Citazione di: RG-Lazio il 21 Apr 2022, 10:28
Rispondo qua, e premetto che Lotito sta perdendo la partita più importante
Innanzitutto la Lazio non è in decadenza dal punto di vista sportivo e tecnico. Il calcio è uno sport orrendo, conservatore. La classifica rispetta i bacini d'utenza e i soldi delle TV. Siamo in linea con questo parametro. Proprietà più ricche non hanno modificato questa realtà. Eccezione è l'Atalanta, ma non ha vinto niente
Detto questo, la Lazio è la Lazio sempre. Compito della dirigenza, è anche sostenere e costruire la tifoseria. Qui siamo a zero e Lotito ha fallito. Costruire la Lazio come tifoseria è indipendente dal mercato, perché il tifoso ama e tifa sempre.
Cosa intendo? Fondare e investire in club di tifosi. Organizzargli le trasferte. Creare una sorta di azionariato del tifo. A Francoforte dove vivo, hanno squadra del cavolo, ma il tifoso è al primo posto e riempiono gli stadi e i prezzi sono alti, anche per lo standard tedesco. È proprio una questione di rapporto dirigenza-tifoseria.
Ovviamente questo significherebbe togliere il monopolio del tifo ai gruppi ultras e questo non lo si vuol fare.
La mia tesi da sempre è che la dialettica Nord-Lotito serva a entrambi per darsi un senso.
Siamo in decadenza come idea di Lazio... questo è il problema. Questa idea non puoi farla dipendere dal mercato o da x o y
Bisogna dire però che la Germania non è l'Italia - naturalmente : D
Una cosa del genere sarebbe possibile solo a livello generale: introducendo
la regola del 50%+1 anche in Italia, non permettendo ad alcun investitore di possedere la maggioranza di un club, destinata invece ai piccoli azionisti, soci-tifosi compresi.
Elezione periodica dei vertici aziendali della società, per mezzo di periodiche assemblee.
Anche nei paesi iberici e nel Sudamerica è possibile osservare logiche aziendali e di tifo simili - sebbene non diffuse capillarmente e ideologicamente motivate come in Germania.
Ma qui da noi, in Italia, è impossibile.
Manca il mito del calcio amatoriale, ad esempio (il professionismo in Germania è incredibilmente recente - legalizzato di fatto solo nel secondo dopoguerra, con l'istituzione del campionato a girone unico nei primi anni '60, con la Bundesliga).
Mancano forti aziende locali e nazionali disposte a finanziare il sistema - solide, dominatrici e quindi più facilmente sopravvissute alla liberalizzazione selvaggia del mercato unico europeo e poi di quello mondiale - disposte a rinunciare in genere al controllo diretto dell'azienda sportiva, in nome della "via particolare" dei tedeschi alla "industrializzazione, mercificazione e spettacolarizzazione assoluta" del calcio.
In Italia le società di calcio sono sempre state dei padroni.Un tempo, però, il tifoso rappresentava la prima voce d'incasso per i botteghini: era fondamentale per la vita di un club.
A partire dagli anni '90 - e non solo per ragioni economiche, ma pure sociali e culturali - in Italia l'identificazione viscerale fra società/azienda calcistica e tifoso è progressivamente scemata.
Cosa si potrebbe fare per invertire la rotta è poco chiaro.
In Italia il tifo direttamente proporzionale ai risultati del campo: come in Spagna in parte, in Francia in parte, nei paesi "latini" in generale credo; idem nell'Est del continente; meno nel Nord e Centro Europa.
Non credo c'entrino solo gli stadi vecchi o la ricchezza del campionato.
Le ragioni sono tante e andrebbero studiate attentamente: peccato l'accademia e lo sport in Italia (soprattutto, ma non solo) siano mondi paralleli. Tante, quindi, sarebbero le possibili risposte per tentare di ricostruire il legame fra società calcistiche e tifosi nel nostro Paese - a cominciare dalle categorie inferiori - se solo ce ne fosse la volontà.