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L'agenzia di informazioni Worldwide Press occupava a Washington, a novecento metri in linea d'aria dalla Casa Bianca, un edificio pretenzioso di dodici piani
«Questa è davvero divertente» rise Enrico Saura . «Senti il titolo del "National Examiner": "Saddam tortura cani e gatti". A questo punto, possiamo dirci battuti.»
Saura era un giovane giornalista italiano distaccato alla Worldwide per una sessione di apprendimento. In patria era una firma nota, ma lì era un semplice dilettante.
«La trovata è geniale, ma il primato resta nostro. Tu sei qui da poco e certe cose non le sai. Ai tempi di Reagan e del Nicaragua, annunciammo che il governo sandinista aveva fatto bruciare l'unica sinagoga del paese, quale primo passo di una campagna antisemita. Ogni giornale degli Stati Uniti riportò la notizia. Un paio di gruppi neonazisti cambiarono persino fronte, e si schierarono con Managua.»
«E invece?»
«In Nicaragua non c'era mai stata una sinagoga. In tutto il paese, gli ebrei si contavano sulle dita di una mano. Uno di essi era un ministro sandinista.»
D'un tratto, Sheila Davis rialzò la testa. «Sei proprio uno sbadato, Enrico. Non ti sei accorto che una delle notizie della Hull & Knoltown è una bomba.»
«Quale notizia sarebbe?».
«Questa.» La donna spiegò un tabulato. «Una ragazza kuwaitiana di quindici anni ha testimoniato che i soldati di Saddam hanno staccato la corrente dalle incubatrici dell'ospedale di Kuwait City. Tutti i neonati sono morti.»
«Avevo visto la notizia, ma...»
«Ma cosa?»
«Non è indicato il nome della ragazza.»
«E alla gente cosa importa? È una quindicenne. Ha diritto alla riservatezza. Sembra tra l'altro che deporrà davanti al Congresso.»
«E poi non ha senso. Perché Saddam ucciderebbe i neonati del Kuwait? Semmai li vuole assoggettare, non sterminare.»
«Perché, mi chiedi? Per lo stesso motivo che lo induce a torturare cani e gatti. Perché è un sadico, ecco perché.» Sheila Davis fece un gesto di impotenza. «Con te sembra di picchiare contro un muro. Non hai ancora capito la sostanza del nostro lavoro, Enrico, e questo comincia a preoccuparmi.» Alzò il dito, gesto che preannunciava una lezioncina. «La democrazia si fonda sul consenso. Saddam può infischiarsene, ma Bush no. Perché una guerra raccolga il favore popolare, non basta che sia giusta. Bisogna che sia condotta contro un mostro, una specie di demonio. Altrimenti, il pubblico se ne stanca presto. È questo il nostro compito: fabbricare demoni.»
«Sì, lo so.»
«Ma possiamo permetterci di divulgare una notizia così facile da smontare?»
«Vedo che in Italia non ti hanno istruito a dovere, Enrico. A noi la solidità di una notizia interessa per ventiquattro ore, non di più. Il tempo necessario a vederla ripresa dalle agenzie e pubblicata dai quotidiani di tutto il mondo. Scaduto quel termine, può anche sgonfiarsi come un palloncino forato. Il suo effetto l'avrà raggiunto.»
«Però le smentite possono farci fare una figuraccia, e danneggiare la nostra credibilità.»
«Le smentite! Mio Dio, Enrico, sei proprio un pivello!» Sheila Davis rise, ma la sua risata non prometteva niente di buono. «La gente non è interessata alle smentite. Meno ancora lo sono i giornali, specie se sono di quelli che si interessano attivamente alla politica. Lo sai perché?»
«Be', suppongo che...»
«Perché i loro direttori hanno già deciso che la guerra contro Saddam è giusta. Non pubblicherebbero mai nulla che rischiasse di incrinare questa idea, e accuserebbero di connivenza col nemico chi lo facesse. Per loro, le false incubatrici sono una stronzata, un dettaglio. È la causa che conta. Capisci, ora?»
«Sì, in effetti...»
«Creare mostri, nel corso di una guerra, è un'arma come un'altra. Aiuta a sparare. Il problema, semmai, è che non lo facciamo con sufficiente efficacia. La gente dovrebbe avere il proprio mostro ben piantato nel cervello.
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Da Mater Terribilis di Valerio Evangelisti