Il calcio di oggi è dominato dalla cultura dell'immediatezza e del successo visibile, specchio riflesso del mondo. Un allenatore senza trofei o esperienza in club di prestigio viene percepito come "non testato" ad alti livelli, a prescindere dalla sua competenza. È un approccio miope, secondo me. C'è un meccanismo psicologico noto come halo effect: se un allenatore ha guidato una grande squadra o ha avuto successo, anche minimo, in un contesto di prestigio, tende a godere di una reputazione sproporzionata rispetto al suo reale valore tecnico. Viceversa, chi arriva "dal basso" è spesso sottovalutato, anche se è tatticamente più preparato. Noi tifosi (e i media) siamo condizionati dalle narrazioni preconfezionate ed eterodirette. Un nome poco noto genera insicurezza. Si cerca un "nome forte" più per rassicurazione simbolica che per reale analisi delle capacità. E poi c'è una forma di classismo: come se solo chi ha fatto parte di un certo circuito (ex grandi giocatori, ex top club) possa davvero capire il calcio ad alto livello. Questo è profondamente sbagliato, come dimostrano casi come Sacchi, Nagelsmann, Sarri, o oggi Arne Slot.
Chi proviene dal basso paga un doppio dazio: deve dimostrare di essere bravo e combattere lo stigma dell'outsider. Ma spesso sono proprio questi allenatori a portare aria nuova, innovazione, visione. Solo che lo capiamo sempre dopo.