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In questi giorni, diversi osservatori hanno criticati i media occidentali per il loro approccio al conflitto in Ucraina, definendolo "razzista" in quanto sembra ritenere il popolo ucraino più degno di solidarietà rispetto ad altri popoli coinvolti in tragedie simili solo in quanto bianco.
Un esempio è la frase del reporter Charlie D'Agata, che a CBS ha dichiarato: "L'Ucraina non è come l'Iraq e l'Afghanistan, posti che hanno visto conflitti per decenni. Kiev è una città relativamente civilizzata ed europea dove non ci si aspetta possa succedere qualcosa di simile." Anche la giornalista di NBC Kelly Cobiella è stata criticata per questa sua frase: "Questi non sono rifugiati dalla Siria, sono rifugiati ucraini... sono cristiani, sono bianchi, sono molto simili a noi." Sulla BBC, il politico ucraino David Sakvarelidze ha dichiarato di essere "sconvolto, perché vedo persone europee con gli occhi azzurri e i capelli biondi venire uccise."
Ian Chong, professore di scienze politiche dell'Università nazionale di Singapore, ha spiegato a VICE World News che questa disparità di trattamento da parte dei media riflette alcune problematiche più profonde—a partire dall'assunto che "tutti i conflitti avvengano sempre in luoghi lontani e poveri, e che coinvolgano sempre persone che non assomigliano agli europei o alla maggior parte degli abitanti degli Stati Uniti."
Dal canto suo, la Arab and Middle Eastern Journalists Association (AMEJA) ha dichiarato che un simile approccio "normalizza le tragedie nelle altre parti del mondo", deumanizzando le persone coinvolte. "I media non dovrebbero fare paragoni che diano pesi differenti o giustifichino un conflitto rispetto a un altro," si legge in un comunicato, "la morte o il dislocamento di civili è aberrante negli altri paesi come in Ucraina."