Da Il Napulegno (no, non è un clamoroso OT, ma se sostituite Napoli con Lazio e ADL con Lotito vedrete che il discorso non riguarda noi, ma il sistema calcio oggi, comprese le discussioni tra tifos*):
Secondo i sostenitori sfegatati di ADL il tifoso commercialista sarebbe quello che invece di tifare farebbe i conti in tasca al club e al suo presidente. Per i nemici irriducibili, quelli che finiscono a parlare di ADL pure se si sta discutendo del colore dei calzini di Ciruzzo Mertens, il tifoso commercialista sarebbe quello che nel nome del bilancio giustifica ogni mancato investimento.
Nell'epoca della confusione totale alimentata dai social, neanche più le parole, i concetti, hanno un'interpretazione univoca, finendo paradossalmente per essere branditi come armi contrapposte su entrambe le sponde dello stesso fiume.
Al tempo del pallone di una volta, l'unica cifra di cui eravamo a conoscenza era il costo dei giocatori, già l'ingaggio restava più sfumato sullo sfondo. Quando comprammo Maradona non c'erano gli articoli finanziari a spiegarci benefici e rischi dell'operazione. Era un calcio semplice, gli introiti si limitavano quasi esclusivamente ad abbonamenti e biglietti. Poi venne lo sponsor sulla maglia, poi il merchandising ufficiale, poi la pay tv, poi la quotazione in borsa, poi le scritte sulla maglietta sono diventate due e tre e le sponsorizzazioni delle big da sole pareggiano o sopravanzano l'intero fatturato di un club di medio livello.
Il pallone di oggi è diventato perciò una branca dell'economia. E, allargandosi progressivamente la forbice fra le élite e tutte le altre, casi come il Leicester City sono diventati miracoli nel senso letterale del termine.
In Spagna poco è cambiato, con le due grandi storiche. In Francia vince solo il Psg. In Italia la Juve ha instaurato una dittatura con ogni mezzo necessario. In Germania, dopo la doppia fiammata del Borussia dal 2010 al 2012, il Bayern ha vinto sette campionati di fila. La Premier, che con sole due eccezioni aveva già avviato una sfida fra soli superclub, sembra essersi avviata sulla strada intrapresa dalle altre, con City e Liverpool (paradossalmente mai prima dalla fine della vecchia First Division) a contendersi il titolo.
Sono considerazioni che sfociano inevitabilmente in un calcio dove l'impossibilità di competere a livello nazionale assegnerà sempre più spazio alle competizioni internazionali. Che sia la superlega dell'Eca, o una Champions rinnovata, non mi sembra che al momento si possano individuare strade alternative.
Mi piace? No, mi fa francamente schifo, anche in Inghilterra dove l'albo d'oro di un tempo vedeva squadre come il Leeds, il Nottingham Forest, l'Aston Villa, l'Everton, che oggi in molti casi fanno fatica pure a tirarsi fuori dalle serie inferiori, o dall'anonimato in Premier.
Mi stupisce? No, purtroppo anche in questo caso la risposta è no, dopo aver visto stadi che permettono di incassare quasi un milione di sterline a partita di soli bar e ristoranti, come il nuovo impianto del Tottenham.
Poi per fortuna c'è il pallone, che resta un gioco di undici contro undici nel quale il Napoli dei 91 punti arriva a un passo dal miracolo, oppure l'Ajax butta fuori Real e Juve dalla Champions, fottendosene dei fatturati. Però alla fine sono imprese incompiute perché il potere dei soldi (e in Italia anche del palazzo) è un macigno troppo pesante per qualsiasi leva.
Può piacere o no parlare di numeri e cifre, ma questo è il calcio di oggi. Ai tifosi di club come il Napoli non resta che sperare in un cammino virtuoso di investimenti sui giovani, di strutturazione della società, di progetto tecnico che riduca il gap, perché non c'è partita se tu prendi nove milioni in totale per i tre sponsor della brutta maglia volantino da supermercato, e la Juve ne riceverà cinquanta da un'azienda del suo stesso gruppo. Per tacere degli otto milioni che il club incassa dalla Kappa, a fronte degli almeno cinquantuno l'anno che l'Adidas garantirà alla Juve fino al 2027.
Dovremmo tener conto di queste cifre, anche se suonano da ragionieri, quando critichiamo il Napoli. Che resta ovviamente criticabile rispetto a quello che non fa per le sue reali possibilità, in particolare strutture e mercato di gennaio da primi in classifica, non perché non spende duecento milioni in estate.