Posto alcune mie riflessioni finali...se avete tempo e pazienza...soprattutto pazienza

I 5 cerchi non coincideranno con le 5 stelle. Due figure geometriche evidentemente non conciliabili. E così arriva un no secco alle Olimpiadi da parte di Virginia Raggi, neo sindaco capitolino. Ma sarà stata la "divina provvidenza" a decretare questo secondo rifiuto a distanza di quattro anni? Forse...se ci affidiamo alla teoria dei corsi e ricorsi storici. Già perché nel febbraio del 2012 l'allora premier Monti mise il veto definitivo alla candidatura italiana ai giochi del 2020. «Non ci sentiamo di prendere un impegno finanziario che potrebbe gravare in misura imprevedibile sull'Italia nei prossimi anni. Le turbolenze finanziarie, quello che accade in Grecia, non consentono di prescindere da questa situazione. Il governo non ritiene che sarebbe responsabile, nelle attuali condizioni dell'Italia, assumere questo impegno di garanzia dei costi delle Olimpiadi. Tanto più che siamo, sottoposti nei prossimi anni ad un piano molto esigente di rientro nel rapporto debito-Pil» spiegò il premier, sottolineando come il coinvolgimento della nazione poteva "mettere a rischio i denari dei contribuenti". Quindi un no sotto il profilo economico sostanzialmente e anche allora si decise di non cambiare, di non investire, di non rischiare ma di puntare al risanamento finanziario e alla crescita. Decidere per il sì sarebbe stato da irresponsabili. A quei tempi c'era Alemanno sulla poltrona del Campidoglio e l'intero staff rimase estremamente deluso e parlo' di scommessa persa: "Rinunciare ad una candidatura vincente, sostenuta da un progetto di ottimo livello tecnico e di grande sobrietà economica, significa non scommettere sul futuro dell'Italia"! Corsi e ricorsi storici appunto. Ma cosa è cambiato da allora? Innanzitutto le reazioni politiche e mediatiche. Meno veemenza, meno attacchi, meno bailamme e strilli giornalistici. Sette anni fa la decisione fu presa al last minute, incontrando il comitato organizzatore proprio all'indomani del termine ultimo per formalizzare la candidatura di Roma ai Giochi. C'erano Gianni Letta e Mario Pescante, presidente e presidente onorario del comitato organizzatore, il sindaco oltre al numero uno del Coni, Gianni Petrucci. Si parlò di occasione persa in un senso generale di amarezza anche per una decisione arrivata sul filo di lana: «Resta il sogno olimpico che è svanito: accetto la decisione, ma avrei voluto un maggiore rispetto perché dirci no l'ultimo giorno non è stato bello – disse Gianni Petrucci, presidente del Coni - Avevamo fatto un tema perfetto. Arrivare così all'ultimo giorno mi ha fatto rimanere male e l'ho detto al premier».
E i partiti? Fu un coro abbastanza unanime d'approvazione, ad esclusione dei vertici del Pdl, parlando di scelta seria e responsabile, seppur non semplice. «Come italiano sono dispiaciuto – disse Gianfranco Fini, Presidente della Camera - Ma è del tutto evidente che la decisione è esclusivamente di carattere finanziario». Sulla stessa lunghezza d'onda anche il collega del Senato, Renato Schifani: «Mi dispiace, ma in un momento difficile, tutti siamo chiamati a scelte difficili, anche se dolorose». Scelta appoggiata anche da Bersani che in un twitter parlò di una decisione "meditata. Una scelta da leggere come segno di responsabilità e non di sfiducia". Un sogno insomma le Olimpiadi che è naufragato per obiettivi più alti e più seri: «A tutti gli italiani sarebbe piaciuto avere le Olimpiadi a Roma - disse il leader dell'Udc, Pier Ferdinando Casini - Noi abbiamo avuto sollecitazioni da decine di dirigenti del partito nel Lazio ma bisogna essere onesti: le motivazioni di Monti sono tutt'altro che peregrine e dimostrano una grande serietà. Monti poteva dire un sì facile o un no difficile: ha scelto la strada della serietà». E dubbi sulla candidatura arrivarono anche dal segretario generale della Cgil Susanna Camusso. «I grandi eventi sono stati per molte grandi città una straordinaria occasione di rilancio - affermò - però mi farei la domanda se questa è la prima delle priorità o se invece, un paese che è stato progressivamente lasciato andare, non abbia bisogno di rifletterci e di valutare quante risorse sono a disposizione e dove collocarle». Gli stessi Verdi parlarono di una forte esposizione economica. Sin troppo onerosa per le casse: «Le Olimpiadi costerebbero all'Italia 9,8 miliardi: una cifra spropositata che graverebbe in gran parte sulle spalle dei contribuenti italiani visto che 8,2 miliardi di euro sarebbero a carico dello Stato – disse Angelo Bonelli presidente nazionale - Rinunciare alle Olimpiadi è un atto di saggezza e rispetto nei confronti degli italiani. Non si possono chiedere sacrifici agli italiani tagliando le pensioni, sanità, trasporto pubblico e poi spendere 8 miliardi di euro per le Olimpiadi con rischio connesso di speculazioni. In Italia ci sono altre priorità a cominciare dalla lotta al dissesto idrogeologico alla mobilità pubblica che ormai è al collasso».
Insomma tutto sembra essere cambiato a distanza di sette anni, a partire delle predizioni di Petrucci che congedò Monti con un laconico vincitore mediatico: «Lei domani uscirà sui giornali da vincitore, noi no».
Già perché oggi, la Raggi invece con il suo No esce con le ossa rotte. Attaccata dai media, dai politici e da chi forse non troverà probabilmente il suo tornaconto personale. Eppure è stato un No dettato sulle stesse basi concettuali. Ma si è discusso di tutto, a volte anche dell'aria fritta. Ma ad accendere ancor più gli animi è stato il suo ritardo all'appuntamento in Campidoglio con Giovanni Malagò presidente del Coni. Ritardo forzato, forse studiato a tavolino (quello del ristorante Dino in via dei Mille dove si trovava a pranzo), visto l'alter ego conosciuto di Malagò la sua reazione prevedibile: andar via per prolungata attesa. Un Malagò uscito visibilmente offeso e con il sangue agli occhi, tanto da ipotizzare un eventuale danno erariale sui soldi spesi dal comitato promotore Roma 2024 per poi fare un passo indietro: «Noi non facciamo alcun tipo di azione, non facciamo nulla e non vorremmo fare nulla. Ma se qualcuno ci chiede...>. E nell'intercalare tra un microfono e la rabbia non è mancato un suo baciamani giudiaco alla stessa Raggi: "Con una persona con cui non ho confidenza lo faccio sempre".
Ma forse Malagò dimentica che la decisione finale per le città candidate spetterebbe comunque al Comitato Olimpico Internazionale. E non tutto sarebbe scontato. A chi chiederebbe i soldi Malagò con l'esclusione finale di Roma? E qualcuno fece causa o mise mano al portafoglio dopo il No del premier Monti?
Poi si può anche spostare il discorso sulle opere incompiute, sulle tanto vituperate promesse mai mantenute, sui soldi spesi e sui cantieri aperti ormai in eterno: imbuti a cielo aperto, capaci esclusivamente di far lievitare le spese preventivate come in un pozzo senza fondo. Perché di fronte a "demagogia e populismo" decantato da Malagò, sulle condizioni post olimpiadi dei vari paesi detentori, ci sono però strutture reali che non hanno mai visto il nastro d'inaugurazione come le vele di Calatrava: la tanto designata città dello sport di Tor Vergata con una copertura reticolare a forma di vela e alta 75 metri. Anzi le vele dovevano essere due secondo il progetto. Ma il cantiere aperto nel 2005 sta lì, fermo e abbandonato. Finora sono stati spesi oltre 200milioni di euro, ma per completarla ne servirebbero altri 426. Per un prezzo finale pari a SEI volte la stima fatta inizialmente.
Corsi e ricorsi storici, appunto. Due No, due "attori". Stesse motivazioni ma differenti esiti: un "vincitore" e una "sconfitta".
.