Sul
Corriere dello Sport mi sembra la raccontino più correttamente.
(e certi passaggi li apprezzo addirittura

)
Presidente Lotito, quanto pensa di essere cambiato rispetto a 15 anni fa?
«L'esperienza fa assumere comportamenti diversi, c'è anche una ragione. Quando sono entrato c'era un sistema con reali criticità. Nel mio primo intervento in Lega c'erano 42 presidenti, era l'epoca in cui aveva mollato Galliani. Presi parola e rimasero un po' sconvolti, dissi che il problema non era chi facesse il presidente, ma che producessimo complessivamente 1 miliardo e 300 milioni di debiti. Proposi una ricetta: salary cap e defiscalizzazione. In più, per aumentare i ricavi, stadi polifunzionali e un gioco a vantaggio della Lega. Ex post, a 15 anni di distanza, i problemi sono rimasti gli stessi. Io li ho applicati e il salary cap mi ha consentito di risanare la Lazio, tecnicamente fallita. Questa si è rivelata una visione giusta per il sistema, perché il calcio al di là del risultato sportivo, che è la cosa più importante, ha due elementi fondamentali: prima di tutto si tratta di società di capitali e devono essere gestite seguendo il codice civile; e poi, sono il proprietario, ma coltivo sentimenti e passioni, coltivo il patrimonio che è di migliaia di tifosi della Lazio. Ho l'obbligo di preservarlo o tramandarlo. Il calcio deve diventare un punto di riferimento. Prima il motto era "vincere a ogni costo", non è in linea con i nostri principi. Ricordo quando Klose a Napoli disse all'arbitro di aver toccato la palla con la mano e fece annullare un gol. Non so quanti lo avrebbero fatto. La nostra è una scala di valori, al tempo delle Olimpiadi si sospendevano le guerre».
L'appunto più grosso che le viene mosso, dal punto di vista dei risultati sportivi e non della gestione, è il mancato salto di qualità. E' ottenibile con i suoi parametri?
«Io penso sia ottenibile. Dimenticate che la Lazio dopo la Juve è quella che ha vinto più di tutti. Il calcio è fatto di scudetti e di trofei. La Fiorentina non ha vinto niente e il Napoli ha vinto meno di me. Noi abbiamo un patrimonio sportivo importantissimo, nell'under 15 abbiamo 7 giocatori convocati nella nazionale di categoria. Forse la politica messa in atto da noi è giusta, quella legata alla logica dell'agricoltore. Uno semina, annaffia e poi raccoglie. Ci vuole tempo, noi non usiamo fertilizzanti o scorciatoie. Noi vogliamo vincere per merito, lo sport è basato sul merito, sullo spirito di gruppo, sull'umiltà, sulla determinazione. Sono i valori fondanti della società civile. La Lazio in tanti contesti viene additata come una società modello, perché rappresenta questo tipo di impostazione».
Perché questo inizio di campionato che sembrava della consacrazione è partito sotto tono?
«Un presidente come me cosa può fare oltre a promuovere determinate iniziative? Quelle di creare un ambiente che dovrebbe rendere orgogliosi e attaccati alla maglia? Ho fatto una serie di lavori di ristrutturazione nel centro di Formello, è diventato tra i migliori in Italia e tra i primi in Europa. Cosa devo fare più che promuovere investimenti economici e rinunciare a offerte importanti, alle quali nessuno nel mondo avrebbe detto no? Se ho ricevuto offerte da 120 milioni? Ci sono testimoni oculari che non appartengono più alla Serie A che lo possono confermare. Questo è l'elemento fattuale e materiale, poi c'è un elemento psicologico del dna. Serve sana cattiveria agonistica, mantenendo umiltà. Uno deve essere cosciente delle proprie qualità. Alla squadra manca il carattere del presidente. Ogni volta che intervengo, punto su questo. Sulla base di ciò il presidente non può mettersi tutti i giorni a sferzare, cerco di dare l'esempio.
C'è gente che rinuncia a comprare un paio di scarpe ai figli pur di seguire le partite della Lazio, l'ho visto io. Certi atteggiamenti non sono rispettosi nei confronti di gente che si sacrifica. Poi le partite si vincono o si perdono, ma sono convinto che la squadra deve dare di più, perché ha le potenzialità per farlo. Se uno riceve, deve anche dare. Un dare di testa, di convincimento. Devi entrare in campo con la testa oltre che con i muscoli. Alleniamo la mente oltre al fisico».
Lei ha dato una Ferrari a Inzaghi?
«Come se chiedesse all'oste se è buono il vino. Penso che la Lazio possa competere alla pari con tutti. Il fatto stesso che abbia vinto la Supercoppa contro la Juve che aveva vinto tutto, contro l'Inter del Triplete. Se questa squadra avesse quel carattere della Lazio che batté l'Inter, vedrebbe tutti dall'alto in basso. Si vince così. Competitività in campionato? Peruzzi, che oggi ha un ruolo importante, vinse 9 partite di seguito, contro squadre importantissime. Oggi dovete fare anche un ragionamento, se è vero che gli investimenti contano, la Lazio fattura 130 milioni, la Juve 480. La Lazio possiede un patrimonio immobiliare di 200 milioni che non so quante società abbiano, ce l'ha la Juve con lo stadio, ma senza non lo so. Poi 600 milioni di patrimonio giocatori e potenzialità di un certo tipo. Il mio lavoro l'ho fatto, sul campo non ci vado. Se ci andassi produrrei altri risultati, è un problema di dna e carattere. La vita è un set di un film, i protagonisti sono pochi. I caratteri vanno forgiati e se tu non li abitui, è normale che perdano motivazioni. Perché alcune città hanno capacità creative e fantasia? La storia le ha costretti, l'ambiente obbliga a trovare soluzioni».
Avendo diagnosticato mancanza di cattiveria, vi siete chiesti se fosse il caso di cambiare qualcosa?
«Io ho cambiato gli undici titolari, ma l'impiego non spetta a me. C'è qualche mio collega che fa la formazione, io non l'ho mai fatta. Le persone devono avere le possibilità di sviluppare le loro potenzialità, magari necessitano di un tempo di maturazione più lungo. Ecco perché ancora oggi ho accettato un'impostazione di un certo tipo, anche se ho fatto delle correzioni su segnalazione del ds, ho preso altri giocatori e sono convinto possano fare bene. Quando è arrivato Correa io lo credevo un grande giocatore, per alcuni invece no. Poi alla lunga è stato messo nelle condizioni di esprimersi. Se ognuno di noi avesse un po' di umiltà, probabilmente arriverebbero risultati diversi. Sono abituato a lavorare in equipe, decido solo io perché è giusto così, ma ascolto tutti. E se dicono cose giuste le faccio mie. L'interesse supremo è quello della società, di raggiungere il risultato. Quando c'è individualismo i risultati non si ottengono. Tutti devono lavorare nell'interesse del gruppo, se uno fa un errore si riverbera su tutti. Discorso che vale anche per i tifosi, se ti sostengono 365 giorni all'anno diventa uno sprone. Il problema è quando uno pensa di essere diventato un fenomeno e rischia di commettere degli errori».
Si riferisce a una persona in particolare o siamo maliziosi?
«Non siete maliziosi, ma individualisti. Il problema vero qual è? Se è un gioco di squadra, tutti devono agire nella logica del bene comune. Nella struttura devono esserci gerarchie e vanno rispettate. Dove c'è disordine vige la povertà. Quando qualcuno consente che ciò non accada, questo crea destabilizzazione. Qual era il problema? Sulla base di questa cosa dobbiamo creare le condizioni affinché ognuno sia cosciente dei propri mezzi, ma abbia l'umiltà di capire che non è indispensabile. Tutti utili, nessuno indispensabile. La squadra con Peruzzi portiere che vinse 9 partite di seguito, andò in Champions, vinse una Coppa Italia. In quel caso la determinazione ha fatto la differenza, lo spirito di gruppo, l'umiltà e vivevano in condizioni disagiate. Quando sono entrato non c'era neanche il ristorante».
La Lazio non cresce in campionato perché non tutti lavorano come collettivo?
«Allora, vi chiedo: noi abbiamo perso una Champions all'ultima giornata con l'Inter con 2 risultati utili su 3, giusto? Voi De Vrij lo avreste fatto giocare?». No. «Appunto... Uno, nella vita, deve prendere dei rischi se riguardano solo la sua persona. All'epoca mi sentii dire: "De Vrij è un grande professionista". Ricordo quella partita, nel primo tempo eravamo stati fortunati rischiando di prendere gol, ricordo un tiro sopra la traversa... Quello era stato un campanello d'allarme. Il buon senso passa attraverso l'umiltà e l'interesse collettivo.
Se io prendo l'ultimo scemo, lo metto a fare un lavoro delicatissimo e poi sbaglia, il danno chi lo paga? Io in prima persona. Poi mi chiedete perché la Lazio non abbia raggiunto certi risultati e vengo definito anche "Lotito", nonostante io spenda parecchio. I meriti sono di tutti, soprattutto di chi recepisce le intuizioni. A volte si possono prendere dei nomi sconosciuti, purtroppo gli allenatori di solito fanno giocare sempre i grandi nomi. Gli attributi si vedono quando non mette in campo il grande nome, perché magari in quel contesto lo sconosciuto può produrre di più. Le responsabilità sono di tutti, mi assumo le responsabilità di quel caso perché ho consentito di commettere un errore. Ho avallato la decisione, non sono intervenuto. Ora comincio ad avere maggiore saggezza ed esperienza».
Critica Inzaghi per la scelta di De Vrij?
«Uno dei motivi è stato De Vrij, abbiamo perso quella partita per lui. Parlo di fatti. Se l'allenatore l'ha fatto giocare, forse è perché qualcuno gliel'ha consentito. Quando ho posto il problema, alla risposta ricevuta da più persone (anche dal ds Tare, ndr) commentai che non ero convinto e che non l'avrei fatto giocare. E' la verità. L'esperienza, la necessità e la determinazione fanno la differenza. Io ho acquisito la mentalità della strada, che è meglio di quella del salotto. Per strada ti devi difendere, sei in grado di capire i rischi. La mia squadra non ha questa impostazione, vive bene, molto bene.
La responsabilità in alcuni casi è stata mia perché ho avallato le richieste fatte. Ho seguito ciò che mi è stato detto, però sono un perfezionista, quindi ora voglio i risultati. Gli stipendi son passati da un importo a un altro maggiore, abbiamo valorizzato i calciatori dal punto di vista del mercato, quindi ora devono dare il 300% in campo».
Adesso vuole stringere e ottenere risultati?
«Nella vita ci sono dei diritti e dei doveri. Questa è la stagione dei doveri, i diritti sono finiti. Ce li ho io, agli altri spettano i doveri. E i doveri si esauriscono coi risultati, io ora voglio quelli. Chiaramente in funzione di quello che si ha.
Non chiedo il triplo salto mortale, io dico "ti ho dato una Ferrari e ora voglio i risultati". Non mi riferisco all'allenatore, ma anche ai calciatori, devi valere lo stipendio che prendi. Un giocatore mi disse "presidente lei ci paga per giocare" Io dico: "No, io ti pago per vincere, sennò metto la Primavera che mi costa un miliardesimo di meno"».[ PRIMA PARTE ]