È davvero inaccettabile il linciaggio politico-mediatico degli oltre 400 professori universitari (tra i quali spicca Alessandro Barbero) che hanno firmato un appello critico sul Green Pass. Pur essendo debole sul piano giuridico (Costituzione e diritto europeo), e pur ammiccando al tono apocalittico di chi assimila le vaccinazioni alle persecuzioni (ragioni per le quali non ho firmato), l'appello ha il merito di porre sul tappeto una serie di questioni sostanziali, largamente eluse dalla propaganda governativa. Quei professori, insomma, fanno il loro mestiere: esercitano il pensiero critico, e lo fanno in pubblico.
Essi affermano che il lasciapassare "estende, di fatto, l'obbligo di vaccinazione in forma surrettizia per accedere anche ai diritti fondamentali allo studio e al lavoro, senza che vi sia la piena assunzione di responsabilità da parte del decisore politico", e auspicano che "si avvii un serio dibattito politico, nella società e nel mondo accademico tutto (incluse le sue fondamentali componenti amministrativa e studentesca), per evitare ogni penalizzazione di specifiche categorie di persone in base alle loro scelte personali e ai loro convincimenti, per garantire il diritto allo studio e alla ricerca e all'accesso universale, non discriminatorio e privo di oneri aggiuntivi (che sono, di fatto, discriminatori) a servizi universitari". È difficile non condividere sia la constatazione che l'auspicio: perché una sempre più violenta caccia alle streghe copre la fuga del governo Draghi dalle proprie responsabilità.
L'arbitrio, le discriminazioni e le aporie del Green Pass potrebbero essere tutti superati dal coraggio di introdurre l'obbligo vaccinale (è la posizione di Barbero, ma non dei promotori dell'appello), come suggerisce anche Maurizio Landini. Perché è davvero pazzesco che il Green pass sia (per esempio) necessario per pranzare alla mensa della fabbrica, ma non nel ristorante dell'albergo di lusso; per passeggiare in un parco monumentale, ma non per consumare superalcolici al banco; per andare a teatro, ma non alla messa; per andare all'università, ma non al supermercato; per salvare la vita dei ricchi sulle Frecce (170.000 al giorno), ma non per tutelare i 6 milioni di pendolari che ogni giorno viaggiano sui treni locali... Né è giusto che ad alcune categorie professionali sia imposto e ad altre (non a minor rischio) invece no. Con l'obbligo, al contrario, lo Stato parlerebbe con chiarezza, forza ed eguaglianza. E se la risposta è che la natura ancora sperimentale del vaccino (o altre circostanze scientifiche e giuridiche) non consentono di stabilire l'obbligo, ebbene allora quell'obbligo non può essere imposto nemmeno surrettiziamente, come sta accadendo. Ma la vera domanda che quell'appello spinge a farsi è: davvero abbiamo bisogno di un obbligo (esplicito o mascherato che sia)? In Italia abbiamo vaccinato oltre l'80% della popolazione vaccinabile (dunque esclusi i sei milioni sotto i 12 anni, e chi non può vaccinarsi per ragioni mediche), e non certo grazie all'imposizione del lasciapassare (lo hanno argomentato molto bene i Wu Ming in un lungo articolo online: Ostaggi in Assurdistan, ovvero: il lasciapassare e noi). E dunque, a cosa serve il Green Pass (misura, ricordiamolo, senza veri paragoni all'estero), e a cosa potrebbe un domani servire l'obbligo? Da una parte ad alimentare la logica del nemico pubblico: il pestaggio mediatico degli "insegnanti no vax", per esempio, va avanti nonostante che il 90,45% del personale di scuola e università abbia fatto almeno una dose. Dall'altra, ad aprire la strada a un pericolosissimo "bomba libera tutti" che sollevi finalmente il governo dai suoi veri doveri. Alcune università iniziano a dire che se in un'aula sono tutti col Green Pass ci si può togliere la mascherina: e già si intravede come il lasciapassare consentirà – piano piano – di far saltare i limiti sui mezzi di trasporto, nelle aule di scuole e tribunali, e in mille altri spazi pubblici gravemente inadeguati a prescindere dalla pandemia. Sarebbe un disastro sia per la pandemia (perché il Green Pass non elimina affatto il rischio di contagio), sia per la perdita di un'occasione unica per dare dignità e adeguatezza ai luoghi in cui si svolge la vita dei lavoratori. Insomma, la via dell'esclusione invece di quella dell'inclusione.
L'alternativa a obblighi, veri o mascherati, è allora forse quella suggerita dall'Oms, che dice che se un obiettivo di salute pubblica "può essere raggiunto con interventi politici meno coercitivi o intrusivi (ad esempio, l'istruzione), un obbligo non sarebbe eticamente giustificato, poiché il raggiungimento di obiettivi di salute pubblica con minori restrizioni alla libertà e all'autonomia individuali produce un rapporto rischio-beneficio più favorevole". Che sia così o no, l'unica cosa davvero sbagliata è demonizzare chi chiede un dibattito serio.
(montanari su il fatto di oggi)