse difficioltà della Lazio in passato, con idee chiare e programmazione sono riuscite a tornare competitive. Qualche risultato lo ha raggiunto anche la Lazio a livello nazionale conquistando sei finali in sette anni con la prima squadra. E con la Primavera altre sei finali. Siamo stati, dopo l'Inter, la squadra che ha fatto esordire più ragazzi in serie A. Loro 29, noi 17, più di tutte le squadre di prima fascia. Questo dato mi piace molto. Dietro al lavoro, ci sono i risultati e le conseguenze che portano. Il nostro obiettivo è fare la storia della società con ragazzi che vengono dal settore giovanile»
Può sembrare paradossale soprattutto a chi pensa che i gioielli vadano sempre difesi. A questo punto può essere stato un errore non aver ceduto qualcuno in estate?
«Facendo un'analisi completa, a livello economico e calcistico, ho visto i movimenti di altre società, dove hanno deciso di cedere pezzi pregiati. E' successo alla Juve, alla Roma, all'Inter e al Napoli. Può essere un esempio anche per noi. Posso capire se vendo e poi reinvesto gli stessi soldi per migliorare la società. Sì, potrebbe essere stato un errore non aver venduto nessuno, ma io dico anche che l'idea di rifiutare 50 milioni per Felipe (44 più 6 di bonus) è perché volevamo fortemente dare continuità a questo progetto, a questi risultati, a questo gruppo. Con una squadra in Champions, il valore dei tuoi giocatori si alza ancora di più».
La sua migliore operazione di mercato forse è legata all'acquisto di De Vrij, l'ha scelto quando nessuno lo conosceva e dopo pochi mesi è diventato il miglior difensore del Mondiale. La gente è preoccupata a causa delle sue condizioni fisiche, cosa può dire?
«L'errore è stato il fatto di non essere intervenuti dall'inizio, non eravamo consapevoli della gravità dell'infortunio. La cosa positiva è la reazione che ha avuto il ginocchio dopo l'intervento. A due mesi di distanza la situazione era già molto positiva. Noi siamo fiduciosi e consapevoli che De Vrij tornerà al 100 per cento e sarà un giocatore recuperato in pieno nella prossima stagione».
Perché dopo ogni stagione vincente seguono fallimenti? Perché non riuscite a confermarvi ad alti livelli? Aumentano gli impegni ed è difficile tener botta? E' più facile lavorare nell'emergenza e quando si verifica avete più stimoli ad acquistare?
«E' un mix di tutte le cose che avete detto. Giocare ogni tre giorni ti mette in condizione di avere più partite e di aumentare gli infortuni. E anche il rendimento dei giocatori non è stato decisivo come nelle stagioni precedenti. E' una critica giusta. Ci teniamo a migliorare questo aspetto, è una questione di mentalità che dobbiamo aggiungere alla squadra e alla società. Per competere a livello internazionale e nazionale bisogna avere la giusta mentalità. Si acquisisce nei momenti positivi, mantenendo l'umiltà».
Sì, ma come si fa a trasmettere questa mentalità? L'esempio deve partire dalla società o è un concetto che riguarda solo i giocatori?
«La mentalità deve partire dalla società, dall'allenatore, dai giocatori. Se l'anno prima hai dato il 100 per cento per raggiungere gli obiettivi, l'anno successivo devi dare il 101 per cento per mantenere lo stesso risultato. Le responsabilità sono maggiori».
Lei ha detto spesso che alla Lazio manca personalità. E' stato fatto un investimento su Milinkovic, un grande giocatore in prospettiva. Al di là dell'acquisto dei cinque giovani non sarebbe stato utile acquistare un uomo di grande personalità?
«Se andate ad analizzare bene, la squadra è molto esperta. La personalità si sente quando siamo tutti, non basta oggi, non basterà domani. Ogni giorno in allenamento occorre la mentalità vincente».
Klose e Djordjevic hanno dato meno rispetto a ciò che tutti si aspettavano. E' rimasto deluso dal loro rendimento? Perché non hanno funzionato?
«Ho sempre sentito criticare dei reparti. Prima la difesa, ora l'attacco. Per me conta il modo di giocare. Bisogna attaccare come squadra e difendere come squadra. Quando manca questo principio, quando non si attacca o non si difende come squadra, viene meno il rendimento dei singoli giocatori. Si difende e si attacca in undici come la Lazio è stata in grado di dimostrare a lungo nella stagione passata. L'anno scorso credo che la nostra squadra abbia giocato il miglior calcio del campionato italiano».
Pioli è stato ingaggiato perché aveva accettato la sfida, perché serviva entusiasmo e bisognava far divertire la gente. Non crede che quest'anno siano venute meno alcune caratteristiche della squadra? E' successo perché è più difficile fare un certo tipo di calcio ogni tre giorni?
«Non è così. Le statistiche dicono altro a livello fisico. E' una questione mentale, di approccio. Un dato di fatto: nel passato campionato la Lazio è stata la squadra che segnava più gol nei primi 15 minuti, quest'anno è diventata la squadra che prende più gol nei primi 15 minuti. Eravamo la squadra che faceva più gol e chiudeva in vantaggio i primi tempi, ora è il contrario. Le statistiche mi fanno pensare all'approccio. Se la squadra approccia le partite con la mentalità giusta, ha dimostrato di potersela giocare con chiunque. E' un obbligo nostro riuscirci sempre, stiamo cercando di migliorare l'aspetto mentale».