Lo Zarate visto nei primi mesi della sua avventura italiana è stato qualcosa di inimmaginabile. Un giocatore stratosferico, immarcabile. In seguito ci fu un breve momento di appannamento, per poi tornare in carrozza nel finale di quella stagione (gol al derby e in finale di Coppa Italia). Gliene sarò sempre grato.
Nel secondo anno ha dato un apporto simile a quello di Makinwa. Non salta più l'uomo, però si incaponisce in dribbling senza senso che nemmeno il miglior Denilson. Evvabbè.
Terza stagione tra alti e bassi, la sintesi dei primi due. Lo Zarate conclusivo. Giocatore indubbiamente discontinuo, ma capace di risolverti una partita da solo, disposto al sacrificio (ma non è che fosse l'unico), ma spesso confusionario nello scegliere le soluzioni d'attacco giuste.
Estate 2011. Dall'Argentina arriva un torello dall'aspetto imbarazzante. Precampionato ai margini per colpe sue. Poi, la fuga. A Milano perché lì giocherò di più (un veggente?) e meglio. Risultato? Oramai è un tipo da "Chi l'ha visto?". Reja avrà avuto le sue colpe, ma minori rispetto all'argentino.
Ranieri, per quanto mi stia altamente sulle palle, fa una fotografia precisa del giocatore: "Va ancora a intermittenza e questo in una grande squadra non basta. Stacca proprio la spina, anche se risponde immediatamente ai comandi quando lo chiami. Ma non posso mettergli un pacemaker al cervello".
Questo è Zarate.
P.s.: Cissè ha un curriculum leggermente diverso.