Sto cercando il coraggio per chiamare mio padre e dirgli: "Papa', sabato vieni allo stadio. Fallo per te, fallo per Giorgio".
Ma ho un po' di timore: mio padre ha solo 5 anni più di Chinaglia e so già di trovarlo perlomeno scosso.
Non per una "vicinanza" d'età, quanto per una liquefazione totale della sua, seppur lontana, giovinezza.
Io mio padre me lo ricordo con i baffi, con i capelli, addirittura, camicia bianca e maglioncino celeste, che mi prende in braccio per vedere meglio, non prima di avermi detto "abbassati un po': sotto al metro non paghi".
Però vorrei avercelo vicino, sabato, quando so' già che piangerò come un bambino allo scorrere delle immagini, di quelle immagini che io ho nella memoria e molti come mio padre nella pelle.
Era l'emigrato a Dusseldorf, il figlio di minatori a Charleroi, il cameriere a Camden, il barista a Pigalle.
Era la volontà che si fa uomo e si fa famiglia.
Era la tigna: la nobile, italiana, scontrosissima tigna del non volersi arrendere, del serrare i pugni mentre tutti intorno si rilassano.
Quei calci in culo a D'Amico sono i calci in culo che ognuno ci dovrebbe dare, quando pensiamo che la vita è troppo anche per le nostre mani ed i nostri occhi non vedono nessun futuro.