La stagione è finita.
Adesso possiamo tirare completamente le somme.
Squarciamo subito il velo della grande ipocrisia, la coperta di Linus di tanti che ci ammorbano con la media storica: in Champions vanno Inter, Napoli, Como e Roma. Dove sono Juventus e Milan? Secondo i dettami dei fan degli "undicannideb", rigorosamente tutto attaccato e rigorosamente ripetuto con la bava alla bocca e gli occhi iniettati di sangue, questo non sarebbe mai dovuto accadere.
Cosa c'entra la Champions con la valutazione della stagione della Lazio?
In realtà è molto semplice.
Roma e Como hanno già società più ricche e strutturate, con i soldi della coppa dalle grandi orecchie Friedkin (un fantasma? può darsi, ma piuttosto danaroso) e Hartomo potranno dare ulteriore spinta ai loro progetti, mentre noi, quelli che "la robba è tutta pagata" chiudiamo il campionato con un'immagine che è al contempo esemplificativa e memento mori: il Presidente della SS Lazio 1900 che rincorre Toma Basic come un mendicante, alla ricerca del rinnovo perduto.
Ma nulla può la società con cotanto patrimonio e la chiesa a Formello contro l'immarcescibile fascino di Venezia.
È la stagione più triste? Eppure abbiamo fatto "undiciannodebbb".
Con trasposizione nel tremendo mondo delle malattie, gli undici anni di b, gli anni delle retrocessioni (dall'ultima sono passati quasi 40 anni, però parliamone ancora tanto vi prego) possono essere paragonati ad una malattia gravissima però curabile con sacrifici e dolore.
Questa sembra una polmonite su un corpo debilitato, anziano e incapace di reagire.
Un'agonia tra gli occhi prima attoniti, poi rassegnati e infine impazienti dei parenti tutti.
Comprendo che esistano posizioni personali, tifosi che guardino alla prossima stagione con immutato entusiasmo adolescenziale.
Ed è bellissimo.
Io interpreto il sentimento di quella maggioranza di Laziali sfibrata da questa massa informe di questioni agglutinate impossibili da risolvere.
La mancanza di soldi, la mancanza di competenze e capacità, la mancanza di rispetto, la mancanza di ambizione... una somma di vuoti che sono il preludio inevitabile al vuoto sugli spalti.
E alla dis-perazione.
Il Laziale non spera più. Non ha sogni.
Guarda al prossimo mercato con la matita dietro la testa e gli occhiali da presbite: sarà a saldo zero? Come siamo messi con l'Indice? Quali sono le voci che compongono le spese? Possiamo dedurre il calcestruzzo che favorisce l'efficienza energetica?
Una cascata di eventi che si concluderà con un qualche complotto perché la campana della chiesa di Formello non doveva essere computata nei costi e, se ci pensate bene, ce l'hanno tutti con noi.
Sulla radiolina di regime si ironizza sul sogno.
"Questo vonno sogna' Cesari, vonno sogna' a me viè voglia de smette de parla' de calcio e parla' solo delle cose belle come er convegno daaa signora Mezzaroma su aaa violenza"
E invece il sogno è la materia di cui è fatto il calcio.
Sospensione dell'incredulità. Noi non riusciamo più a sospendere nulla. Lotito ci ha portato in sagrestia e ci ha fatto vedere il Papa sulla tazza del cesso.
È svanita la magia. Per questo è la stagione peggiore