Sull'asse Mosca-Pechino c'è meno solidità di quanto sembri. La Russia è oggi junior partner — energeticamente, economicamente, tecnologicamente — e Pechino lo sa perfettamente.
Ma sa anche che l'Orso non è un alleato affidabile sul lungo periodo: le mappe cinesi più recenti rinominano in mandarino città russe dell'Estremo Oriente, Vladivostok inclusa, che i cinesi chiamano 海參崴 rivendicandone implicitamente la storia e la proprietà (ammetto che sono dovuto andare a ricercare online la nomenclatura cinese 😁).
Non è un dettaglio cartografico, è un segnale. La Cina non ha dimenticato che quei territori furono strappati all'impero Qing nel XIX secolo con i "trattati ineguali". La partnership ha un orizzonte temporale, e Mosca lo sa.
Gli Imperi hanno memoria lunga e forme diverse. Nessuno nella Città Proibita ha dimenticato il secolo delle umiliazioni e i trattati ineguali. La storia da quelle parti la studiano e la introiettano, fa parte della pedagogia nazionale.
Quanto all'idea che la Russia possa diventare il fornitore energetico unico della Cina, il problema non è solo politico, è infrastrutturale e tecnologico. I gasdotti esistenti coprono una frazione del fabbisogno cinese. Power of Siberia 2, quello che collegherebbe i giacimenti della Siberia occidentale, è bloccato da anni. E North Stream 2 è un monito per tutti.
Inoltre, la Russia non ha più accesso alle tecnologie occidentali necessarie per estrarre e raffinare petrolio a certi livelli, e il quadro si complica ulteriormente.
La Cina non ha (ancora) un'industria petrolifera così sviluppata proprio per la mancanza di oro nero sul suo territorio. E comunque dubito che desideri trasferire tecnologia ai russi.
Il petrolio importato resta quindi una dipendenza esistenziale per Pechino.
Nessuna diga risolve il problema dei trasporti, della petrolchimica, dell'industria pesante. E tutta quella dipendenza passa attraverso lo Stretto di Malacca, che la US Navy controlla.
Sulle dighe: sono infrastrutture enormi, ma in un contesto bellico diventano obiettivi primari. Una diga abbattuta è una catastrofe umanitaria e industriale simultanea. E c'è un fronte più silenzioso ma esplosivo: le dighe cinesi sul Brahmaputra in Tibet sono percepite da India e Bangladesh come una forma di controllo sui loro flussi idrici vitali. Quella tensione è carsica, ma è reale, e in uno scenario di escalation diventa immediatamente critica.
Sul declassamento russo, i numeri parlano da soli: quattro anni e una stima tra i 150.000 e i 200.000 morti per conquistare il Donbass, un territorio che era già politicamente nelle mani russe dal 2014.
Il prezzo per formalizzare ciò che aveva già è stato devastante.
E il bilancio strategico è ancora peggiore: Finlandia e Svezia — neutrali per decenni — sono entrate nella NATO rispettivamente nel 2023 e nel 2024. L'Ucraina è stata consegnata definitivamente all'orbita occidentale. Sul campo è nato il più addestrato ed efficiente esercito europeo, quello ucraino, cresciuto proprio alle porte della pianura sarmatica (emblematica in tal senso l'ultima esercitazione NATO).
Obama nel 2014 disse che la Russia era "a regional power acting out of weakness, not strength".
Allora sembrava una provocazione. Oggi, guardando le petroliere ombra russe sequestrate senza che Mosca possa fare altro che protestare diplomaticamente, suona come una constatazione. Novemila testate nucleari sono un deterrente, non uno strumento di politica estera quotidiana.
È certamente vero che la Cina possa testare sul campo le proprie armi, ottenendo informazioni essenziali.
Vi invito però a dare un'occhiata alla White Stork, azienda di Eric Schmidt: la mole di dati che gli USA stanno raccogliendo in Ucraina, con la tradizionale commistione tra Pentagono e aziende private, è la benzina dei nuovi armamenti.
Citazionema che il ciccione biondo tinto sia in grosse difficoltà interne, lo dimostra proprio questa azione, si potrebbe parlare di armi di distrazione di massa, ma imho si sta giocando anche la base di quei merda maga, che prima lo sostenevano a spada tratta
Ridurre la geopolitica americana agli umori interni di Trump è un approccio superficiale.
Queste azioni sarebbero avvenute con qualsiasi presidente americano, repubblicano o democratico, con o senza account Truth Social, magari con un velo di ipocrisia più spesso e con tanta educazione.
L'Iran non è nel mirino perché Trump ha bisogno di distrarre i MAGA: è nel mirino perché controlla lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale, e tenerlo sotto pressione significa tenere in mano un interruttore globale.
Il Venezuela ha le riserve di petrolio certificate più grandi al mondo, nel cortile di casa americano — lasciarlo scivolare nell'orbita russo-cinese è inaccettabile per Washington non per ideologia, ma per geometria del potere.
La Groenlandia è lo stesso ragionamento applicato all'Artico: gli USA sono presenti militarmente lì dal 1951, ma lo scioglimento dei ghiacci sta aprendo rotte commerciali e militari nel passaggio a Nord-Ovest, un nuovo choke point globale che chi controlla l'isola può dominare. Aggiungete che la Groenlandia è l'unica porta sul Nord America da Nord-Est — la direzione da cui il continente è storicamente più vulnerabile — e capite perché Washington vuole chiuderla.
Trump è mero esecutore, altro che attore.