Sui mancati rinnovi.
Alcuni sono fisiologici (Leiva, circa 2.3M netti a 35 anni) altri ci possono stare se chiedono più di quanto guadagnano ora (Patric, 1M): per me solo Luiz Felipe è il vero dispiacere (vale molto di più di 800K, ma oltre i 2M evidentemente non potevamo spingerci) mentre per Strakosha, a mio parere, vale il discorso fatto per Patric (ora Strako guadagna 1,2M: quanto voleva per rinnovare?).
Non sappiamo nemmeno la situazione riguardo le commissioni richieste dagli agenti: per noi non sono mai un dettaglio.
Su questa situazione degli svincolati possono aver influito pure i vincoli economici, dovuti alla necessità di contenere e ridimensionare un po' i costi (specie il monte-ingaggi) anche nell'immediato, in linea con quanto sta avvenendo nel mondo del calcio quasi a qualsiasi latitudine, per ragioni tuttavia diverse: dal problema del nostro famigerato indice di liquidità sino alla necessità di rientrare gradualmente da un indebitamento eccessivo, tagliando i costi ma facendo crescere contemporaneamente i ricavi strutturali - non quelli legati alle competizioni Uefa o alle plusvalenze: bensì quelli da stadio, diritti tv, commerciali, sponsor, etc - per raggiungere un più ottimale equilibrio economico.
Non a caso forse - nel calcio europeo, non solo in quello italiano - la perdita di giocatori a parametro zero pare sia cresciuta negli anni successivi all'inizio della pandemia, tanto che si discute se sia opportuno o meno considerare ancora i calciatori come "patrimonio" di una società.
Sull'aumento degli svincoli influisce anche la crescita del potere contrattuale e decisionale degli atleti (stipendi) - dunque dei loro agenti (le commissioni di fatto sono incassate due volte: quelle da parte dell'assistito e quelle per conto delle società) - rispetto al potere negoziale dei loro datori di lavoro (i club), specie in una fase di ristrutturazione economica che colpisce solo relativamente i calciatori di alto livello, che possono vedere spesso soddisfatte le loro domande sulla base delle offerte provenienti da un (calcio)mercato globale.
Mettere a bilancio qualche giocatore giovane di prospettiva (spendendo per il cartellino, ma abbassando il monte-stipendi - che ha un peso maggiore in bilancio - e lasciando aperta la possibilità per una futura plusvalenza) è il compromesso che farebbe tutti contenti: Sarri, Tare e Lotito.
In alternativa, uno o due giocatori di esperienza svincolati, ma dalla durata contrattuale non eccessiva.
Oppure un colpo come Romagnoli a zero - ma costoso in termini d'ingaggio e commissioni - previa magari l'uscita di un altro big che pesa sul monte stipendi.
In caso di emergenza, restano infine i prestiti a titolo più o meno gratuito.
Non farei particolari drammi.
La Lazio in genere avvia e conclude i propri cicli sportivi (il gruppo-squadra, a prescindere dalla guida tecnica) molto lentamente: questa volta per una serie di ragioni economiche (bilancio) e tecniche (per soddisfare più esigenze di Sarri possibili) ci sarà tuttavia un ricambio un po' più brusco. Ma niente di trascendentale: il processo di rinnovamento era stato comunque avviato ormai un anno fa, sul campo e sul mercato.
Non è vero, dunque, che la Lazio non programmi.
Lo fa, naturalmente, ma alla su maniera:
- sacrificando la pura efficienza economica e organizzativa - compreso l'obiettivo di rendere strutturale le plusvalenze da calciomercato per aumentare i ricavi - privilegiando altri tipi di valori (ad esempio l'obiettivo di creare e far crescere gruppi-squadra solidi, affiatati, familiari, coesi: dentro e fuori dal campo).
- concentrando la maggior parte delle proprie attenzioni e delle proprie risorse sul sostentamento immediato della prima squadra (ingaggi e cartellini erodono la grandissima parte dei nostri magri ricavi trainati dai diritti tv), tralasciando l'investimento in altri settori che possono essere redditizi nel lungo periodo, come il settore giovanile o il potenziamento dell'organizzazione aziendale.