Citazione di: FeverDog il 11 Mar 2026, 09:10Ha avuto il miglior Tavares che spostava gli equilibri, e non si può dire che è merito di baroni perché poi sempre con lui è sparito.
Ha avuto pedro al canto del cigno, e a 40 anni non è che un anno in più aiuta.
Non ha avuto smobilitazioni a gennaio.
Oltre ai già detti rovella e guendouzi spremuti tutto l'anno anche quando non era necessario.
Poi immagino che nel clima di merda di quest'anno baroni avrebbe dato proprio il meglio, come a Torino.
Voglio cogliere l'occasione di questo post per fare una riflessione ex post su Baroni alla Lazio, che finora non ho avuto ancora l'occasione di fare.
Io personalmente ho apprezzato quello che ha provato a portare Baroni alla Lazio e penso che anche lui abbia patito di molte delle problematiche che sta attraversando ora Sarri, anche se in tono minore.
La scelta del 4231 fatta dal famoso Lazio Milan del 31 agosto, alla fine del mercato che aveva decretato la perdita di un'ulteriore pedina a centrocampo, è stata coerente con la rosa a disposizione ma comunque coraggiosa. Con una squadra infarcita di ali ma sostanzialmente svuotata in mezzo, Baroni ha deciso di giocare sovraccaricando le fasce, puntando ad un gioco istintivo e reattivo probabilmente molto più nelle corde del tipo di rosa a disposizione di quanto non lo sia quello tattico e di occupazione degli spazi richiesto oggi agli stessi giocatori da Sarri.
Quello che ha stupito della prima parte della stagione è stata proprio la scelta, per certi versi sorprendente, di puntare sistematicamente su un'aggressione alta in recupero palla, facendo densità nella zona del pallone e decidendo consapevolmente di affrontare in parità o addirittura in inferiorità numerica le zone campo scoperte. È stata una scelta rischiosa che ha richiesto alla squadra di giocare con coraggio e foga agonistica, puntando sulla capacità di creare immediatamente superiorità numerica sugli esterni al fine di costruire il gioco sulle corsie laterali aggirando il pressing avversario.
Un dato che risulta emblematico di questo discorso è stato il ricorso sistematico all'uso del cross, un'arma considerata statisticamente inefficace che invece, almeno fino al periodo novembre/dicembre, ha fruttato ottimi dati offensivi (1,49 non penalty xG a partita con una media di 12,40 cross nei 90 minuti, a fronte invece di una media di 2,40 passaggi in area). Questo ci dice che dal gioco sulle catene è stata creata pericolosità in particolar modo per l'accettazione di rischio di riempire l'area con molti giocatori in ricezione, sguarnendo ulteriormente il centro del campo con il proposito di massimizzare le occasioni create con palle laterali pur in assenza di crossatori molto efficaci o di specialisti nel colpo di testa.
Questa scelta di coraggio racconta molto, a mio parere, sia della rosa della Lazio che del tecnico Baroni. Messo di fronte ad un materiale umano modesto tecnicamente ma con picchi fisici strabordanti (citofonare al primo Tavares), un allenatore che si trovava sostanzialmente con in mano l'occasione professionale della vita ha scelto la via del "o la va o la spacca" spiazzando un campionato tradizionalmente intriso di tatticismi e di cautela posizionale, cogliendo frutti praticamente inaspettati da tutti.
Quando Baroni, dopo la partita vinta agevolmente col Genoa 3 a 0 il 27 ottobre, si presenta in sala stampa per annunciare con la solita aria dimessa un concetto come "il calcio posizionale è finito" che sembra del tutto fuori dalle sue corde comunicative, si chiarisce definitivamente tutta la linea di pensiero - e la speranza di aver finalmente imboccato la via del successo - di un uomo che si sta giocando la partita della vita.
Purtroppo le storie di successo non nascono dal nulla, e senza basi solide è molto difficile che si ripetano.
Quando il 16 dicembre la Lazio perde contro l'Inter con la più rovinosa sconfitta in casa della sua storia (0-6), parte del coraggio e della leggerezza che l'avevano contraddistinta fino ad allora vengono irrimediabilmente perse. Tre giornate dopo, il derby d'andata consegnato tatticamente ad un minestraro di lungo corso come Ranieri segnala un cambio di direzione che si dimostrerà irreversibile: il campionato italiano ha capito come bloccare la lazio "positionless" di Baroni. Blocco basso e intasamento delle corsie diventeranno l'arma privilegiata per affrontare Baroni e i suoi, in particolar modo tra le mura dell'Olimpico, dove infatti i risultati saranno deludentissimi fino a fine campionato, con una sola vittoria contro un Monza già in picchiata verso la serie B.
A questo si aggiungeranno la solita stitichezza del mercato di gennaio (che non darà al tecnico nessuno strumento di mitigazione delle carenze strutturali della rosa, in particolar modo a centrocampo), gli infortuni ripetuti del giocatore più prezioso della prima parte del campionato (Tavares salterà complessivamente
18 partite tra campionato e coppe) e la delegittimazione dell'allenatore, che sin da gennaio vedrà la sua panchina traballare per le (al solito) inopportune parole di Fabiani, che comincerà a nicchiare sul rinnovo.
Il percorso di Europa League rimane forse la cartina di tornasole più significativa dell'avventura Baroniana: una competizione giocata a viso aperto, dentro un mini campionato fuori dalle logiche tatticiste della serie A, vissuto con coraggio e sfrontatezza fino al momento di dover cominciare a dosare le forze e di fare delle scelte definitive, e quindi conclusosi con la disfatta di Bodo e la mancanza di coraggio nel tirare fuori un giocatore zoppo ai rigori. Mancanza di coraggio che verrà poi confermata nell'ultimo tratto di stagione, dove il timore di perdere i riferimenti conquistati in stagione, nel momento del campionato in cui i punti diventano pesanti, irrigidirà il tecnico in scelte-tipo che finiranno per rendere ancora più prevedibile e stanca la squadra, spompando la coppia di centrocampo Rovella-Guendouzi al punto da farla arrivare scoppiata a fine anno (e Rovella difatti tornerà con la pubalgia che lo ha tormentato per tutta questa stagione, fino agli esiti che conosciamo).
A tirare le somme, credo che se Baroni avesse avuto nel mercato invernale la possibilità di rinforzare la squadra (e soprattutto la mediana) avremmo visto più spesso una squadra forse meno elettrica ma più equilibrata, con un ritorno stabile al 433 di inizio anno che è stato possibile riproporre solo nei momenti di disponibilità di Vecino, anche lui spesso fuori per infortunio durante l'annata. Il coraggio di Baroni è stato un fuoco di paglia, ma sicuramente - ad un tecnico senza le spalle larghe di un altro curriculum - la scarsezza di soluzioni alternative e la pressione di non poter perdere il treno di una carriera non hanno giovato nel poter trovare quella stabilità che forse sarebbe servita a fare arrivare in porto una stagione che si è dimostrata maledettamente complicata come già si era temuto l'estate prima.
E forse questo dovrebbe aiutarci a riflettere più serenamente su quello che sta facendo chi la sta cercando di gestire adesso, che si è trovato di fronte a smottamenti ancora più profondi.