Riporto dalla pagina facebook "La voce dei laziali", cha a sua volta dice di riportare dal quotidiano "Il Tempo". Mi scuso se qualcuno ha già postato le stesse cose prima di me.
La lettera di Stefano Re Cecconi su Il Tempo
Caro Direttore, innanzitutto grazie. Grazie a Il Tempo per l'attenzione che sta dando a quanto sta accadendo intorno alla Lazio. È una cosa importante, finalmente non più sottovalutata. Perché i tifosi, oggi più che mai, hanno bisogno di sentirsi ascoltati. Hanno bisogno di tornare ad avere la possibilità di sognare. Dire che la gestione di Claudio Lotito sia stata un fallimento totale sarebbe sbagliato, e voglio essere onesto fino in fondo. Ci sono state pagine importanti, momenti in cui questa proprietà ha saputo riportare la Lazio dove merita di stare. Quel piano di salvataggio, a suo tempo, è servito a ridarci una dimensione. Solo che il calcio è cambiato, il mondo è cambiato, e ci sono momenti in cui è giusto farsi da parte. Quando non si riesce più a tenere una cosa nella sua giusta dimensione, nel suo giusto valore, incaponirsi diventa un errore. Dare invece la possibilità di costruire un futuro migliore a una squadra e a una tifoseria è un gesto di responsabilità.
"Per me la maglia della Lazio è qualcosa di intimo"
Per me la maglia della Lazio è qualcosa di intimo. È la seconda pelle di mio padre Luciano, è ciò che mi è stato tramandato negli anni più belli della mia vita. Ma come me ci sono tante altre persone, tanti figli, nipoti, zii, papà che hanno costruito la propria lazialità nell'intimità dei ricordi familiari. Quando vedo le nuove generazioni mi chiedo perché questi ragazzi non debbano avere la possibilità di sognare. Sognare un nuovo Giorgio Chinaglia, un nuovo Beppe Signori, un nuovo Boksic. Perché alla tifoseria della Lazio non manca nulla. Non chiede al presidente di vincere a tutti i costi. Chiede però di allestire una squadra all'altezza, capace di far sognare. Poi vince uno solo, è chiaro. Ma sognare, almeno, dovrebbe essere un diritto. Voglio dire un'altra cosa. Solo perché in passato la Lazio ha attraversato parentesi non belle, non è detto che quella debba essere la sua realtà obbligatoria. La Lazio, per bacino di tifosi, per passione, per dove sta geograficamente e per quello che rappresenta, merita di poter competere ogni anno per il vertice. La gente merita qualcosa di più di tutto quello che c'è oggi. È una verità che andrebbe ribadita più spesso, senza paura. Quanto agli errori, sono stati tanti. Ma quello più grave, sotto i miei occhi, è uno solo: aver considerato così poco una tifoseria viscerale come la nostra. Il tifoso laziale è brontolone, lo sono sempre stato anch'io a volte, ma è anche capace di un affetto incondizionato e smisurato. Lo dimostrano figli di campioni come Gabriele Pulici, come James Wilson, e tanti altri: a distanza di cinquant'anni quella gente mostra ancora un amore intatto verso i propri eroi. Sarebbe bastato poco, un piccolo dialogo. L'anno scorso, ad esempio, è bastato Sarri per far ripartire la macchina: ci siamo presentati al via con trentamila abbonati nonostante un mercato vergognoso. Provate a chiederlo a qualunque altra tifoseria, di abbonarsi a quel modo. È una dimensione che racconta tutto. Ai tifosi della Lazio basta che gli si parli chiaro, che gli si dica come stanno le cose, e loro danno una mano. Però vogliono vedere una prospettiva, un futuro. Non si può chiedere ancora un sacrificio a scatola chiusa. Il tifoso, oggi, è stanco e vuole qualcosa di più. La notizia che molti hanno scelto di non rinnovare l'abbonamento mi addolora profondamente. Io ho vissuto dodici anni a Roma e quando ero a Milano non vedevo l'ora di tornare a casa per abbonarmi. Per me era un cerchio che si chiudeva: vedere la Lazio nello stesso stadio dei grandi campioni del passato, dello stesso campo che mio padre aveva calpestato, sia pur in una versione diversa. Eppure credo che chi diserta abbia ragione. Sto pensando addirittura, a distanza, di disdire l'abbonamento a Sky e a DAZN. Non so se riuscirò davvero a farlo, sarebbe una scelta dolorosa, ma da qualche parte bisogna cominciare a muoversi. Bisogna far capire che chi guida questo treno deve rendere conto anche ai suoi. Una squadra di calcio senza i suoi tifosi non esiste. Punto. Certe frasi pronunciate negli ultimi tempi sono state bruttissime, segno di una mancanza di empatia totale. Un passo deve farlo il presidente, e deve farlo verso di noi. Ci sono stati momenti in cui Lotito ha fatto bene, è giusto riconoscerlo. Ma oggi il calcio è cambiato, e non si può più andare avanti così.
La lettera di Gabriele Paparelli su Il Tempo. Caro Direttore, prima di tutto consentimi di ringraziarti per l'attenzione che stai dedicando alla Lazio. Mi dai la possibilità di esprimere un pensiero che non so quanto possa valere, ma che cerco di portare avanti con tutta l'umiltà di cui sono capace. Stavolta mi sento di parlare anche a nome di mio padre, perché papà è morto da tifoso della Lazio. Non era lì per caso, quel giorno. Era lì perché coltivava una passione viscerale, un amore così profondo da farlo rinunciare anche a eventi importanti per la famiglia, pur di andare a vedere il derby e difendere la Lazio. È a nome suo, oltre che mio, che oggi prendo la parola. E mai, davvero mai, avrei immaginato di dover leggere il comunicato uscito in queste ore. Siamo arrivati a un punto di non ritorno. Il presidente della Lazio ci sta togliendo le forze di dosso, e credo che questo sia il dolore più grande che la nostra parte di città stia attraversando. Un dolore che, alla lunga, rischia di consegnare alla storia Lotito come l'uomo che ha fatto più male a questo glorioso club. Non riesco a capire perché voglia arrivare a questo. Se ce l'avessi davanti, la domanda che gli porrei sarebbe semplice: perché, presidente? Perché sta facendo tutto questo a una società che ha sempre portato avanti valori, educazione, amore per la propria storia? Siamo stati sempre legati al passato, abbiamo sempre onorato chi non c'è più. Lo dico anche perché mio padre, da quasi mezzo secolo, viene ricordato ogni anno. È qualcosa che noi abbiamo dentro, profondamente, e che lui sta cercando di portarci via. Non ci riuscirà mai. C'è poi un'altra preoccupazione che voglio condividere, quella per le generazioni future. Sono figlio di un tifoso, ma sono anche genitore di Giulia, che ha 14 anni. Lei soffre il fatto di non poter andare allo stadio, e per fortuna è grande abbastanza, riesce a comprendere quello che sta accadendo. Il problema vero sono i bambini più piccoli, quelli che vorrebbero sventolare la bandiera e non possono. Noi genitori oggi facciamo un lavoro doppio rispetto a quello che facevano i nostri padri. Papà ci portava allo stadio e noi eravamo spensierati, tutti cuginetti che si divertivano. Era un gioco, prima ancora che una partita. Ricordo che ci sistemavamo sotto il parterre della Curva Nord, giocavamo a pallone con palline fatte di carta. Eppure è proprio quello che ci ha portato ad amare quell'ambiente, ci ha resi laziali nel profondo. Adesso, queste sensazioni si stanno perdendo. Quelle fotografie si stanno perdendo. Il bambino di oggi, tra quindici anni, non avrà nessun ricordo di sé stesso che si diverte allo stadio. Tocca ai laziali veri, con la L maiuscola, fare un lavoro enorme per trasmettere comunque la lazialità ai più piccoli, magari portandoli a vedere le partite nei pub. Sarà così. Ci incontreremo in pub gremiti e ci divertiremo lo stesso, perché i laziali quando stanno insieme sono forti, sono invincibili. Però è chiaro che, intanto, ci stanno togliendo la bellezza di entrare in un impianto e di vedere quel prato verde che ci fa battere il cuore. Siamo arrivati, ripeto, a un punto di non ritorno.
"Senza di noi, la Lazio muore".
Bisogna prendere decisioni forti per far capire a questo presidente che noi vogliamo soltanto tornare a essere rispettati in quanto laziali. Non chiediamo chissà cosa: chiediamo soltanto che vengano rispettate le nostre tradizioni e i nostri ricordi. Chiediamo che non venga dimenticato Pulici, che non venga dimenticato Lovati. Chiediamo che ogni domenica vengano ricordati leggende di questo spessore. Chiediamo che la nostra storia venga onorata. Perché la nostra storia è fatta di personaggi che ci hanno regalato gioie, e anche di tifosi che ci hanno reso orgogliosi di essere laziali. Persone così hanno dato la vita per questa maglia, e i loro valori non si possono buttare via solo perché qualcuno ha deciso che il male della Lazio siamo noi.Noi non siamo il male della Lazio, presidente. Noi siamo il bene della Lazio. Siamo i suoi tifosi, l'anima di questa società da 126 anni. Senza di noi, la Lazio muore.