I problemi di gestione del gruppo mi sembra vadano molto oltre la Egonu.
E si vedono del "disordine" che, per la seconda o la terza volta di seguito, segue il fallimento dell'obiettivo in una competizione internazionale.
Tutti che parlano, accampando alibi, per tirarsi fuori. Peraltro, dicendo discrete sciocchezze.
E la sensazione risponde a quel che si è visto in campo, dove nei momenti decisivi è mancata ogni idea di reazione collettiva. Tutti ad aggiungere errori sui precedenti errori e nessuno capace di riprendere le fila del discorso.
Questo certifica che non esiste un gruppo e che si costruisce sulla sabbia.
Se non si parte da questa consapevolezza e non si inizia un progetto che si proponga di rimediare non si andrà lontano.
Poi, e solo poi, viene la Egonu, la cui gestione pone per me degli interrogativi.
Dal di fuori, e sulla base di una serie di cose che circolano, non so se e quanto il suo reinserimento nel gruppo possa essere positivo. Sicuramente è la migliore attaccante che abbiamo, ma se poi rappresenta un elemento di criticità all'interno del gruppo, i costi rischiano di superare i benefici.
E da una serie di sintomi direi che lei, dal gruppo, non sia vista, per così dire, con ammirazione incondizionata.
Gli esempi in cui rinunce apparentemente dolorose sono state il presupposto per vincere sono tanti. Specie nella storia recente della pallavolo
Dall'Italia dei fenomeni, che iniziò a vincere quando Velasco mise fuori quelli che fenomeni pensavano di esserlo per diritto ma che volevano essere esonerati dalle regole del gruppo (Bertoli & co.), all'ultima Italia vincente, che ha iniziato il suo cammino quando l'opposto che si credeva più forte di quel che era e che creava al gruppo più problemi di quelli che risolveva, è stato sostituito da un ragazzotto ruspante che veniva dall'A2, con fame e consapevolezza di quel che si chiedeva da lui, cosa che gli ha consentito di ammalgamarsi rapidamente in un'idea di squadra vincente, che privilegia i talenti che ha.