Vanished

Aperto da GuyMontag, 28 Mag 2013, 12:30

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tommasino

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GiPoda

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Citazione di: GuyMontag il 28 Mag 2013, 12:30
Quanto successo domenica travalica il mero significato sportivo, travalica anche una superiorità cittadina che in questi ultimi tempi era acclarata e appena offuscata (ma ancor mi rode) dallo scialbo finale di campionato. E' stata una battaglia di civilità, anzi di civilità contro inciviltà. Abbiamo vinto per noi, ovviamente, ma abbiamo vinto per una città, per una regione, per uno sport.

I laziali sono tifosi di calcio. Meglio, peggio di tanti altri? Non so, per me la risposta è ovvia, ma anche un tifoso della Spal, della Pro Patria o del Torino mi può opporre la sua storia, la sua tradizione, la sua passione, i piccoli o grandi drammi della sua squadra. Come noi. E il fatto di aver vinto più o meno non conta poi tanto. Se tifi Spal lo sai che nella tua storia non vincerai mai una ceppa, ma l'ansia della domenica, l'adrenalina del gol, la sofferenza fisica della sconfitta sono le stesse nostre. E degli juventini, o dei madrilisti.

Loro no. Loro sono un'eccezione. Loro sono nati non si sa come, ed infatti non è un tasto su cui battono molto. Ma cosa importa? Loro sono unici eredi udite udite dell'Impero Romano, sono i diretti discendenti dei Cesari, a loro li ha tenuti a battesimo Romolo, loro hanno i colori della città, loro hanno la lupa, loro sono i Padroni. Il loro rapporto con la città è sgrammaticato e violento, per loro Roma (maiuscolo) altro non è che un enorme tazebao su cui spargere indelebilmente la loro confusa retorica, in cui il gladiatore si mescola al legionario, l'Impero ai sette re, in cui Francesco (il papa) si chiama così per Francesco (l'ottuso); per loro il suddetto ottuso non è un buon giocatore (che forse altrove avrebbe potuto raccogliere i successi che per l'indubbia classe avrebbe meritato, ma che il ventre molle, condiscendente e servile dei suoi autonominatisi sudditi gli ha impedito di ottenere, preferendo un coccolato e sicuro ambiente, foderato di euro e delle genuflessioni del popolo bue) ma un indiscusso Re del Calcio, Il campione cui solo l'invidia e i giochetti del Potere hanno impedito di conquistare, anno dopo anno, gli Inevitabili Palloni d'Oro.

Per loro non era importante che la società navigasse sul pericoloso orlo di un baratro (anche se in fondo c'erano soffici cuscini forniti dalla loro proprietaria, una Banca oppure - a scelta - un'accozzaglia di ammerigani che neanche la nostra fantasia più sfrenata sarebbe riuscita ad inventare), ogni ridimensionamento passava sotto il nome di Progetto, ogni allenatore usa-e-getta al momento del suo insediamento era un Insegnante di calcio, un Punto di Riferimento per le generazioni a venire, ogni pischello gettato in campo perché i più forti se n'erano andati era il Futuro del Calcio (italiano, mondiale, fate voi).

Non so cos'è che ha originato questo scollamento così evidente dalla realtà, quale progetto era alla base di questo colossale inganno. So, sappiamo, chi vi ha contribuito, un apparato mediatico senza precedenti, con ramificazioni ovunque, una commistura trasversale politico-economica impressionante, e lo abbiamo visto alle ultime elezioni, con due candidati dichiaratamente giallozozzi ed uno che - arrivando da fuori - era ovviamente romanista anche lui, imbonitore del popolo bue di cui sopra, un generone di palazzinari (perché a Roma il palazzinaro non va mai fuori moda) e di maitre-à-penser alla Costanzo, spalmati in tutte le redazioni locali di tutti i principali quotidiani. Senza eccezione.

Un mondo bello, in cui tutto andava bene anche quando andava male, perché lo dicevano i giornali, le radio, lo dicevano i calciatori tutti il cui sogno era quello di giocare col boro o gli attori che capitavano qua, cooptati alla corte giallozozza tramite sciarpette malandrine messe al collo dalla sanipoli di turno. La roma era Roma. Era robba loro, era una città che potevano insudiciare, in cui ogni atto di prevaricazione era visto con benevolenza e la polvere nascosta premurosamente sotto il tappeto da una stampa compiacente. Era il mondo delle puncicate e dei regazzi.

E noi? Poco funzionali al loro progetto, fastidiosi e scomodi, e poi ci abbiamo spesso messo anche del nostro, eravamo là, relegati ai margini del loro Scintillante Mondo. I burini, gli unidiciannidibbì, er trattore, quelli che hanno portato er cacio a Roma, che anche nel 2013 fa tanto ride anche nei salotti bene.

Poi il 26 maggio 2013 è successo qualcosa. Uno slavo, sicuramente zingaro, tale Lalic, Ilic, non mi ricordo bene, con il chiodo appuntito di uno scarpino ha fatto scoppiare la bolla in cui vivevano, tiepidi e sicuri. L'Inevitabile è stato Evitato. La Coppa, alzata loro in faccia (diciamo che di coppe alzate in faccia a casa loro ne hanno viste mica poche, dal Liverpool, all'Inter un paio di volte, al Toro di Marchegiani, ma mai e poi mai da un Laziale), ha fatto rivinosamente crollare tutte le loro certezze. Evitato l'inevitabile, senza più un supporto dei media, fuggiti a gambe levate quando hanno sentito puzza di sconfitta, si sono trovati soli. Soli e desolati, finite le parole d'ordine, abbandonati a se stessi, impauriti e piangenti. Come in Matrix, si sono accorti che il mondo al di fuori non era quello che credevano. Manco per niente.

Avevano già preparate le magliette, le sciarpette. Era tutto pronto, il Circo Massimo, il Colosseo, camion pieni di vernice erano in garage e scaldavano i motori per raggiungere ogni remoto angolo della città e dipingerla dei colori della peperonata, incuranti se si fosse trattato di macchine, marciapiedi, scale condominiali o l'Arco di Costantino. Le bandiere con la stella erano già pronte ad adornare ogni balcone, striscioni perculeggianti stavano per calare dal Colosseo o dal Pincio. Si preparavano piccoli e grandi soprusi, come quelli di dodici anni fa, macchine fermate a posti di blocco improvvisati, caroselli a qualsiasi ora, magari qualche piccola puncicatina che male non faceva. Tanto, so' regazzi. La città è loro, un po' di goliardia, che sarà mai.

Non abbiamo salvato noi stessi. Noi abbiamo la scorza dura, siamo abituati, ce lo avrebbero sgrullato come hanno sempre fatto. Abbiamo salvato una città. Ieri, oggi, domani, si può camminare respirando aria pura, guardare i monumenti senza temere di vederli danneggiati da orde che sennò la festa non proseguisce, abbiamo ripulito l'etere da donnine a tette nude una gialla ed una rossa, da improvvisati neo-politici, neo-attori, neo-tutto che si riscoprono la maglietta della salute giallozozza nel momento della vittoria. Come diceva il saggio, bisogna saper perdere. Loro, che non si regolano mai, non sapendo vincere non sanno neanche perdere.

Vanished. Svaniti. Evaporati. Roma è tornata una città vivibile, con i suoi tanti, tantissimi problemi di ogni giorno, cui uno zingaro dalle orecchie a Coppa dei Campioni ha evitato un doloroso, pesante, cromaticamente irritante, sgradevole, volgare aggravio.
Ringraziateci, romani, che noi se semo rigraziati da soli. Domenica.
Me lo sono riletto tutto d un fiato.
Sempre attuale.
Grazie Guy.

El Matador

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Citazione di: El Matador il 01 Giu 2013, 12:25
Terza pagina?
Questo pezzo va messo in evidenza nella prima ;)

Io l'ho stampato e appeso come un poster (non sto scherzando)

:ssl :ssl :ssl

:asrm
Dopo 10 anni, anche dopo il cambio di casa, è ancora appeso nel mio studio.  :) :ssl :asrm

trax_2400

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Citazione di: GuyMontag il 28 Mag 2013, 12:30
Noi abbiamo la scorza dura, siamo abituati, ce lo avrebbero sgrullato come hanno sempre fatto.
Dovessero vincere qualcosa mercoledì prossimo ricordatevela questa frase e camminate sempre a testa alta, che noi semo la Lazio!!!

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Achab77

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Citazione di: GuyMontag il 28 Mag 2013, 12:30
Quanto successo domenica travalica il mero significato sportivo, travalica anche una superiorità cittadina che in questi ultimi tempi era acclarata e appena offuscata (ma ancor mi rode) dallo scialbo finale di campionato. E' stata una battaglia di civilità, anzi di civilità contro inciviltà. Abbiamo vinto per noi, ovviamente, ma abbiamo vinto per una città, per una regione, per uno sport.

I laziali sono tifosi di calcio. Meglio, peggio di tanti altri? Non so, per me la risposta è ovvia, ma anche un tifoso della Spal, della Pro Patria o del Torino mi può opporre la sua storia, la sua tradizione, la sua passione, i piccoli o grandi drammi della sua squadra. Come noi. E il fatto di aver vinto più o meno non conta poi tanto. Se tifi Spal lo sai che nella tua storia non vincerai mai una ceppa, ma l'ansia della domenica, l'adrenalina del gol, la sofferenza fisica della sconfitta sono le stesse nostre. E degli juventini, o dei madrilisti.

Loro no. Loro sono un'eccezione. Loro sono nati non si sa come, ed infatti non è un tasto su cui battono molto. Ma cosa importa? Loro sono unici eredi udite udite dell'Impero Romano, sono i diretti discendenti dei Cesari, a loro li ha tenuti a battesimo Romolo, loro hanno i colori della città, loro hanno la lupa, loro sono i Padroni. Il loro rapporto con la città è sgrammaticato e violento, per loro Roma (maiuscolo) altro non è che un enorme tazebao su cui spargere indelebilmente la loro confusa retorica, in cui il gladiatore si mescola al legionario, l'Impero ai sette re, in cui Francesco (il papa) si chiama così per Francesco (l'ottuso); per loro il suddetto ottuso non è un buon giocatore (che forse altrove avrebbe potuto raccogliere i successi che per l'indubbia classe avrebbe meritato, ma che il ventre molle, condiscendente e servile dei suoi autonominatisi sudditi gli ha impedito di ottenere, preferendo un coccolato e sicuro ambiente, foderato di euro e delle genuflessioni del popolo bue) ma un indiscusso Re del Calcio, Il campione cui solo l'invidia e i giochetti del Potere hanno impedito di conquistare, anno dopo anno, gli Inevitabili Palloni d'Oro.

Per loro non era importante che la società navigasse sul pericoloso orlo di un baratro (anche se in fondo c'erano soffici cuscini forniti dalla loro proprietaria, una Banca oppure - a scelta - un'accozzaglia di ammerigani che neanche la nostra fantasia più sfrenata sarebbe riuscita ad inventare), ogni ridimensionamento passava sotto il nome di Progetto, ogni allenatore usa-e-getta al momento del suo insediamento era un Insegnante di calcio, un Punto di Riferimento per le generazioni a venire, ogni pischello gettato in campo perché i più forti se n'erano andati era il Futuro del Calcio (italiano, mondiale, fate voi).

Non so cos'è che ha originato questo scollamento così evidente dalla realtà, quale progetto era alla base di questo colossale inganno. So, sappiamo, chi vi ha contribuito, un apparato mediatico senza precedenti, con ramificazioni ovunque, una commistura trasversale politico-economica impressionante, e lo abbiamo visto alle ultime elezioni, con due candidati dichiaratamente giallozozzi ed uno che - arrivando da fuori - era ovviamente romanista anche lui, imbonitore del popolo bue di cui sopra, un generone di palazzinari (perché a Roma il palazzinaro non va mai fuori moda) e di maitre-à-penser alla Costanzo, spalmati in tutte le redazioni locali di tutti i principali quotidiani. Senza eccezione.

Un mondo bello, in cui tutto andava bene anche quando andava male, perché lo dicevano i giornali, le radio, lo dicevano i calciatori tutti il cui sogno era quello di giocare col boro o gli attori che capitavano qua, cooptati alla corte giallozozza tramite sciarpette malandrine messe al collo dalla sanipoli di turno. La roma era Roma. Era robba loro, era una città che potevano insudiciare, in cui ogni atto di prevaricazione era visto con benevolenza e la polvere nascosta premurosamente sotto il tappeto da una stampa compiacente. Era il mondo delle puncicate e dei regazzi.

E noi? Poco funzionali al loro progetto, fastidiosi e scomodi, e poi ci abbiamo spesso messo anche del nostro, eravamo là, relegati ai margini del loro Scintillante Mondo. I burini, gli unidiciannidibbì, er trattore, quelli che hanno portato er cacio a Roma, che anche nel 2013 fa tanto ride anche nei salotti bene.

Poi il 26 maggio 2013 è successo qualcosa. Uno slavo, sicuramente zingaro, tale Lalic, Ilic, non mi ricordo bene, con il chiodo appuntito di uno scarpino ha fatto scoppiare la bolla in cui vivevano, tiepidi e sicuri. L'Inevitabile è stato Evitato. La Coppa, alzata loro in faccia (diciamo che di coppe alzate in faccia a casa loro ne hanno viste mica poche, dal Liverpool, all'Inter un paio di volte, al Toro di Marchegiani, ma mai e poi mai da un Laziale), ha fatto rivinosamente crollare tutte le loro certezze. Evitato l'inevitabile, senza più un supporto dei media, fuggiti a gambe levate quando hanno sentito puzza di sconfitta, si sono trovati soli. Soli e desolati, finite le parole d'ordine, abbandonati a se stessi, impauriti e piangenti. Come in Matrix, si sono accorti che il mondo al di fuori non era quello che credevano. Manco per niente.

Avevano già preparate le magliette, le sciarpette. Era tutto pronto, il Circo Massimo, il Colosseo, camion pieni di vernice erano in garage e scaldavano i motori per raggiungere ogni remoto angolo della città e dipingerla dei colori della peperonata, incuranti se si fosse trattato di macchine, marciapiedi, scale condominiali o l'Arco di Costantino. Le bandiere con la stella erano già pronte ad adornare ogni balcone, striscioni perculeggianti stavano per calare dal Colosseo o dal Pincio. Si preparavano piccoli e grandi soprusi, come quelli di dodici anni fa, macchine fermate a posti di blocco improvvisati, caroselli a qualsiasi ora, magari qualche piccola puncicatina che male non faceva. Tanto, so' regazzi. La città è loro, un po' di goliardia, che sarà mai.

Non abbiamo salvato noi stessi. Noi abbiamo la scorza dura, siamo abituati, ce lo avrebbero sgrullato come hanno sempre fatto. Abbiamo salvato una città. Ieri, oggi, domani, si può camminare respirando aria pura, guardare i monumenti senza temere di vederli danneggiati da orde che sennò la festa non proseguisce, abbiamo ripulito l'etere da donnine a tette nude una gialla ed una rossa, da improvvisati neo-politici, neo-attori, neo-tutto che si riscoprono la maglietta della salute giallozozza nel momento della vittoria. Come diceva il saggio, bisogna saper perdere. Loro, che non si regolano mai, non sapendo vincere non sanno neanche perdere.

Vanished. Svaniti. Evaporati. Roma è tornata una città vivibile, con i suoi tanti, tantissimi problemi di ogni giorno, cui uno zingaro dalle orecchie a Coppa dei Campioni ha evitato un doloroso, pesante, cromaticamente irritante, sgradevole, volgare aggravio.
Ringraziateci, romani, che noi se semo rigraziati da soli. Domenica.


Vabbè....❤️❤️❤️🦅🦅🦅🦅🦅🦅

jailbreak

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Citazione di: GuyMontag il 28 Mag 2013, 12:30
Quanto successo domenica travalica il mero significato sportivo, travalica anche una superiorità cittadina che in questi ultimi tempi era acclarata e appena offuscata (ma ancor mi rode) dallo scialbo finale di campionato. E' stata una battaglia di civilità, anzi di civilità contro inciviltà. Abbiamo vinto per noi, ovviamente, ma abbiamo vinto per una città, per una regione, per uno sport.

I laziali sono tifosi di calcio. Meglio, peggio di tanti altri? Non so, per me la risposta è ovvia, ma anche un tifoso della Spal, della Pro Patria o del Torino mi può opporre la sua storia, la sua tradizione, la sua passione, i piccoli o grandi drammi della sua squadra. Come noi. E il fatto di aver vinto più o meno non conta poi tanto. Se tifi Spal lo sai che nella tua storia non vincerai mai una ceppa, ma l'ansia della domenica, l'adrenalina del gol, la sofferenza fisica della sconfitta sono le stesse nostre. E degli juventini, o dei madrilisti.

Loro no. Loro sono un'eccezione. Loro sono nati non si sa come, ed infatti non è un tasto su cui battono molto. Ma cosa importa? Loro sono unici eredi udite udite dell'Impero Romano, sono i diretti discendenti dei Cesari, a loro li ha tenuti a battesimo Romolo, loro hanno i colori della città, loro hanno la lupa, loro sono i Padroni. Il loro rapporto con la città è sgrammaticato e violento, per loro Roma (maiuscolo) altro non è che un enorme tazebao su cui spargere indelebilmente la loro confusa retorica, in cui il gladiatore si mescola al legionario, l'Impero ai sette re, in cui Francesco (il papa) si chiama così per Francesco (l'ottuso); per loro il suddetto ottuso non è un buon giocatore (che forse altrove avrebbe potuto raccogliere i successi che per l'indubbia classe avrebbe meritato, ma che il ventre molle, condiscendente e servile dei suoi autonominatisi sudditi gli ha impedito di ottenere, preferendo un coccolato e sicuro ambiente, foderato di euro e delle genuflessioni del popolo bue) ma un indiscusso Re del Calcio, Il campione cui solo l'invidia e i giochetti del Potere hanno impedito di conquistare, anno dopo anno, gli Inevitabili Palloni d'Oro.

Per loro non era importante che la società navigasse sul pericoloso orlo di un baratro (anche se in fondo c'erano soffici cuscini forniti dalla loro proprietaria, una Banca oppure - a scelta - un'accozzaglia di ammerigani che neanche la nostra fantasia più sfrenata sarebbe riuscita ad inventare), ogni ridimensionamento passava sotto il nome di Progetto, ogni allenatore usa-e-getta al momento del suo insediamento era un Insegnante di calcio, un Punto di Riferimento per le generazioni a venire, ogni pischello gettato in campo perché i più forti se n'erano andati era il Futuro del Calcio (italiano, mondiale, fate voi).

Non so cos'è che ha originato questo scollamento così evidente dalla realtà, quale progetto era alla base di questo colossale inganno. So, sappiamo, chi vi ha contribuito, un apparato mediatico senza precedenti, con ramificazioni ovunque, una commistura trasversale politico-economica impressionante, e lo abbiamo visto alle ultime elezioni, con due candidati dichiaratamente giallozozzi ed uno che - arrivando da fuori - era ovviamente romanista anche lui, imbonitore del popolo bue di cui sopra, un generone di palazzinari (perché a Roma il palazzinaro non va mai fuori moda) e di maitre-à-penser alla Costanzo, spalmati in tutte le redazioni locali di tutti i principali quotidiani. Senza eccezione.

Un mondo bello, in cui tutto andava bene anche quando andava male, perché lo dicevano i giornali, le radio, lo dicevano i calciatori tutti il cui sogno era quello di giocare col boro o gli attori che capitavano qua, cooptati alla corte giallozozza tramite sciarpette malandrine messe al collo dalla sanipoli di turno. La roma era Roma. Era robba loro, era una città che potevano insudiciare, in cui ogni atto di prevaricazione era visto con benevolenza e la polvere nascosta premurosamente sotto il tappeto da una stampa compiacente. Era il mondo delle puncicate e dei regazzi.

E noi? Poco funzionali al loro progetto, fastidiosi e scomodi, e poi ci abbiamo spesso messo anche del nostro, eravamo là, relegati ai margini del loro Scintillante Mondo. I burini, gli unidiciannidibbì, er trattore, quelli che hanno portato er cacio a Roma, che anche nel 2013 fa tanto ride anche nei salotti bene.

Poi il 26 maggio 2013 è successo qualcosa. Uno slavo, sicuramente zingaro, tale Lalic, Ilic, non mi ricordo bene, con il chiodo appuntito di uno scarpino ha fatto scoppiare la bolla in cui vivevano, tiepidi e sicuri. L'Inevitabile è stato Evitato. La Coppa, alzata loro in faccia (diciamo che di coppe alzate in faccia a casa loro ne hanno viste mica poche, dal Liverpool, all'Inter un paio di volte, al Toro di Marchegiani, ma mai e poi mai da un Laziale), ha fatto rivinosamente crollare tutte le loro certezze. Evitato l'inevitabile, senza più un supporto dei media, fuggiti a gambe levate quando hanno sentito puzza di sconfitta, si sono trovati soli. Soli e desolati, finite le parole d'ordine, abbandonati a se stessi, impauriti e piangenti. Come in Matrix, si sono accorti che il mondo al di fuori non era quello che credevano. Manco per niente.

Avevano già preparate le magliette, le sciarpette. Era tutto pronto, il Circo Massimo, il Colosseo, camion pieni di vernice erano in garage e scaldavano i motori per raggiungere ogni remoto angolo della città e dipingerla dei colori della peperonata, incuranti se si fosse trattato di macchine, marciapiedi, scale condominiali o l'Arco di Costantino. Le bandiere con la stella erano già pronte ad adornare ogni balcone, striscioni perculeggianti stavano per calare dal Colosseo o dal Pincio. Si preparavano piccoli e grandi soprusi, come quelli di dodici anni fa, macchine fermate a posti di blocco improvvisati, caroselli a qualsiasi ora, magari qualche piccola puncicatina che male non faceva. Tanto, so' regazzi. La città è loro, un po' di goliardia, che sarà mai.

Non abbiamo salvato noi stessi. Noi abbiamo la scorza dura, siamo abituati, ce lo avrebbero sgrullato come hanno sempre fatto. Abbiamo salvato una città. Ieri, oggi, domani, si può camminare respirando aria pura, guardare i monumenti senza temere di vederli danneggiati da orde che sennò la festa non proseguisce, abbiamo ripulito l'etere da donnine a tette nude una gialla ed una rossa, da improvvisati neo-politici, neo-attori, neo-tutto che si riscoprono la maglietta della salute giallozozza nel momento della vittoria. Come diceva il saggio, bisogna saper perdere. Loro, che non si regolano mai, non sapendo vincere non sanno neanche perdere.

Vanished. Svaniti. Evaporati. Roma è tornata una città vivibile, con i suoi tanti, tantissimi problemi di ogni giorno, cui uno zingaro dalle orecchie a Coppa dei Campioni ha evitato un doloroso, pesante, cromaticamente irritante, sgradevole, volgare aggravio.
Ringraziateci, romani, che noi se semo rigraziati da soli. Domenica.
Ma dove sono finiti questi grandi Laziali  poeti del verbo ?
Perchè non frequentano più questo forum ?
EDIT clamoroso , grazie !

Aquila Romana

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Quanto successo domenica travalica il mero significato sportivo, travalica anche una superiorità cittadina che in questi ultimi tempi era acclarata e appena offuscata (ma ancor mi rode) dallo scialbo finale di campionato. E' stata una battaglia di civilità, anzi di civilità contro inciviltà. Abbiamo vinto per noi, ovviamente, ma abbiamo vinto per una città, per una regione, per uno sport.

I laziali sono tifosi di calcio. Meglio, peggio di tanti altri? Non so, per me la risposta è ovvia, ma anche un tifoso della Spal, della Pro Patria o del Torino mi può opporre la sua storia, la sua tradizione, la sua passione, i piccoli o grandi drammi della sua squadra. Come noi. E il fatto di aver vinto più o meno non conta poi tanto. Se tifi Spal lo sai che nella tua storia non vincerai mai una ceppa, ma l'ansia della domenica, l'adrenalina del gol, la sofferenza fisica della sconfitta sono le stesse nostre. E degli juventini, o dei madrilisti.

Loro no. Loro sono un'eccezione. Loro sono nati non si sa come, ed infatti non è un tasto su cui battono molto. Ma cosa importa? Loro sono unici eredi udite udite dell'Impero Romano, sono i diretti discendenti dei Cesari, a loro li ha tenuti a battesimo Romolo, loro hanno i colori della città, loro hanno la lupa, loro sono i Padroni. Il loro rapporto con la città è sgrammaticato e violento, per loro Roma (maiuscolo) altro non è che un enorme tazebao su cui spargere indelebilmente la loro confusa retorica, in cui il gladiatore si mescola al legionario, l'Impero ai sette re, in cui Francesco (il papa) si chiama così per Francesco (l'ottuso); per loro il suddetto ottuso non è un buon giocatore (che forse altrove avrebbe potuto raccogliere i successi che per l'indubbia classe avrebbe meritato, ma che il ventre molle, condiscendente e servile dei suoi autonominatisi sudditi gli ha impedito di ottenere, preferendo un coccolato e sicuro ambiente, foderato di euro e delle genuflessioni del popolo bue) ma un indiscusso Re del Calcio, Il campione cui solo l'invidia e i giochetti del Potere hanno impedito di conquistare, anno dopo anno, gli Inevitabili Palloni d'Oro.

Per loro non era importante che la società navigasse sul pericoloso orlo di un baratro (anche se in fondo c'erano soffici cuscini forniti dalla loro proprietaria, una Banca oppure - a scelta - un'accozzaglia di ammerigani che neanche la nostra fantasia più sfrenata sarebbe riuscita ad inventare), ogni ridimensionamento passava sotto il nome di Progetto, ogni allenatore usa-e-getta al momento del suo insediamento era un Insegnante di calcio, un Punto di Riferimento per le generazioni a venire, ogni pischello gettato in campo perché i più forti se n'erano andati era il Futuro del Calcio (italiano, mondiale, fate voi).

Non so cos'è che ha originato questo scollamento così evidente dalla realtà, quale progetto era alla base di questo colossale inganno. So, sappiamo, chi vi ha contribuito, un apparato mediatico senza precedenti, con ramificazioni ovunque, una commistura trasversale politico-economica impressionante, e lo abbiamo visto alle ultime elezioni, con due candidati dichiaratamente giallozozzi ed uno che - arrivando da fuori - era ovviamente romanista anche lui, imbonitore del popolo bue di cui sopra, un generone di palazzinari (perché a Roma il palazzinaro non va mai fuori moda) e di maitre-à-penser alla Costanzo, spalmati in tutte le redazioni locali di tutti i principali quotidiani. Senza eccezione.

Un mondo bello, in cui tutto andava bene anche quando andava male, perché lo dicevano i giornali, le radio, lo dicevano i calciatori tutti il cui sogno era quello di giocare col boro o gli attori che capitavano qua, cooptati alla corte giallozozza tramite sciarpette malandrine messe al collo dalla sanipoli di turno. La roma era Roma. Era robba loro, era una città che potevano insudiciare, in cui ogni atto di prevaricazione era visto con benevolenza e la polvere nascosta premurosamente sotto il tappeto da una stampa compiacente. Era il mondo delle puncicate e dei regazzi.

E noi? Poco funzionali al loro progetto, fastidiosi e scomodi, e poi ci abbiamo spesso messo anche del nostro, eravamo là, relegati ai margini del loro Scintillante Mondo. I burini, gli unidiciannidibbì, er trattore, quelli che hanno portato er cacio a Roma, che anche nel 2013 fa tanto ride anche nei salotti bene.

Poi il 26 maggio 2013 è successo qualcosa. Uno slavo, sicuramente zingaro, tale Lalic, Ilic, non mi ricordo bene, con il chiodo appuntito di uno scarpino ha fatto scoppiare la bolla in cui vivevano, tiepidi e sicuri. L'Inevitabile è stato Evitato. La Coppa, alzata loro in faccia (diciamo che di coppe alzate in faccia a casa loro ne hanno viste mica poche, dal Liverpool, all'Inter un paio di volte, al Toro di Marchegiani, ma mai e poi mai da un Laziale), ha fatto rivinosamente crollare tutte le loro certezze. Evitato l'inevitabile, senza più un supporto dei media, fuggiti a gambe levate quando hanno sentito puzza di sconfitta, si sono trovati soli. Soli e desolati, finite le parole d'ordine, abbandonati a se stessi, impauriti e piangenti. Come in Matrix, si sono accorti che il mondo al di fuori non era quello che credevano. Manco per niente.

Avevano già preparate le magliette, le sciarpette. Era tutto pronto, il Circo Massimo, il Colosseo, camion pieni di vernice erano in garage e scaldavano i motori per raggiungere ogni remoto angolo della città e dipingerla dei colori della peperonata, incuranti se si fosse trattato di macchine, marciapiedi, scale condominiali o l'Arco di Costantino. Le bandiere con la stella erano già pronte ad adornare ogni balcone, striscioni perculeggianti stavano per calare dal Colosseo o dal Pincio. Si preparavano piccoli e grandi soprusi, come quelli di dodici anni fa, macchine fermate a posti di blocco improvvisati, caroselli a qualsiasi ora, magari qualche piccola puncicatina che male non faceva. Tanto, so' regazzi. La città è loro, un po' di goliardia, che sarà mai.

Non abbiamo salvato noi stessi. Noi abbiamo la scorza dura, siamo abituati, ce lo avrebbero sgrullato come hanno sempre fatto. Abbiamo salvato una città. Ieri, oggi, domani, si può camminare respirando aria pura, guardare i monumenti senza temere di vederli danneggiati da orde che sennò la festa non proseguisce, abbiamo ripulito l'etere da donnine a tette nude una gialla ed una rossa, da improvvisati neo-politici, neo-attori, neo-tutto che si riscoprono la maglietta della salute giallozozza nel momento della vittoria. Come diceva il saggio, bisogna saper perdere. Loro, che non si regolano mai, non sapendo vincere non sanno neanche perdere.

Vanished. Svaniti. Evaporati. Roma è tornata una città vivibile, con i suoi tanti, tantissimi problemi di ogni giorno, cui uno zingaro dalle orecchie a Coppa dei Campioni ha evitato un doloroso, pesante, cromaticamente irritante, sgradevole, volgare aggravio.
Ringraziateci, romani, che noi se semo rigraziati da soli. Domenica.

Festeggiamo non solo la coppa'nfaccia, festeggiamo anche il decennale di questo post

:band12:

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StylishKid

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Citazione di: GuyMontag il 28 Mag 2013, 12:30
Quanto successo domenica travalica il mero significato sportivo, travalica anche una superiorità cittadina che in questi ultimi tempi era acclarata e appena offuscata (ma ancor mi rode) dallo scialbo finale di campionato. E' stata una battaglia di civilità, anzi di civilità contro inciviltà. Abbiamo vinto per noi, ovviamente, ma abbiamo vinto per una città, per una regione, per uno sport.

I laziali sono tifosi di calcio. Meglio, peggio di tanti altri? Non so, per me la risposta è ovvia, ma anche un tifoso della Spal, della Pro Patria o del Torino mi può opporre la sua storia, la sua tradizione, la sua passione, i piccoli o grandi drammi della sua squadra. Come noi. E il fatto di aver vinto più o meno non conta poi tanto. Se tifi Spal lo sai che nella tua storia non vincerai mai una ceppa, ma l'ansia della domenica, l'adrenalina del gol, la sofferenza fisica della sconfitta sono le stesse nostre. E degli juventini, o dei madrilisti.

Loro no. Loro sono un'eccezione. Loro sono nati non si sa come, ed infatti non è un tasto su cui battono molto. Ma cosa importa? Loro sono unici eredi udite udite dell'Impero Romano, sono i diretti discendenti dei Cesari, a loro li ha tenuti a battesimo Romolo, loro hanno i colori della città, loro hanno la lupa, loro sono i Padroni. Il loro rapporto con la città è sgrammaticato e violento, per loro Roma (maiuscolo) altro non è che un enorme tazebao su cui spargere indelebilmente la loro confusa retorica, in cui il gladiatore si mescola al legionario, l'Impero ai sette re, in cui Francesco (il papa) si chiama così per Francesco (l'ottuso); per loro il suddetto ottuso non è un buon giocatore (che forse altrove avrebbe potuto raccogliere i successi che per l'indubbia classe avrebbe meritato, ma che il ventre molle, condiscendente e servile dei suoi autonominatisi sudditi gli ha impedito di ottenere, preferendo un coccolato e sicuro ambiente, foderato di euro e delle genuflessioni del popolo bue) ma un indiscusso Re del Calcio, Il campione cui solo l'invidia e i giochetti del Potere hanno impedito di conquistare, anno dopo anno, gli Inevitabili Palloni d'Oro.

Per loro non era importante che la società navigasse sul pericoloso orlo di un baratro (anche se in fondo c'erano soffici cuscini forniti dalla loro proprietaria, una Banca oppure - a scelta - un'accozzaglia di ammerigani che neanche la nostra fantasia più sfrenata sarebbe riuscita ad inventare), ogni ridimensionamento passava sotto il nome di Progetto, ogni allenatore usa-e-getta al momento del suo insediamento era un Insegnante di calcio, un Punto di Riferimento per le generazioni a venire, ogni pischello gettato in campo perché i più forti se n'erano andati era il Futuro del Calcio (italiano, mondiale, fate voi).

Non so cos'è che ha originato questo scollamento così evidente dalla realtà, quale progetto era alla base di questo colossale inganno. So, sappiamo, chi vi ha contribuito, un apparato mediatico senza precedenti, con ramificazioni ovunque, una commistura trasversale politico-economica impressionante, e lo abbiamo visto alle ultime elezioni, con due candidati dichiaratamente giallozozzi ed uno che - arrivando da fuori - era ovviamente romanista anche lui, imbonitore del popolo bue di cui sopra, un generone di palazzinari (perché a Roma il palazzinaro non va mai fuori moda) e di maitre-à-penser alla Costanzo, spalmati in tutte le redazioni locali di tutti i principali quotidiani. Senza eccezione.

Un mondo bello, in cui tutto andava bene anche quando andava male, perché lo dicevano i giornali, le radio, lo dicevano i calciatori tutti il cui sogno era quello di giocare col boro o gli attori che capitavano qua, cooptati alla corte giallozozza tramite sciarpette malandrine messe al collo dalla sanipoli di turno. La roma era Roma. Era robba loro, era una città che potevano insudiciare, in cui ogni atto di prevaricazione era visto con benevolenza e la polvere nascosta premurosamente sotto il tappeto da una stampa compiacente. Era il mondo delle puncicate e dei regazzi.

E noi? Poco funzionali al loro progetto, fastidiosi e scomodi, e poi ci abbiamo spesso messo anche del nostro, eravamo là, relegati ai margini del loro Scintillante Mondo. I burini, gli unidiciannidibbì, er trattore, quelli che hanno portato er cacio a Roma, che anche nel 2013 fa tanto ride anche nei salotti bene.

Poi il 26 maggio 2013 è successo qualcosa. Uno slavo, sicuramente zingaro, tale Lalic, Ilic, non mi ricordo bene, con il chiodo appuntito di uno scarpino ha fatto scoppiare la bolla in cui vivevano, tiepidi e sicuri. L'Inevitabile è stato Evitato. La Coppa, alzata loro in faccia (diciamo che di coppe alzate in faccia a casa loro ne hanno viste mica poche, dal Liverpool, all'Inter un paio di volte, al Toro di Marchegiani, ma mai e poi mai da un Laziale), ha fatto rivinosamente crollare tutte le loro certezze. Evitato l'inevitabile, senza più un supporto dei media, fuggiti a gambe levate quando hanno sentito puzza di sconfitta, si sono trovati soli. Soli e desolati, finite le parole d'ordine, abbandonati a se stessi, impauriti e piangenti. Come in Matrix, si sono accorti che il mondo al di fuori non era quello che credevano. Manco per niente.

Avevano già preparate le magliette, le sciarpette. Era tutto pronto, il Circo Massimo, il Colosseo, camion pieni di vernice erano in garage e scaldavano i motori per raggiungere ogni remoto angolo della città e dipingerla dei colori della peperonata, incuranti se si fosse trattato di macchine, marciapiedi, scale condominiali o l'Arco di Costantino. Le bandiere con la stella erano già pronte ad adornare ogni balcone, striscioni perculeggianti stavano per calare dal Colosseo o dal Pincio. Si preparavano piccoli e grandi soprusi, come quelli di dodici anni fa, macchine fermate a posti di blocco improvvisati, caroselli a qualsiasi ora, magari qualche piccola puncicatina che male non faceva. Tanto, so' regazzi. La città è loro, un po' di goliardia, che sarà mai.

Non abbiamo salvato noi stessi. Noi abbiamo la scorza dura, siamo abituati, ce lo avrebbero sgrullato come hanno sempre fatto. Abbiamo salvato una città. Ieri, oggi, domani, si può camminare respirando aria pura, guardare i monumenti senza temere di vederli danneggiati da orde che sennò la festa non proseguisce, abbiamo ripulito l'etere da donnine a tette nude una gialla ed una rossa, da improvvisati neo-politici, neo-attori, neo-tutto che si riscoprono la maglietta della salute giallozozza nel momento della vittoria. Come diceva il saggio, bisogna saper perdere. Loro, che non si regolano mai, non sapendo vincere non sanno neanche perdere.

Vanished. Svaniti. Evaporati. Roma è tornata una città vivibile, con i suoi tanti, tantissimi problemi di ogni giorno, cui uno zingaro dalle orecchie a Coppa dei Campioni ha evitato un doloroso, pesante, cromaticamente irritante, sgradevole, volgare aggravio.
Ringraziateci, romani, che noi se semo rigraziati da soli. Domenica.

Scusate, ma questa perla va riportata su ogni volta che serve.
Nel caso in cui ci siano utenti che non l'hanno mai letto questo post equivale ad un capitolo della Bibbia.
Godetene ancora una volta.

Il nostro Giorgione

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Citazione di: GuyMontag il 28 Mag 2013, 12:30
Quanto successo domenica travalica il mero significato sportivo, travalica anche una superiorità cittadina che in questi ultimi tempi era acclarata e appena offuscata (ma ancor mi rode) dallo scialbo finale di campionato. E' stata una battaglia di civilità, anzi di civilità contro inciviltà. Abbiamo vinto per noi, ovviamente, ma abbiamo vinto per una città, per una regione, per uno sport.

I laziali sono tifosi di calcio. Meglio, peggio di tanti altri? Non so, per me la risposta è ovvia, ma anche un tifoso della Spal, della Pro Patria o del Torino mi può opporre la sua storia, la sua tradizione, la sua passione, i piccoli o grandi drammi della sua squadra. Come noi. E il fatto di aver vinto più o meno non conta poi tanto. Se tifi Spal lo sai che nella tua storia non vincerai mai una ceppa, ma l'ansia della domenica, l'adrenalina del gol, la sofferenza fisica della sconfitta sono le stesse nostre. E degli juventini, o dei madrilisti.

Loro no. Loro sono un'eccezione. Loro sono nati non si sa come, ed infatti non è un tasto su cui battono molto. Ma cosa importa? Loro sono unici eredi udite udite dell'Impero Romano, sono i diretti discendenti dei Cesari, a loro li ha tenuti a battesimo Romolo, loro hanno i colori della città, loro hanno la lupa, loro sono i Padroni. Il loro rapporto con la città è sgrammaticato e violento, per loro Roma (maiuscolo) altro non è che un enorme tazebao su cui spargere indelebilmente la loro confusa retorica, in cui il gladiatore si mescola al legionario, l'Impero ai sette re, in cui Francesco (il papa) si chiama così per Francesco (l'ottuso); per loro il suddetto ottuso non è un buon giocatore (che forse altrove avrebbe potuto raccogliere i successi che per l'indubbia classe avrebbe meritato, ma che il ventre molle, condiscendente e servile dei suoi autonominatisi sudditi gli ha impedito di ottenere, preferendo un coccolato e sicuro ambiente, foderato di euro e delle genuflessioni del popolo bue) ma un indiscusso Re del Calcio, Il campione cui solo l'invidia e i giochetti del Potere hanno impedito di conquistare, anno dopo anno, gli Inevitabili Palloni d'Oro.

Per loro non era importante che la società navigasse sul pericoloso orlo di un baratro (anche se in fondo c'erano soffici cuscini forniti dalla loro proprietaria, una Banca oppure - a scelta - un'accozzaglia di ammerigani che neanche la nostra fantasia più sfrenata sarebbe riuscita ad inventare), ogni ridimensionamento passava sotto il nome di Progetto, ogni allenatore usa-e-getta al momento del suo insediamento era un Insegnante di calcio, un Punto di Riferimento per le generazioni a venire, ogni pischello gettato in campo perché i più forti se n'erano andati era il Futuro del Calcio (italiano, mondiale, fate voi).

Non so cos'è che ha originato questo scollamento così evidente dalla realtà, quale progetto era alla base di questo colossale inganno. So, sappiamo, chi vi ha contribuito, un apparato mediatico senza precedenti, con ramificazioni ovunque, una commistura trasversale politico-economica impressionante, e lo abbiamo visto alle ultime elezioni, con due candidati dichiaratamente giallozozzi ed uno che - arrivando da fuori - era ovviamente romanista anche lui, imbonitore del popolo bue di cui sopra, un generone di palazzinari (perché a Roma il palazzinaro non va mai fuori moda) e di maitre-à-penser alla Costanzo, spalmati in tutte le redazioni locali di tutti i principali quotidiani. Senza eccezione.

Un mondo bello, in cui tutto andava bene anche quando andava male, perché lo dicevano i giornali, le radio, lo dicevano i calciatori tutti il cui sogno era quello di giocare col boro o gli attori che capitavano qua, cooptati alla corte giallozozza tramite sciarpette malandrine messe al collo dalla sanipoli di turno. La roma era Roma. Era robba loro, era una città che potevano insudiciare, in cui ogni atto di prevaricazione era visto con benevolenza e la polvere nascosta premurosamente sotto il tappeto da una stampa compiacente. Era il mondo delle puncicate e dei regazzi.

E noi? Poco funzionali al loro progetto, fastidiosi e scomodi, e poi ci abbiamo spesso messo anche del nostro, eravamo là, relegati ai margini del loro Scintillante Mondo. I burini, gli unidiciannidibbì, er trattore, quelli che hanno portato er cacio a Roma, che anche nel 2013 fa tanto ride anche nei salotti bene.

Poi il 26 maggio 2013 è successo qualcosa. Uno slavo, sicuramente zingaro, tale Lalic, Ilic, non mi ricordo bene, con il chiodo appuntito di uno scarpino ha fatto scoppiare la bolla in cui vivevano, tiepidi e sicuri. L'Inevitabile è stato Evitato. La Coppa, alzata loro in faccia (diciamo che di coppe alzate in faccia a casa loro ne hanno viste mica poche, dal Liverpool, all'Inter un paio di volte, al Toro di Marchegiani, ma mai e poi mai da un Laziale), ha fatto rivinosamente crollare tutte le loro certezze. Evitato l'inevitabile, senza più un supporto dei media, fuggiti a gambe levate quando hanno sentito puzza di sconfitta, si sono trovati soli. Soli e desolati, finite le parole d'ordine, abbandonati a se stessi, impauriti e piangenti. Come in Matrix, si sono accorti che il mondo al di fuori non era quello che credevano. Manco per niente.

Avevano già preparate le magliette, le sciarpette. Era tutto pronto, il Circo Massimo, il Colosseo, camion pieni di vernice erano in garage e scaldavano i motori per raggiungere ogni remoto angolo della città e dipingerla dei colori della peperonata, incuranti se si fosse trattato di macchine, marciapiedi, scale condominiali o l'Arco di Costantino. Le bandiere con la stella erano già pronte ad adornare ogni balcone, striscioni perculeggianti stavano per calare dal Colosseo o dal Pincio. Si preparavano piccoli e grandi soprusi, come quelli di dodici anni fa, macchine fermate a posti di blocco improvvisati, caroselli a qualsiasi ora, magari qualche piccola puncicatina che male non faceva. Tanto, so' regazzi. La città è loro, un po' di goliardia, che sarà mai.

Non abbiamo salvato noi stessi. Noi abbiamo la scorza dura, siamo abituati, ce lo avrebbero sgrullato come hanno sempre fatto. Abbiamo salvato una città. Ieri, oggi, domani, si può camminare respirando aria pura, guardare i monumenti senza temere di vederli danneggiati da orde che sennò la festa non proseguisce, abbiamo ripulito l'etere da donnine a tette nude una gialla ed una rossa, da improvvisati neo-politici, neo-attori, neo-tutto che si riscoprono la maglietta della salute giallozozza nel momento della vittoria. Come diceva il saggio, bisogna saper perdere. Loro, che non si regolano mai, non sapendo vincere non sanno neanche perdere.

Vanished. Svaniti. Evaporati. Roma è tornata una città vivibile, con i suoi tanti, tantissimi problemi di ogni giorno, cui uno zingaro dalle orecchie a Coppa dei Campioni ha evitato un doloroso, pesante, cromaticamente irritante, sgradevole, volgare aggravio.
Ringraziateci, romani, che noi se semo rigraziati da soli. Domenica.

❤️❤️❤️❤️

RubinCarter

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Hanno rifatto sesso con la Lazio.

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Solo che, come al solito, loro stavano davanti e noi dietro.

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vaz

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Per quanto il topic di Guy resti fantastico, la partita di l'altro ieri non è paragonabile in alcun modo. Non cadiamo nell'errore. Esultiamo e godiamogli in faccia, ma quel tardo pomeriggio primaverile di quasi 11 anni fa resta lì in alto.

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Citazione di: vaz il 12 Gen 2024, 09:03
Per quanto il topic di Guy resti fantastico, la partita di l'altro ieri non è paragonabile in alcun modo. Non cadiamo nell'errore. Esultiamo e godiamogli in faccia, ma quel tardo pomeriggio primaverile di quasi 11 anni fa resta lì in alto.

Se avessero vinto loro ci avrebbero squassato la uallera per settimane.

Quando siamo martello, dobbiamo martellare.

vaz

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Citazione di: StylishKid il 12 Gen 2024, 09:05
Se avessero vinto loro ci avrebbero squassato la uallera per settimane.

Quando siamo martello, dobbiamo martellare.

dobbiamo martellare senza confronti col 26 maggio. è quello che provano a fare loro dal 27 maggio 2013.

Tarallo

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D'accordo con vaz.

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Boh, io li martello come posso.  :=))

Tarallo

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Bisogna preservare il valore del 26 maggio come unico e irripetibile.
Non c'è nulla che possa avvicinarsi, fino a che non ci giocheremo un'altra finale.

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Adler Nest

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Citazione di: StylishKid il 12 Gen 2024, 09:14
Boh, io li martello come posso.  :=))
Se posso:
Il 26 maggio è stato un martello pneumatico che deve rimbombargli in testa spaccandogli i timpani e provocando tremori perenni.
L'altro ieri è una bella martellata sulle dita: ti rimane l'unghia nera fino a fine stagione.
Ma deve essere fastidiosa con il dito che ti pulsa.

italicbold

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Citazione di: Tarallo il 12 Gen 2024, 09:13
D'accordo con vaz.

Io non ne posso più de esse d'accordo con Vaz ultimamente.
Me so rivolto anche a uno bravo.
m'ha detto de sorveglià i topic dove se parla de Lotito, li ancora c'è speranza.

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