Citazione di: maumarta il 04 Apr 2012, 09:46
Mia madre è Napoletana, di Corso Vittorio Emanuele non di Casoria.
Mio padre era Napoletano e Laziale, della Loggetta, davanti al San Paolo.
Quando la domenica eravamo a casa di mia nonna paterna sentivamo il boato del San Paolo.
I miei zii, Napoletani, sono le persone più deliziose e civili che io abbia mai potuto conoscere ed ho miei amici che mi chiedono di continuo di tornare a Napoli con me perchè ancora commossi dalla loro ospitalità (l'utlima volta hanno chiuso una giornata già perfetta con un vassoio di roccocò a testa, per tutti).
Se avessi la certezza che nel settore ospiti dell'Olimpico ci sarano loro e i Napoletani come loro sarei addirittura certo non solo del loro silenzio ma della sincera commozione.
Purtroppo loro per primi viviono poco lo stadio perchè territorio franco, sopratutto per quelli che loro chiamano i "cafune" (cafoni).
I cafoni sono il corrispondente dei nostri burini.
Sono quelli che un tempo venivano in città nei giorni di festa e per non rischiare di perdersi si legavano uno con l'altro con una fune, "c'a fune" appunto.
Purtroppo oggi nel termine cafoni si può identificare anche un gran numero di potenziale manovalanza da camorra.
Questa manovalanza è numerosa soprattutto nelle trasferte.
Per questo motivo loro, i Napoletani come i miei zii, lo stadio lo vivono molto meno di una volta, soprattutto in trasferta.
Da questi "signori" io mi aspetto di tutto, anche bomboni sparati tra la gente in pieno minuto di silenzio.
Poi spero che ci sarà qualche testa pensante a tenerli a freno ma mentalmente mi sto già preparando a maledire il 90% del mio sangue, almeno per un paio d'ore.
Ricito il mio intervento purtroppo"profetico".
Sabato ero lì, dopo tanti anni, per Giorgio, per il pezzo di infanzia che se ne andava con lui.
Distinti Sud Ovest, con moglie e figlio, difettosi, venuti con me perchè sapevano cosa era per me quella serata.
Della partita me ne fregava il giusto, anzi pure di meno.
Ero emozionato già all'entrata allo stadio, prima delle 20:00.
Vedevo e sentivo molto bene i napoletani, ce li avevo davanti.
Li vedevo carichi, troppo.
Poi inizia il tributo.
Senza preavviso.
Lo seguo in apnea, in piedi, la mia ultratrentennale sciarpa tenuta ferma sulla bocca nel tentativo (vano) di controllare l'emozione.
Ad ogni gol che passava sullo schermo nei miei occhi passavano un minuto, un'ora, un giorno della mia infanzia.
Vedevo Papà con i suoi occhi biancocelesti che batteva le sue manone per Giorgione.
Poi i giocatori, tutti con il numero 9.
Tommaso che si perdeva dentro la maglia di Long John.
Il figlio no, non ce l'hanno fatto vedere, se non per un secondo di spalle.
Poi quello che doveva suggellare il tutto.
La mia paura più grande, da "Napoletano".
Le squadre si mettono in cerchio.
Lo speaker deve ripetere due volte l'invito al minuto di silenzio perchè dal settore ospiti c'hanno troppo da fa, da chiacchierà.
Brutto segno.
Parte il minuto e da quella parte proprio nun gliela fanno a sta zitti tutti insieme.
Poi qualcuno decide di fare il "minuto all'italiana", applaudendo.
"Meglio de gnente" dice qualcuno alle mie spalle e molti intorno a noi assecondano l'applauso probabilmente per coprire qualcos'altro che si aspettano da un momento all'altro.
Dal settore ospiti capiscono che il silenzio che vogliamo noi è... silenzioso.
Il 90% segue la propria coscienza civile, la propria educazione.
Gli altri non hanno nè una nè l'altra.
Parte subito il coro "Chinaglia dove stà".
Inizialmente sembra un coro di incitamento, fuori luogo ma di incitamento.
Poi si capisce meglio.
Vengono zittiti, da noi ma anche dagli altri con loro.
Però non basta.
Un secondo di silenzio e ricomincia il mercato.
Gente che si chiama in maniera sguaiata da una parte all'altra.
Gente che parla a voce alta nel chiaro intento di rompere quel silenzio.
Poi un grido: "Bast.ardi"!!!
Accompagnato da una mezza ovazione.
Finisce, finalmente, il minuto e lo stadio si ribella ed urala la sua rabbia con quel "Giorgio Chinaglia è il grido di battaglia".
Quasi un ruggito.
Ho il sangue alla testa ormai.
Ferito e offeso, da Laziale e, soprattutto, da "Napoletano".
Non ho mai fatto un coro contro Napoli ed i Napoletani.
Papà veniva sempre a vedere Lazio-Napoli ed era la partita che voleva vincere più di tutte.
Ma ci rimaneva male a sentire i cori sul terremoto "che colpa hanno loro del terremoto", diceva.
Ci rimanevo male anche io, per lui e per me.
Fino a sabato sera.
Non so cosa avrei dato per avere tra le mani una di quelle bestie per insegnargli a calci in culo cos'è il rispetto, l'educazione, la civiltà.
Sbattergli la testa contro il muro fino a quando non capisce che mi sono rotto il caxxo da Napoletano di dover sempre spiegare al prossimo che LORO NON SONO NAPOLETANI ed è solo colpa loro se Napoli viene vista in un certo modo.
Forse è l'unico metodo di insegnamento che riuscirebbero a capire, come i cani, sbattergli il muso nel loro piscio.
Mi siedo ma ribollo.
La partita la guardo poco, lo sguardo mi va sempre verso quel tombino a cielo aperto.
La consapevolezza che persino i riomici non lo avrebbero fatto (e ne ho la prova accanto a me) mi fa incaxxare ancora di più.
Poi segna Candreva... e mi hanno dovuto mettere a sedere per forza.
Con le corna alzate come gli fece Giorgione non mi ricordo nemmeno cosa può essere uscito da questa bocca.
Ed ad ogni insulto avanza come se ce li avessi a cinque metri.
"Questo ve lo manna Giorgione
mer.de"!!!
All'inizio della partita mi importava poco.
Da quel momento per me tre gol sono stati pure pochi.
Scusa Papà, scusa Mamma, scusa te tutti pezzetti del mio sangue che siete a Napoli ma i primi a vergognarsi sareste stati voi, come me.