A me quello che sfugge è il fatto che non si voglia inquadrare la situazione per quello che è.
Attualmente la tifoseria della Lazio è in sciopero. Come ogni sciopero, ha più probabilità di essere efficace quanto più viene aderito, perché impedisce la realizzazione del servizio a cui tende (il tifo sugli spalti).
Per quanto possa non essere un servizio essenziale (non parliamo di sanità o trasporti) è comunque un servizio che rende un'utilità non irrilevante, che è quella di dare supporto, immagine e pubblicità alla squadra e alla società.
Visto che l'adesione ad una squadra di calcio non prevede strumenti di partecipazione attiva se non quelli del tifo, l'unico strumento a disposizione dei tifosi per protestare è non tifare.
L'alternativa a disposizione è la contestazione a partecipazione attiva sugli spalti, ma questa ha possibilità di essere efficace soltanto se la società verso cui viene rivolta si dimostra sensibile ad un feedback negativo sull'immagine.
Lotito ai tifosi che gli fanno i cori contro si alza beato per fare il direttore d'orchestra.
È difficile fargliene una colpa sotto un profilo imprenditoriale: i fatti hanno dimostrato che la Lazio attualmente ha un bacino d'utenza abbastanza impermeabile alle fluttuazioni dei risultati e delle proteste. Il danno d'immagine risulta sostanzialmente irrilevante.
Lo sciopero - e l'implicita minaccia di una fuga dei tesserati e degli acquirenti di biglietti, abbonamenti TV e merchandise - rimane l'unica leva a disposizione per esercitare pressione ad una dirigenza che è risultata del tutto insensibile a qualunque sollecitazione esterna che non sia quella economica.
Solo la prospettiva di minori introiti a questo punto sembra avere qualche possibilità di fare breccia. Scioperare dal tifo significa minacciare di non pagare più.
Se non si comprende questo punto, tutta la discussione che possiamo fare intorno all'aderire o meno è minata nelle fondamenta.