io, come già detto altre volte, vedo nella commedia italiana uno dei più grandi movimenti di autocoscienza di un popolo che passa attraverso la cultura popolare.
l'italia uscita dal dopoguerra, e dal fascismo, un'italia meschina, piccoloborghese, pavida, confusa, incapace di rischiare, schiantata dal terrore di un potere assoluto che portò una guerra spietata sul territorio, un'italia impaurita e caciarona che la lente dei pochi assoluti geni del cinema di quei tempi ha saputo mettere in scena, chi con cinico e spietato sarcasmo chi con bonaria e indulgente ironia, ma sempre con lo stesso intento, mostrare all'italiano uno specchio in cui riconoscersi e NON RIPETERSI PIU'.
questo anche grazie agli strepitosi attori di cui parla Nanni, e forse il loro vero difetto fu quello di essere infinitamente
troppo bravi, tanto che l'italiano, poco a poco, finì per identificarsi con quei personaggi, interpretati magistralmente da quei mostri, invece che riconoscersi per conoscersi meglio e capire gli errori.
rischio di generalizzare troppo, parlando di quanto sia successo dal dopoguerra ad oggi, e di come la commedia italiana, almeno negli intenti, abbia voluto trasmettere ai suoi fruitori una maniera per raccontarli impietosamente tra un sorriso e una lacrima, dopo il grande trauma della guerra. e forse la situazione attuale non può davvero essere spiegata a livello culturale con una lettura del genere.
ma quando guardo un film di alberto sordi, quello che secondo nanni moretti noi ci meritiamo, quello che anche alcuni degli intervenuti dicono di odiare perché interprete
dell'italiano medio per eccellenza, ruffiano, democristiano, romanista, arrogante con i deboli, zerbino coi potenti, (cit.), Sordi fu Totti, Pippo Baudo, un'icona del perbenismo borghese, avido, menefreghista, individualista, marchetta di un regime subdolo, pecorone, moderato, iddio ce ne scampi, io vedo una caricatura, anche quando risulta indulgente e benevola, di ciò che eravamo in quegli anni e non un ritratto autoassolutorio, e sono sicuro che gli autori di quel periodo (alcuni dei quali grandissimi, da zavattini, a sonego, da maccari a scola, ad age&scarpelli, per non parlare dei registi da dino risi a monicelli)intendessero esattamente dargli questo senso.
per me, uno dei film più belli dell'epoca è la marcia su roma di dino risi, che coniuga esattamente le velleità artistiche degli autori e del genere di cui si sta parlando: meglio di mille parole, possono parlare questi due spezzoni, tognazzi e gassman interpretano due scalcinati opportunisti che abbracciano l'ideale fascista per poi rendersi conto della vera natura del nuovo potere, tra mille disavventure magistralmente immortalate nelle loro dissonanti contraddizioni, fatti drammatici vissuti dai protagonisti con un misto di pavidità e arroganza e descritti attraverso un rassegnato e spietato sarcasmo:

(non c'entra niente col discorso, ma sempre di loro parliamo: risi, tognazzi e gassman in una delle scene più demenziali del cinema italiano, nonsense allo stato puro, un capolavoro inarrivabile: